La felicità è come la maionese

In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare.
(Andrej Tarkowsky)

Si scrive e si è scritto tanto sui viaggi. Non ho statistiche in mano, ma la mia immaginazione mi porta a supporre che solo all’amore siano state dedicate più parole. I due temi, però, spesso coincidono. Come nel mio caso. Mi innamoro a ogni viaggio, a ogni viaggio in modo diverso. Di Copenaghen, vissuta solo per due giorni, mi sono innamorata istantaneamente. Mi ha fatto lo stesso effetto meraviglioso che ho avuto quando sono atterrata la prima volta a Siviglia. Lo so, sono molto diverse, ma il sentimento è stato di quel genere: quello che ti fa camminare per strada col sorriso, anche se hai la febbre alta. Tu cammini e sorridi e ti perdi. In questi due giorni sono riuscita a scoprire tanto della città e tanto altro di me stessa. E no, non ho preso nessuna decisione importante. Se non quella di continuare a perdermi, come ho fatto per le vie di Norrebro, come ho fatto davanti (finalmente) al mare, come ho fatto guardando l’orizzonte da Dronning Louises Bro.

Tornata a Berlino, mi sono permessa di non pensare più a dove ho sbagliato, almeno per un po’. Di non pensare neanche più a come correggermi. Ho setacciato il web per cercare i consigli giusti, le pillole di saggezza, le scorciatoie, per guarire dai miei traumi sentimentali e mettere ordine nella mia vita. E passando da un life coach a un altro, mi sono chiesta quando ho smesso di permettermi di sbagliare, di essere infelice. Quand’è cominciato il rifiuto per ogni lamentela, il disprezzo per le mie lacrime? Ho fatto una foto, a Copenaghen, che mi ha fatto riflettere molto. Davanti a un negozio, c’era un cartello a cui erano appesi dei vestiti. Sul cartello c’era scritto: Happiness is Homemade. Esatto. Non è un preparato industriale e non è né surgelata né precotta. E’ come la maionese, che a volte viene fuori da paura, gustosa e delicata, un altro giorno risulta un po’ più pesante. Altri giorni impazzisce, lascia proprio stare. Ma comunque ci riproviamo sempre.

Happiness is Homemade
Viaggio a Copenaghen

A Copenaghen sono stata felice, perché facevo una cosa che amo fare (viaggiare) e ho scoperto una città che mi ha catturata, delle persone interessanti e piacevoli, dei dolci buonissimi. Eppure, sono stata a volte stanca per via della febbre alta e irritata a causa dei rumorosissimi giovanotti irlandesi che dormivano in ostello con me.

Ah, promemoria: basta ostelli, sono vecchia.

A Berlino sono felice. Ma sono anche triste, arrabbiata, delusa. Come potrei essere in ogni parte del mondo. Le emozioni non sono statiche, perché ho anche solo pensato per un attimo di renderle tali?

Lui, nel frattempo, mi ha ignorata. Ma alle mie amiche, che hanno chiesto solerti durante tutto il weekend, ho detto che mi aveva scritto. Ho avuto paura, ancora una volta, di essere giudicata, di sentirmi dire: “Non ci dovevi andare a letto; non lo dovevi invitare a cena; non dovevi dire questo; non dovevi fare quello… Ora devi…”. Lo facciamo un po’ tutti. Quando un amico è un po’ giù cerchiamo di fare il massimo per risollevarlo. Beh, a volte il massimo è un po’ troppo. Questa volta, ho voluto gentilmente zittire tutte le persone che mi vogliono bene e vogliono darmi consigli per vivere meglio. Ho detto una piccola bugia, ma non mi sento per niente in colpa.

Non so ancora come mi comporterò con lui. Non sono brava a rispettare i programmi di un viaggio, figuriamoci quelli di una storia (o quello che è). Ma, oggi, cerco di non preoccuparmene più, il suo pensiero aggiunge solo confusione alla mia vita.

Vi auguro una felice preparazione della vostra felicità. E vi lascio con il mio life coach preferito.

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Razzolare benino

Bagaglio a mano pronto, tra poco parto per Copenaghen. Due giorni di stacco, non dallo stress (o non solo), ma dal mio ripetermi. Viaggiare da sola ha sempre avuto un effetto catartico su di me. Forse un po’ su tutti, ma parlo per me.

In cosa mi ripeto è facile da spiegare: pensavo di essermi liberata dall’ultima trappola amorosa, invece, è bastato un suo messaggio, pieno di pentimento e buoni propositi e di quanto gli manca parlare con me e di quanto è bello stare con me. E vediamoci per una birra, ma no facciamo una cena.

Quindi, è venuto a cena da me. Una serata pazzesca, non sono mai stata così bene con un uomo in vita mia. Ero rilassata, allegra, senza ansie. Mai successo, giuro. Nessuna paura di sbagliare, tra le chiacchiere easy e la musica classica. E una specie di karaoke improvvisato mano nella mano.

E la mattina successiva, dopo il bacio e il “ci vediamo al lavoro” sparisce tutto. La carrozza ci ha messo un po’ di più a tornare zucca, ma alla fine quella è e quella rimane.

Mi dico che sono cambiata, che sono più sicura di me, che nessun uomo mi farà più sentire inesistente a sua discrezione. Eppure, eccoci qui.

Ho due giorni liberi dopo Copenaghen, gli ho scritto di vederci. Mi fa sapere questo weekend. Ho provato a darmi un’altra possibilità, a dirmi: Vedi, come al solito, fai tutto da sola. Vedrai che vuole vederti anche lui.

Però la me che sta dentro di me, quella ferita, triste e incazzata, continua a ripetermi che tanto lo so che non gliene frega niente.

Non dico che voglio razzolare come mi faccio le prediche, mi accontento di passare da razzolare male a benino. Ma forse mando a me stessa il messaggio sbagliato.

Non ruzzolare, razzolare, eh.

‘Sto cazzo di T9.

In cenere

Tremo. Sei così bello nel mio letto, che penso di voler scappare. Ma sciogliersi dal tuo abbraccio è difficile e, in realtà, non così allettante come mi suggeriva la paura.

Quindi, no. Decido di non farlo. Decido di stare incatenata al tuo corpo e chiedo al sole di farti restare accanto a me, così, per sempre. Glielo chiedo con la speranza che mi ascolti, come ha fatto la luna la sera prima, quando guardandola nel suo pieno splendore le ho chiesto di farti arrivare fino a me. E lo ha fatto, dopo neanche un’ora. Mi sentivo nel bel mezzo di un miracolo.

Sorrido, mentre ti guardo svegliarti e sorridermi. Quando mi dici che sono meravigliosa. Quando ti sento respirare sulla mia pelle. Quando ti abbraccio su un’amaca e ho le ciglia sul tuo collo e tu hai le ciglia che guardano il cielo senza nuvole. E mi baci. E mi baci e mi dici quanto stai bene.

Piango. Ho rovinato tutto. La paura di perderti, di non essere abbastanza, la paura che tu sia come lui, come gli altri. Il sospetto, vedendoti con lei, mi fa andare fuori di testa. Ti presenta la parte peggiore di me e, di certo, non dici che è un piacere. Quello che dici è che ti piaccio davvero, ma ora non sarai più come prima. Quello che so è che ti ho cacciato via. Con la mia solita follia. Provo a spiegarti che sono una donna, non una ragazzina. Che le esperienze negative mi tornano a trovare ogni volta che si affaccia quella voglia di felicità, la speranza del miracolo.

Torna lui, non mi vuole lasciare. Il fantasma di una storia mai iniziata e mai finita, che mi ha ridotta in cenere e ha distrutto tutte le altre storie che potevano cominciare, ma non l’hanno mai fatto.

It was so good that I couldn’t believe it was true. I was afraid, I’m sorry.

It was really good. But now I can’t be like I was before, I’m sorry.

I don’t need to persuade you to stay with me. You already know the answer.

Let’s see what the future will bring.

 

 

 

 

Pensieri notturni di prima mattina

Ti voglio dire,
che ti voglio
dire, che ti
voglio dire, che
voglio dirti, che
ti voglio dire,
che ti voglio.

Dichiarazione, Tibur Kibirov

E’ successo  che ieri mi ha confessato che pensava che fossi una stupida e che poi ha capito che avevo solo un sonno pazzesco.

E’ successo che gli ho spiegato che sono passata dalla notte al giorno in 72 ore, che volevo cambiare radicalmente e l’ho fatto. E basta, non gli ho spiegato altro, non gli ho detto che Mirko diceva che ero più intelligente che bella. O che mia nonna mi ha detto: “Quando trovi uno che ti piace, diglielo che sei meglio di quello che sembri”.

E’ successo che glielo stavo per dire e invece mi sono bloccata come al solito. Sono un’ebete quando parlo con lui.

E’ successo che gli vorrei far vedere chi sono, ma non a lui, forse al mondo intero. O forse invece proprio a lui.

E’ successo che mi ha abbracciata e io tra quelle braccia impazzivo.

E’ successo che mi sento di nuovo sottovalutata e che stavolta reagisco prima e faccio vedere le unghie e i denti. E il pelo lucente.

Succede che adesso mi sveglio alle sei anche quando non devo lavorare, che mi prende la voglia matta di scrivere e piangere insieme. La voglia matta di svuotarmi e riempirmi.

La voglia matta di un suo messaggio.

Non sono una persona paziente, non lo sono mai stata. Sono una di quelle che fissa la pentola per far bollire prima l’acqua, immaginate cosa succede quando aspetto un messaggio. 

 

Tornare

Ogni volta che torno a Roma, mi viene una specie d’ansia che mi prende a pugni lo stomaco. Non un attacco costante, ma dei colpi acuti e inaspettati che fanno salire su per l’esofago tutti gli errori passati, come un pranzo sgradito. Mi sono perdonata, questa è la mia grande conquista del 2017, non mi sento più in colpa per le mie notti alcoliche, per le mie cazzate più o meno rilevanti, per i momenti imbarazzanti.

Eppure, tornare a Roma, è ancora come tornare sul banco degli imputati. Molta gente a cui voglio bene e ancora più gente a cui ho dovuto dare spiegazioni per anni e anni. Ho dovuto, perché ho voluto io. Per la mia dipendenza da quello che gli altri pensavano di me, per la mia voglia di perfezione, per l’idea imperante nella mia vita: non meritare di essere amata.

Roma è, purtroppo, ancora tutto questo. E’ la vecchia me che ho perdonato, ma che è ancora dietro l’angolo ad aspettare un momento di debolezza, in cui mi trasformo nel più implacabile giudice di me stessa.

Ho passato qualche giorno lì, per il compleanno della mia migliore amica. Sono stati bei giorni, alcuni, e terribili altri. Un’amica mi ha dimostrato di non fidarsi di me e mi ha spezzato il cuore. Mi ha chiesto scusa e ho scoperto di non essere incazzata, come avrei fatto tempo fa. Ho scoperto di essere ferita. Ho scoperto che ho le piastrine in sciopero e il sangue non si vuole coagulare. Ho scoperto che questa potrebbe essere una ferita aperta, un burrone tra me e lei. Sono molto triste.

Ho saltato la visita al mio bancone notturno, dove per sette anni ho dovuto dimostrare di essere qualcos’altro, per piacere alle persone che a me piacevano tanto. Le persone che ancora mi piacciono, le ho viste al di fuori da quell’irrealtà che ci siamo raccontati per molto tempo. Li ho incontrati altrove, sotto altre luci. Ho scoperto che la scrematura, questa volta, è stata più ampia. Il taglio più profondo.

Stai tagliando i rami secchi, mi ha detto una cara amica.

A me sembrava quasi una deforestazione, le ho risposto, amareggiata.

Se non esageri, non sei contenta. Sono rami vecchi. La foresta sta benissimo e l’albero starà ancora meglio.

Speriamo.

L’uomo dei sogni

Ho sempre desiderato l’impossibile. Da piccola, volevo diventare una strega buona, ma non mi accontentavo della bacchetta magica. No, troppo facile. Nei miei sogni, chiedevo un baule pieno di tutti gli oggetti magici che vedevo usare nei cartoni animati in tv o nei fumetti e nelle storie fantasy che leggevo. Il mio primo quaderno pieno di racconti, scritto all’età di 7 anni, aveva come protagonista una bicicletta magica, che aiutava i bambini a trovare coraggio e a fare quello che non sarebbero riusciti a fare da soli.

Rendere impossibili le cose possibili. Mi ha sempre affascinato.

Crescendo, questa “attrazione” per l’impossibile ha avuto delle conseguenze anche dolorose, dato che il baule pieno di magia non è mai arrivato. Una delle cose impossibili in cui ho creduto fino allo sfinimento e al tragico annullamento di me stessa era, anni fa ormai, la storia d’amore con l’uomo dei miei sogni. Ovviamente, già impegnato. Ovviamente, molto felice di fare la mia conoscenza e di illudermi che la sua relazione era sull’orlo del precipizio e sarebbe caduta di lì a poco. Ovviamente, pronto a rinnegare ogni parola, ogni sguardo, ogni promessa che mi faceva nei suoi momenti di festa. 

Gli voglio ancora molto bene. Dopo la fine di quella ossessione, sono riuscita a tenerlo nella mia vita. Siamo diventati quasi amici, anche se nel nostro rapporto la luce del giorno non ci sarà mai davvero: meglio non creare sospetti neanche su una storia finita. La clandestinità ci accompagna anche quando non c’è più il peccato da nascondere, forse perché continuiamo a sentirci colpevoli. Lui, giustamente, nei confronti della sua donna. Io nei confronti di me stessa.

Ma quanto ho desiderato una famiglia con lui! Una vita normale, fatta di viaggi, di quotidiano, di litigi e passione. Una vita felice con l’uomo che avevo scelto.

Poco tempo fa, ci siamo incontrati per caso nel centro di Roma. Mi ha chiesto di fare una passeggiata con lui, doveva comprare delle cose in un negozio. Mi sono annoiata da morire. E’ un bene, ho subito pensato, almeno non starò così male quando la giornata sarà finita. Non avrò più quel rimpianto, ho pensato ancora.

Tornata a casa, il rimpianto era ancora più grande, ma differente. Nella mia testa, suonava più o meno così: quanto tempo ho rubato a me stessa e a eventuali storie d’amore per seguire il miraggio di un uomo, che in realtà non ho mai conosciuto? Ho davvero perso tutti quegli anni della mia vita per niente?

Adesso ci ripenso e mi faccio una risata. E’ stata una storia d’amore bella, poetica, tragica, distruttiva e piena di speranze. Ed è bastato un giorno nella realtà, fuori dai sogni, alla luce del sole, per rendere la passione noia pura.

Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo. (O.Wilde)

Il mio amico

Tra gli amici che ho perso, adesso ci sei anche tu. Ufficialmente. Non ti volevo in questa lista.

Fa ridere che sia Facebook a decretare la fine della nostra amicizia. E’ strano. Finché eravamo ancora amici su un social network, sopravviveva la speranza di ricucire lo strappo. Ora no. Ora il tuo messaggio è chiaro: non voglio neanche sapere quello che fai.

E’ strano, anche perché è proprio Facebook a ricordarmi, ogni giorno, i momenti passati con te. Ti rendi conto? Ogni giorno abbiamo un ricordo.

Poi, c’è stato il battito d’ali di quella farfalla, che ha fatto arrivare l’uragano fino a noi. Esattamente un anno fa. Quella sera, hai scelto di raccontarmi di nuovo quello che ti succedeva, volevi sentire cosa stava accadendo a me. “Mi manca la nostra amicizia” mi avevi detto, chiedendomi scusa per avermi abbandonata. Ed eccolo, l’uragano.

Le sei di mattina insieme, come abbiamo fatto per anni. Le sei di mattina senza sapere neanche più chi eravamo. Tanto eravamo insieme, eravamo ancora noi.

Mentre la tua ragazza chiamava e tu non sentivi il telefono, non lo guardavi nemmeno. Forse, ho pensato in seguito, eri stanco di lei e io ero la scusa per farti mandare a fanculo. Ma poi, se ti ricordi bene, sono stata io a non volerti più sentire.

Quella mi voleva rovinare la vita e aveva cominciato la sera dopo, facendo una scenata nel posto dove lavoravo.

Mettendomi contro persone che prima erano al mio fianco.

Mentre tu ti preoccupavi solo di riconquistarla, fregandotene di quello che succedeva a me, la troia, all’improvviso. Per una sera, in cui pensavo di aver ritrovato il mio amico.

Non sentiamoci più. L’ho detto io, è vero. Ma, chissà perché, pensavo che avresti provato a riconquistare anche me.

La nostra amicizia non esiste più, lo dice Facebook. Eppure, io ti giuro che è esistita.

Un giorno, forse, ci sarà un altro battito d’ali di farfalla e un altro uragano. Un uragano bello, però. Di quelli, se esistono, che rimettono insieme gli amici.

(In tedesco farfalla si dice Schmetterling. Saresti d’accordo con me: è il nome perfetto per un uragano)

 

Parco giochi

Ho fatto un colloquio, questa mattina. Speriamo sia andato bene. Sono ottimista.

Poi, mi sono rovinata la giornata coi problemi del lavoro. Guasti e menefreghisti ormai non si contano più.

Adesso, ho la sabbia nei sandali: l’ho portata a casa mia dal parco giochi in cui mi sono fermata prima di tornare. A guardare la spensieratezza, a entrarci un po’ dentro, con la musica nelle orecchie e una penna in mano.

 

 

Liebe auf den ersten Blick

Cupido fabbrica l'arco - Parmigianino

Da matti. Svegliarsi col batticuore aspettando il messaggio di un uomo appena conosciuto. Da matti, perché non mi ha nemmeno chiesto il numero.

Eppure, sabato mattina avevo quel batticuore, proprio quello lì. Il battito di un cuore che si era beccato un fulmine, in pieno. Nel momento in cui quell’uomo (quella branda, come mi ricorda l’ormone che si sta intromettendo nel mio post romantico) ha varcato la porta del locale in cui lavoro, con quel sorriso perfetto. Ero già stesa.

– Mi sa che ti ha già sgamata, hai gli occhi a cuore e un sorriso idiota.

Ho sentito qualcosa, non darmi della pazza. Ho sentito qualcosa quando l’ho visto.

– In ogni caso ti ha sgamata, si sta spostando al banco. Proprio di fronte alla tua postazione.

Non lo so come ci siamo ritrovati a parlare con gli occhi, a chiederci: Cosa? Dimmi. No, dimmi tu, sei tu che mi guardi come se mi volessi dire qualcosa. No, dimmi tu, tu lo sai cosa dirmi. E non l’abbiamo detto, abbiamo continuato a guardarci e a sorridere, a tenerci le mani. Mi ha provato a rubare un anello, che gli avrei regalato, se il suo amico non si fosse intromesso per farmelo restituire. Gli avrei anche raccontato la storia di quell’anello. L’ho comprato un anno fa a Trastevere, gli avrei detto, da un ragazzo rumeno che l’aveva creato durante un viaggio in Germania. Ero a Berlino, quando ho fatto questo. Mi chiamava, quell’anello. Quando io non avevo ancora idea che sarei finita proprio a Berlino. Mi piace pensare che ci sia un motivo più grande dietro la decisione di venire qui: un motivo che ancora devo scoprire. E poi guarda, gli avrei detto, guarda le imperfezioni nell’intreccio. Era perfetto. Come lo è uno sconosciuto alto, biondo, occhi marroni, con un sorriso perfetto che mi ha detto che io sono perfetta.

Uno che il giorno dopo non mi ha cercata. Allora l’ho cercato io. Ho trovato il suo contatto (James Bond, scansati) e gli ho scritto, a costo di essere ridicola. E’ stato gentile, ma vago. E quando ha accennato al suo essere brillo la sera prima ho pensato: eccone un altro. Eccone un altro che si tira indietro, che pensa che la notte sia solo un gioco, una dimensione irreale, che la complicità con una donna sia solo il lavoro ben fatto di qualche birra. E così, mi sono scoraggiata. Ho fatto qualche passo indietro anch’io. Nel frattempo speravo, speravo che Torno presto a trovarti significasse Non vedo l’ora di rivederti. Speravo, come una dodicenne, che scrivere il suo nome su un diario lo rendesse mio per sempre. Uno sconosciuto.

E chissà, se tornerà davvero. O se mi cercherà. Se mi guarderà ancora in quel modo, se avrò ancora quel batticuore.

Io continuo a fantasticare, intanto è già il mio fidanzato immaginario. Meglio di niente.

Buon batticuore a tutti!

 

Il mare a Berlino

Ascolto le onde del mare.

Le ascolto tra quattro pareti sottili, su questo pavimento di tavole di legno, che scricchiola come te lo immagineresti nella soffitta di una casa in montagna.

Ascolto il vento, dietro queste finestre a prova di rumore, che si affacciano su un cortile con una casa su un albero, come sarebbe in qualsiasi posto con almeno un albero e almeno un bambino. Magari nascosto nel corpo di un adulto, ma pur sempre un bambino dentro una casa su un albero.

In mezzo a tanti palazzi, in mezzo al silenzio della notte.

Immagino tante pareti sottili eppure silenziose e tanti pavimenti di legno solido eppure scricchiolanti. Immagino la brezza umida di salsedine che mi lascia le sue gocce sulla pelle, mentre avanzo verso l’acqua con la mia tavola da surf, scrutando le increspature più lontane, alla ricerca del punto in cui nasce l’onda che cerco. Per scoprire che anche lei cercava me, nel suo orizzonte opposto al mio.

Qualcuno potrebbe obiettare che immaginare sempre di essere in un altro luogo è come andare a letto con qualcuno e immaginare di essere con qualcun altro. Può darsi.

Berlino non è bella. Non è la mia Roma, non è la mia Calabria, non è la mia Siviglia. Ma è tanto altro. Non credo che sarà la città della mia vita, ma credo che avremo ugualmente una bella storia. La stiamo già costruendo.

E poi, credo che se qualcuno le facesse notare che non è poi così bella, lei risponderebbe come una mia ex compagna di classe: “Sono una brutta che piace”. Della serie: continuate a fare le fighe, tanto scopo più di voi.