Liebe auf den ersten Blick

Cupido fabbrica l'arco - Parmigianino

Da matti. Svegliarsi col batticuore aspettando il messaggio di un uomo appena conosciuto. Da matti, perché non mi ha nemmeno chiesto il numero.

Eppure, sabato mattina avevo quel batticuore, proprio quello lì. Il battito di un cuore che si era beccato un fulmine, in pieno. Nel momento in cui quell’uomo (quella branda, come mi ricorda l’ormone che si sta intromettendo nel mio post romantico) ha varcato la porta del locale in cui lavoro, con quel sorriso perfetto. Ero già stesa.

– Mi sa che ti ha già sgamata, hai gli occhi a cuore e un sorriso idiota.

Ho sentito qualcosa, non darmi della pazza. Ho sentito qualcosa quando l’ho visto.

– In ogni caso ti ha sgamata, si sta spostando al banco. Proprio di fronte alla tua postazione.

Non lo so come ci siamo ritrovati a parlare con gli occhi, a chiederci: Cosa? Dimmi. No, dimmi tu, sei tu che mi guardi come se mi volessi dire qualcosa. No, dimmi tu, tu lo sai cosa dirmi. E non l’abbiamo detto, abbiamo continuato a guardarci e a sorridere, a tenerci le mani. Mi ha provato a rubare un anello, che gli avrei regalato, se il suo amico non si fosse intromesso per farmelo restituire. Gli avrei anche raccontato la storia di quell’anello. L’ho comprato un anno fa a Trastevere, gli avrei detto, da un ragazzo rumeno che l’aveva creato durante un viaggio in Germania. Ero a Berlino, quando ho fatto questo. Mi chiamava, quell’anello. Quando io non avevo ancora idea che sarei finita proprio a Berlino. Mi piace pensare che ci sia un motivo più grande dietro la decisione di venire qui: un motivo che ancora devo scoprire. E poi guarda, gli avrei detto, guarda le imperfezioni nell’intreccio. Era perfetto. Come lo è uno sconosciuto alto, biondo, occhi marroni, con un sorriso perfetto che mi ha detto che io sono perfetta.

Uno che il giorno dopo non mi ha cercata. Allora l’ho cercato io. Ho trovato il suo contatto (James Bond, scansati) e gli ho scritto, a costo di essere ridicola. E’ stato gentile, ma vago. E quando ha accennato al suo essere brillo la sera prima ho pensato: eccone un altro. Eccone un altro che si tira indietro, che pensa che la notte sia solo un gioco, una dimensione irreale, che la complicità con una donna sia solo il lavoro ben fatto di qualche birra. E così, mi sono scoraggiata. Ho fatto qualche passo indietro anch’io. Nel frattempo speravo, speravo che Torno presto a trovarti significasse Non vedo l’ora di rivederti. Speravo, come una dodicenne, che scrivere il suo nome su un diario lo rendesse mio per sempre. Uno sconosciuto.

E chissà, se tornerà davvero. O se mi cercherà. Se mi guarderà ancora in quel modo, se avrò ancora quel batticuore.

Io continuo a fantasticare, intanto è già il mio fidanzato immaginario. Meglio di niente.

Buon batticuore a tutti!

 

Mamma notte

Quant’è bella la notte

Mentre ti sussurra

Scivolando sul legno

“Quanto sei bella”.

Quanta felicità nella notte

Mentre ti fa bere

La felicità che cerchi.

E ci credi.

Ti fa credere che puoi essere felice

Nel bel mezzo di quelle luci soffuse

Tra quegli occhi ardenti

E quelle labbra dannate.

Baceresti mille fauci

Nel bel mezzo di quelle luci soffuse

Ameresti mille parole

Mentre scivolano sul legno di quel banco.

Quant’è preziosa la notte

Mentre ti ricorda che sei una sua creatura.

Mentre ti soffia piano

Fuori dal suo abbraccio.

Fuori nel bel mezzo del giorno.

Limone spremuto

Almeno qui, posso smettere di essere diplomatica.

distributore automatico di vaffanculo

Sono stufa. Mi sono fracassata le palle. 

Non sopporto più il tizio che lavora con me (per quanto, paradossalmente, mi ci sia anche affezionata). Avete presente i vampiri? No, non quelli come la vecchia me. Non quelli che succhiano vita dai banconi, dalle stelle, dal buio del cielo. Non quelli che si sentono sciogliere quando il sole li strappa alla loro notte. No, non il vampiro che io amavo essere. Io parlo di quelli emotivi. Quelli su cui giornalisti e psicologi hanno srotolato milioni di parole. Non vi siete mai imbattuti in un vademecum per evitare di farsi succhiare l’energia da questi soggetti ignoti?! Sì, soggetti ignoti. Proprio come i serial killer di Criminal Minds. Ebbene, lui è uno di loro. O, probabilmente, è il loro capo. Non fa che lamentarsi, rompere i coglioni, vantarsi, sminuire gli altri, dire come andrebbe fatta una cosa e quando gli fai notare che lui non ha mai alzato un dito per farla (né bene né male), eccolo che ricomincia col suo lamento: “Non mi sento apprezzato, non ho più energie, me le hanno tolte (i nostri capi, ndr), devo andare in ferie, non ne vale la pena, mi sento frustrato, ecc”. A questo punto, è legittimo chiedersi: cosa è successo a questo povero ragazzo più vicino ai 40 anni che ai 30 per stare così male?

A questa domanda posso rispondere con molta sicurezza:

  • Guadagna più di me (un bel po’) e io sono la sua responsabile. I capi hanno parlato di un errore da sistemare. Dopo tre mesi, però, è ancora un errore ben piantato su conto in banca e contratto di costui.
  • Gli è stato pagato l’alloggio (l’affitto è di 450 euro: lo so, perché viviamo insieme da prima di scoprire quanto la sua presenza avrebbe devastato il mio cervello. E lo so, soprattutto perché io, l’affitto, lo pago).
  • Non ha nessuna responsabilità lavorativa, neanche quella di chiudere cassa, perché si rifiuta di seguire una procedura standard. E ai miei capi sta bene.

Mi pare anche evidente che non sia colpa sua, bensì di chi ha permesso questa situazione di disparità. Ma il lamento costante, no, non lo posso accettare.

La convivenza è, senza dubbio, quel plus che mi ha portata ad avere così presto un esaurimento nervoso. Sentire parlare di problemi inerenti al lavoro, di lamentele, di insoddisfazioni, dalla mattina quando mi sveglio, fino a quando vado a dormire, non può che farmi male. Sono un limone spremuto. Senza più una goccia di succo.

Sono stufa. Sono stanca. Ed è colpa mia, direte voi. Giusto: che cazzo ci sto a fare ancora qui? E per qui non intendo Berlino. Intendo in questa casa e in questo posto di lavoro.

Ebbene, probabilmente, lui cambierà casa a breve. E io potrò respirare.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, ho mandato già diversi curriculum altrove: ma non nel settore della ristorazione. Già, mi sono stufata anche di questo. Sono stufa a 360°, a tutto tondo, dalla testa i piedi. Com’era? Faccio la cameriera per scelta. Certo, ma se poi la tua scelta, dopo dieci anni, ti ha mandata al manicomio, tocca scegliere la sopravvivenza o, per lo meno, la salute mentale.

Il problema è che lavoro in questo settore, appunto, da dieci anni. Le mie esperienze nel giornalismo e nella comunicazione in genere risalgono a prima di quel periodo. Ovviamente, quindi, non mi ha contattata nessuno. Neanche un call center. Non parlo ancora tedesco e ho scoperto che usare l’inglese solo a un livello lavorativo, per molti anni, non ha fatto che limitarlo.

Ah, ho anche pensato di fare la pazzia e diventare una travel blogger. Ma vorrei tanto sapere come fanno a viaggiare tanto, all’inizio, senza sponsor. Però, non è detto che non lo faccia davvero. Sono un’esperta nell’arte di arrangiarmi.

Benvenuta realtà. Benvenuto cambiamento, che, sono sicura, sei sempre positivo, anche quando mi sento frustrata. Bentornata stronza me, che ti permetti di sparlare così di un collega. Benvenuta nuova crisi, nuova domanda, nuova sfida.

Era quello che cercavo, giusto? Una nuova sfida. Una bicicletta più difficile da pedalare. La prossima volta che chiedo qualcosa alla vita, mi devo ricordare di quanto è bella la parola vacanza.

E, visto che anche alla stronza me piacciono le citazioni, ve ne beccate due:

La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. (A, Einstein)

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce. (L. Cohen)

 

L’ultima volta che…

Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita viva?

Mi ha chiesto, così, a bruciapelo, uno sconosciuto.

La mia prima risposta è stata un tentativo di sdrammatizzare, come al solito:

Sto così male?

Me l’ha richiesto. Oh, cazzo, è una domanda seria.

(Ma che vuole questo?  Chi lo manda, Rob-Brezny?)

Avrei potuto dire che mi è successo quando sono partita per Berlino, ma quel giorno non mi sentivo viva, solo agitata. Mirko? Forse. Stare sulle montagne russe ti tiene sicuramente sveglia. Ma anche viva?

Un anno fa, mentre facevo surf.

Eccola, la risposta vera.

Grazie.

Ed è andato via.

Il tipo di persone che incontri, quelle prendono una birra e magari prima di uscire dalla porta ti fanno una domanda che non ti aspetti e che ti dovresti fare, da sola, più spesso: ecco cosa mi tiene ancora legata al mio lavoro, nonostante si stia facendo largo l’idea di cominciare a fare altro.

Posso andarmene anche alle Hawaii, ma se continuo a lavorare come se fosse l’unica cosa importante della mia vita, non cambierà mai niente.

E questa è l’amara verità di un martedì mattina. Onestamente, credo che sia il momento di una tartelletta ai lamponi nella mia nuova pasticceria preferita.

Have a nice day!

Surfboard on the beach at sunset

 

 

First Date

Un bravo ragazzo. Cliff rientra appieno nella definizione. Gentile, morigerato, ma anche divertente e molto intelligente. Mi ha chiesto di uscire insieme un mese fa: “Ti porto al minigolf più famoso di Berlino, è aperto anche di notte, non puoi non divertirti”. E’ passato un mese, perché il mio lavoro e il suo ci hanno tenuti impegnati, ma ce l’abbiamo fatta. Il minigolf è saltato, ma, in compenso, mi ha fatto scoprire un appartamento adibito a locale, in cui abbiamo partecipato a una sfida a ping pong.

Come al solito, mi sono innamorata all’istante del barman. Non ho flirtato, sia chiaro. Ma avete presente quel punto debole così costante da diventare un clichè? Ecco il mio: l’uomo dietro al banco. Per essere più precisi, il classico uomo dietro al banco, quello figo, carismatico, circondato da donne. Quello stronzo. Tipo Mirko, per capirci, che mi ha fatto vivere tre mesi in perenne bungee jumping. E allora, in quella serata così carina, originale, con l’unico uomo della mia vita che non ha provato a saltarmi addosso alla prima occasione, ho trovato anche il tempo di sentirmi un po’ stronza.

Non si fa, mi ripetevo. Stai diventando come loro.

L’immagine di me sbattuta al muro dal barman nel magazzino della casa-locale mi ha fatto il favore di sparire in pochi secondi. E sono finalmente tornata a dare la mia attenzione all’uomo che organizzato una serata intera con il solo scopo di sorprendermi e farmi ridere.

Ci è riuscito. Settimana prossima mi ha promesso un’altra uscita super cool. E io non vedo l’ora, ma…

Anzi, ma. 

Non vedo l’ora di passare una serata diversa dal solito, non di vedere lui.

L’unico contatto fisico è stato un bacio a stampo, molto tenero, alla fermata del tram. Quando lui è andato via, io sono andata a giocare a biliardino, ballare e bere gin tonic con i miei colleghi, chiedendomi come mai non stessi morendo dalla voglia di saltargli addosso. Ché è vero che sono piena zeppa di clichè, ma quello di uscire con un uomo e avere voglia di sapere se è meglio nudo o vestito è un clichè che non mi va di lasciare. Come quello di aspettare con ansia un suo messaggio il giorno dopo. Quello di sentire un brivido e diventare tutta rossa dopo il primo contatto fisico.

E poi c’è il mio clichè preferito: quello di non avere occhi per nessun altro, quando sto con lui.

 

Back to love

I love sport. Nei miei diari scolastici, era una costante. Il mio amore per lo sport superava in frequenza ed evidenza ogni altro destinatario di amore, fisico o concettuale che fosse. Quando ho smesso di essere la ragazzina perennemente in tuta, pronta a improvvisare una coreografia, saltare in sella a un cavallo, tuffarsi per prendere un pallone (e così via), sono improvvisamente diventata la ragazza che viveva sui tacchi, che reggeva l’alcol più degli uomini e che lo sport non si ricordava neanche cosa fosse. Non chiedetemi perché. Non chiedetemi perché, soprattutto, non ho provato a essere entrambe le cose. Le vie di mezzo non le ho mai prese sul serio.

Ho ricominciato ad allenarmi con costanza qualche anno fa, dopo dieci anni di stop. Immaginate il trauma! Nella mia testa, nonostante sapessi che il mio corpo era cambiato, ero sicura di riuscire a comandare ogni suo movimento, senza sofferenza né troppa fatica, come facevo molti anni prima. Lo specchio, invece, mi diceva un’altra cosa. Non ero più elastica, non ero più agile, non ero più armoniosa. C’è voluto tanto lavoro e un’insegnante che il primo giorno di lezione mi ha detto: “Non ti azzardare a scoraggiarti”. E alla fine ce l’ho quasi fatta. Sono tornata forte, flessibile, aggraziata.

Non mi alleno da sei mesi. Oggi vado a fare la mia prima lezione in una scuola di pole dance berlinese e sono molto preoccupata di quello che mi dirà il riflesso nello specchio. Ho letto che le persone molto allenate risentono prima e in modo più evidente dello stop (rispetto a quelle che, già prima, si allenavano poco), ma anche che recuperano in fretta. In questi sei mesi, non ho abbandonato il mio corpo, l’ho tenuto sveglio facendo yoga. Ma ho comunque paura di ricominciare e non sentirmi all’altezza. Paura di avere un’insegnante che scuote la testa.

Odio le persone che scuotono la testa. Ti dicono che sei senza speranza, senza sprecare neanche il fiato, limitando il movimento e l’energia al minimo sindacale.

Spero, soprattutto, di non trovare nessuna scusa per non andarci.

Perché le cose che mi fanno stare bene mi fanno così paura?

Ok, mi vado a preparare.

 

 

Il mare a Berlino

Ascolto le onde del mare.

Le ascolto tra quattro pareti sottili, su questo pavimento di tavole di legno, che scricchiola come te lo immagineresti nella soffitta di una casa in montagna.

Ascolto il vento, dietro queste finestre a prova di rumore, che si affacciano su un cortile con una casa su un albero, come sarebbe in qualsiasi posto con almeno un albero e almeno un bambino. Magari nascosto nel corpo di un adulto, ma pur sempre un bambino dentro una casa su un albero.

In mezzo a tanti palazzi, in mezzo al silenzio della notte.

Immagino tante pareti sottili eppure silenziose e tanti pavimenti di legno solido eppure scricchiolanti. Immagino la brezza umida di salsedine che mi lascia le sue gocce sulla pelle, mentre avanzo verso l’acqua con la mia tavola da surf, scrutando le increspature più lontane, alla ricerca del punto in cui nasce l’onda che cerco. Per scoprire che anche lei cercava me, nel suo orizzonte opposto al mio.

Qualcuno potrebbe obiettare che immaginare sempre di essere in un altro luogo è come andare a letto con qualcuno e immaginare di essere con qualcun altro. Può darsi.

Berlino non è bella. Non è la mia Roma, non è la mia Calabria, non è la mia Siviglia. Ma è tanto altro. Non credo che sarà la città della mia vita, ma credo che avremo ugualmente una bella storia. La stiamo già costruendo.

E poi, credo che se qualcuno le facesse notare che non è poi così bella, lei risponderebbe come una mia ex compagna di classe: “Sono una brutta che piace”. Della serie: continuate a fare le fighe, tanto scopo più di voi.

“Si qualifichi”

Mi sono sentita quasi l’ultima delle idealiste, quando ho ghignato in faccia al tizio che mi ha consegnato il bollettino per “comprare” il mio personalissimo pezzo di carta, dopo la discussione della tesi di laurea. Sì, era proprio un ghigno. La traduzione esatta di quello che pensavo: “Col cazzo che vi pago per una cosa che mi sono guadagnata da sola. Non vi sono bastate le tasse?!”. Ebbene, quel pezzo di carta è ancora lì, negli archivi della mia Università di matrice cattolica. Ma l’ho usato parecchio, virtualmente: come già sapete, ho svolto il lavoro di giornalista per quattro anni pieni e qualche altro anno meno pieno. Poi avrei dovuto prendere il tesserino da pubblicista, avendo superato di un bel po’ il numero di firme necessarie per fare l’esame. E poi, dopo quello, avrei potuto puntare all’albo dei giornalisti.

Niente da fare.

Facevo già il lavoro che volevo, anche piuttosto bene (permettetemi questa piccola pacca sulla spalla), senza che nessuno lo avesse certificato al posto mio.

Il mio valore lo dimostravo sul campo. Dopo un mese di stage, avevo già la prima proposta di lavoro. Senza pezzi di carta. E quando, in seguito, ho cambiato lavoro, ho creduto di aver fatto la scelta migliore. Visto? A che servivano quelle specie di riconoscimenti cartacei? Solo a distruggere foreste.

Invece, forse, è arrivato il momento di piegarmi al terribile mondo dei certificati.

Perché non fai un corso da sommelier? mi ha chiesto ieri un collega

Di birra o di vino?

Di entrambi, se vuoi. Ma io dicevo di birra. Ti manca solo un certificato.

Per fare? Il lavoro che già faccio? la vecchia incallita me si è riaffacciata al volo.

No, per pensare anche a un lavoro futuro e poter utilizzare tutto quello che hai imparato in questi anni. Se hai una forte passione, che ti frega di doverlo vedere scritto nero su bianco? Che poi, alla fin fine, non mi sembra neanche che stiamo parlando di un calcio in culo.

La vecchia incallita e idealista me si è sentita abbastanza stupida.

Desafío

Non è facile per niente, ma ho accettato di fare la responsabile del locale in cui lavoro. Non starò qui ad elencare i problemi da risolvere. Scriverò solo di una cosa che non finirà mai di stupirmi: l’importanza di essere convinti, in tutto. Io sono convinta di poter far bene il mio lavoro (con più o meno difficoltà in base alle condizioni) e c’è, allo stesso modo, chi si autoconvince di essere più bravo di me e più adatto al ruolo che (una volta tanto) è stato affidato a me e non a uno degli uomini che lavorano con me. Due giorni dalla mia presentazione ufficiale in questa nuova veste e due giorni in cui sento discorsi  del tipo:

“Sì, mi serviva proprio una SPALLA come te”. Gli ho già spiegato che non si nomina un responsabile per far da spalla a un banchista, sono altri compiti. Ma vabbè, magari mi sbaglio.

“Sai, ho capito che stavano per fare la stessa proposta a me, ma ho detto che non me la sentivo prima ancora che ci provassero. Sono stanco da un anno di lavoro qua dentro, non avrei avuto le energie necessarie”. Ecco. Sono una spalla e anche una riserva, buono a sapersi!

“Questo posto sarebbe andato bene anche senza di te”. Evidentemente, no. Altrimenti, non mi avrebbero chiamata.

Sulle prime due richieste di aiuto da un ego distrutto per esser stato “superato” nella scalata sociale ai vertici di una birreria (per di più da una donna, appena arrivata), sono stata magnanima. Ho risposto sorridendo, fuori, e ridendo, dentro.

Sull’ultima ho dato prova di quanto sono carina quando divento un tiranno.

Molte persone non riescono ad accettare che ci sia gente più brava o semplicemente più adatta di loro a fare qualcosa, qualsiasi cosa, anche allacciarsi le scarpe nel minor tempo possibile. Di solito, per esperienza, sono le stesse persone che sminuiscono gli altri per medicare le ferite della propria autostima.

Questa nuova prova, per me, non consiste solo nel far bene il mio lavoro, ma di non farmi sfiorare dalle frecce avvelenate. Che la sfida abbia inizio.

 

 

Fuori dalla scatola

Il modo in cui scegliamo di vedere noi stessi limita ciò che possiamo essere. Basta un passo fuori dalla scatola e si può imparare qualcosa. Perché siamo più capaci di quanto immaginiamo. Perché tutti noi sappiamo fare cose che non abbiamo mai fatto prima. Perché a volte possiamo sorprendere persino noi stessi.

– Being Erica

Buonanotte!