Surprise

Cosa ti aspetti dal nuovo lavoro? mi ha chiesto il tizio di non mi ricordo quale ufficio di non mi ricordo quale dipartimento. Non mi ricordo, perché non lo ascoltavo dal momento che sapevo che eri seduto dietro di me e riuscivo a pensare solo al fatto che sicuramente  mi stavi guardando.

Ho abbassato la guardia, da quando sono più tranquilla col lavoro. La mia vita è meno stressata e ho avuto il tempo (30 secondi esatti da quando ti ho visto) per infatuarmi. Ed è successo che mi hai sgamata subito. Le guance che arrossivano, lo sguardo che ti tratteneva, i sorrisi a caso. E hai cominciato a stuzzicarmi, sono diventata una preda inaspettata, che cerchi di catturare con complimenti e giochi da bambino. Ti diverte particolarmente, ad esempio, mettermi in imbarazzo davanti a tutti. Ti diverte vedermi cambiare colore e non riuscire a reggere il tuo sguardo, cercando riparo dietro i capelli.

E’ bastato questo per catalogarti, come faccio con tutti gli uomini. Per decidere che, tanto, neanche di te mi potrei fidare.

Ma, stavolta, prima di provare a forzare la situazione, prima di alzare il muro a cui di solito affido l’incolumità del mio cuore, quello col filo spinato e col cartello che ti invita a stare alla larga, perché basta, grazie, prima di tutto il casino che potrei combinare, voglio vedere che casino riesci a combinare tu. E’ davvero un gioco o l’ironia ti sta solo facendo da scudo?

Cosa ti aspetti dal nuovo lavoro?

Surprise! 

La tua risata, alle mie spalle, mi stava guardando.

Liebe auf den ersten Blick

Cupido fabbrica l'arco - Parmigianino

Da matti. Svegliarsi col batticuore aspettando il messaggio di un uomo appena conosciuto. Da matti, perché non mi ha nemmeno chiesto il numero.

Eppure, sabato mattina avevo quel batticuore, proprio quello lì. Il battito di un cuore che si era beccato un fulmine, in pieno. Nel momento in cui quell’uomo (quella branda, come mi ricorda l’ormone che si sta intromettendo nel mio post romantico) ha varcato la porta del locale in cui lavoro, con quel sorriso perfetto. Ero già stesa.

– Mi sa che ti ha già sgamata, hai gli occhi a cuore e un sorriso idiota.

Ho sentito qualcosa, non darmi della pazza. Ho sentito qualcosa quando l’ho visto.

– In ogni caso ti ha sgamata, si sta spostando al banco. Proprio di fronte alla tua postazione.

Non lo so come ci siamo ritrovati a parlare con gli occhi, a chiederci: Cosa? Dimmi. No, dimmi tu, sei tu che mi guardi come se mi volessi dire qualcosa. No, dimmi tu, tu lo sai cosa dirmi. E non l’abbiamo detto, abbiamo continuato a guardarci e a sorridere, a tenerci le mani. Mi ha provato a rubare un anello, che gli avrei regalato, se il suo amico non si fosse intromesso per farmelo restituire. Gli avrei anche raccontato la storia di quell’anello. L’ho comprato un anno fa a Trastevere, gli avrei detto, da un ragazzo rumeno che l’aveva creato durante un viaggio in Germania. Ero a Berlino, quando ho fatto questo. Mi chiamava, quell’anello. Quando io non avevo ancora idea che sarei finita proprio a Berlino. Mi piace pensare che ci sia un motivo più grande dietro la decisione di venire qui: un motivo che ancora devo scoprire. E poi guarda, gli avrei detto, guarda le imperfezioni nell’intreccio. Era perfetto. Come lo è uno sconosciuto alto, biondo, occhi marroni, con un sorriso perfetto che mi ha detto che io sono perfetta.

Uno che il giorno dopo non mi ha cercata. Allora l’ho cercato io. Ho trovato il suo contatto (James Bond, scansati) e gli ho scritto, a costo di essere ridicola. E’ stato gentile, ma vago. E quando ha accennato al suo essere brillo la sera prima ho pensato: eccone un altro. Eccone un altro che si tira indietro, che pensa che la notte sia solo un gioco, una dimensione irreale, che la complicità con una donna sia solo il lavoro ben fatto di qualche birra. E così, mi sono scoraggiata. Ho fatto qualche passo indietro anch’io. Nel frattempo speravo, speravo che Torno presto a trovarti significasse Non vedo l’ora di rivederti. Speravo, come una dodicenne, che scrivere il suo nome su un diario lo rendesse mio per sempre. Uno sconosciuto.

E chissà, se tornerà davvero. O se mi cercherà. Se mi guarderà ancora in quel modo, se avrò ancora quel batticuore.

Io continuo a fantasticare, intanto è già il mio fidanzato immaginario. Meglio di niente.

Buon batticuore a tutti!

 

L’ultima volta che…

Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita viva?

Mi ha chiesto, così, a bruciapelo, uno sconosciuto.

La mia prima risposta è stata un tentativo di sdrammatizzare, come al solito:

Sto così male?

Me l’ha richiesto. Oh, cazzo, è una domanda seria.

(Ma che vuole questo?  Chi lo manda, Rob-Brezny?)

Avrei potuto dire che mi è successo quando sono partita per Berlino, ma quel giorno non mi sentivo viva, solo agitata. Mirko? Forse. Stare sulle montagne russe ti tiene sicuramente sveglia. Ma anche viva?

Un anno fa, mentre facevo surf.

Eccola, la risposta vera.

Grazie.

Ed è andato via.

Il tipo di persone che incontri, quelle prendono una birra e magari prima di uscire dalla porta ti fanno una domanda che non ti aspetti e che ti dovresti fare, da sola, più spesso: ecco cosa mi tiene ancora legata al mio lavoro, nonostante si stia facendo largo l’idea di cominciare a fare altro.

Posso andarmene anche alle Hawaii, ma se continuo a lavorare come se fosse l’unica cosa importante della mia vita, non cambierà mai niente.

E questa è l’amara verità di un martedì mattina. Onestamente, credo che sia il momento di una tartelletta ai lamponi nella mia nuova pasticceria preferita.

Have a nice day!

Surfboard on the beach at sunset

 

 

Macchine d’epoca

Non le avrei neanche notate, tutte quelle macchine d’epoca in Prenzlauer Berg, se non avessi conosciuto te, che ne avevi due. I motori. Quella passione che io non so acciuffare, perché non ci capisco niente, neanche so guidare. Non so nemmeno riconoscerle, io, le macchine e le moto. Tu ne ridevi e io ero contenta che avessimo delle cose che potevamo solo guardare. Io i tuoi motori, tu i miei libri.

Ho visto anche tanti cani, qui in zona. Ieri sera, mi è venuto incontro un chihuaua che il padrone aveva lasciato libero. Mi sono messa a ridere, pensando a quando, accarezzando il tuo metalupo, mi hai detto: “I chihuaua non esistono”.

E poi ho visto quella foto. Un uomo spingeva indietro il collo dell’amante, cingendolo con le dita. La testa della donna scivolava, il suo sguardo si perdeva tra le palpebre semichiuse, i muscoli arresi, le vene gonfie di desiderio. Ho sentito i battiti che le sbattevano sulle tempie, il ventre che si scioglieva.

Ero io e tu eri sotto di me. L’altra mano mi strappava la carne dalle costole. Il nostro desiderio era totale ed estremo. Carnale e puro.

Sei il sacrificio finale prima del mio nuovo respiro.

 

 

De scriptura et de immortalitate

Perché non ricominci a scrivere?

Ho mai smesso?

Non si smette mai, che sia un blog, un libro, una frase su un post it, una poesia scritta su un muro, un articolo. Non si smette mai di scrivere, se ami farlo, se hai la necessità innata e primordiale di far uscire il tuo cuore dal tuo pugno, dalle tue dita. Anche se è solo un appunto, anche se è anonimo, anche se è lontano da quello che eri quando scrivevi per farti leggere dalla gente.

Si può davvero scrivere solo per se stessi? Ho sempre pensato di sì. Poi, mi sono imbattuta nell’opinione di Umberto Eco e mi ha fatto riflettere:

“C’è una sola cosa che si scrive solo per se stesso, ed è la lista della spesa.
Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro.
Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno”.

Quando ho cominciato a scrivere su questo blog, non avevo ancora pensato a cosa farci. Non lo so neanche adesso, in realtà. L’idea mi è stata data da una cara amica, che durante una nottata piuttosto alcolica ha deciso che voleva spingermi tra le braccia della mia vera passione, rimessa in un cassetto. E mi ha suggerito: “Perché non riparti con un blog? Anche se dovessi essere la tua unica follower, scrivi!”. Abbiamo parlato dell’eventualità di raccontare aneddoti accaduti nel mio amato mondo notturno e mi è parso inevitabile, come ho scritto nel mio primo post, perché il mio lavoro condiziona la mia vita, tanto da avermi fatta identificare con un vampiro che risorge falena. Quello che la mia amica non sa, è che avevo già un blog, tempo fa, in cui raccontavo tutti i retroscena della mia Roma by night, un blog pieno di pseudonimi e senza riferimenti a nomi a luoghi. Scene un po’ più hard, realtà più crude. Eh lo so che fa più audience! Ora sembro una falena pensionata, al confronto, soprattutto adesso che non ho ancora ripreso a vivere la notte (sono in ritiro). Mi sono stancata di pseudonimi e clandestinità, quindi racconto e vivo un po’ più vicino alla luce, non come prima. Immersa nel buio, per paura che i raggi del sole mi uccidessero. Evoluzione, crescita, scelte consapevoli o meno. Il punto è altrove: prima, come adesso, scrivevo per qualcun altro, per qualsiasi altro. Magari qualcuno che non leggerà ora, ma tra qualche tempo, chi lo sa. Perché, dopo almeno due decenni di diari segreti, nascosti più o meno bene, ho capito che il segreto più segreto che abbia mai scritto, in fondo, vorrebbe essere letto da qualcuno diverso da me. E i racconti, le riflessioni, gli aforismi, le poesie impressi su banchi, diari, muri, foglietti, agende accanto al telefono di casa, quando si parlava a bassa voce per non farsi sentire da mamma, vivono del sogno inconfessabile di essere scovati. Si scrivono storie per renderle immortali. E ogni storia che scriviamo parla di noi stessi, anche se si tratta di un noi stessi in attesa dietro una virgola o che spunta all’improvviso davanti a una sinèddoche, anche quando sembra che parli di altri.

“Per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo”.

(C. Bukowski)

Il magico potere dell’esaurimento

Ho un armadio quasi spoglio, adesso. Il trasloco dai miei 15 anni a Roma si può riassumere in: quando ti sei stufata di fare scatoloni, butta tutto. Un metodo che Marie Kondo (autrice del best seller Il magico potere del riordino) non approverebbe. Non che io abbia letto il libro (e lo dico per non farle cattiva pubblicità, visto che sono l’anti-ordine), solo recensioni e articoli vari, che tra l’altro mi hanno fatto venir voglia di leggerlo. Ma so che l’esaurimento nervoso da trasloco non è esattamente quello che la metodica e ordinata incarnazione del mio opposto intende nel suo libro. Se parliamo di matrice, quindi, c’è una bella differenza. Se parliamo, invece, di risultato, mi posso definire una nuova e inaspettata fan del riordino, che nel mio caso si è svolto ponendomi alcune domande, man mano che aprivo e svuotavo cassetti, scaffali e armadi:

  • Quanto tempo è che mi sono dimenticata dell’esistenza di questo oggetto?
  • Ah, ma dai, non l’avevo buttato con l’altro trasloco?
  • Chi me l’ha regalato?
  • Che coraggio ci vuole ad ammettere che questa bomboniera fa cagare? (Tra l’altro, non mi ricordo neanche di quale laurea/matrimonio/battesimo si tratta. Ah, ci sono ancora i confetti attaccati!)
  • Mi serve?
  • Mi sta bene addosso?
  • E’ distrutto?
  • Entra in valigia?

Be’, vi assicuro che con gli oggetti importanti, necessari, meritevoli di avere uno spazio nella mia vita, queste domande non hanno avuto neanche il tempo di nascere. Una selezione naturale. Ho tenuto con me tutto quello che voglio tenere davvero. Il resto l’ho suddiviso in due categorie: cose da regalare e cose da buttare. Punto.

Tutto ciò che ho portato qui, nella mia prima casa, subirà un’altra scrematura quando mi trasferirò a Berlino, non solo (per quanto riguarda il vestiario) a causa del clima leggermente più rigido, ma anche perché ancora non ho un alloggio fisso nella capitale tedesca. E poi, cosa c’è di più bello di cominciare un’altra vita costruendo anche un nuovo mondo di cose? Non avrebbe senso spostare la mia stanza tale e quale da un’altra parte, no? Decisamente, voglio partire leggera.

E sì, confermo: è terapeutico. Dopo aver finito, l’esaurimento è svanito come per magia.

La parte relativa alle persone è più complicata, ma mi sento a buon punto.

P.S. Passatemi il video di Mary Poppins, sto facendo una full immersion di nipotini 🙂

 

 

Da consumarsi entro

Una delle cose da non fare mai – sottolineo, mai – prima di traslocare con armi e bagagli in un altro Paese è perdere la testa per uno che le armi e i bagagli non ha intenzione di spostarli. Accanto a questa insignificante voce nel mio elenco di cazzate pre-partenza, adesso, c’è una doppia spunta, rossa, che lampeggia. E non pensiate che lampeggi per indicare una zona di pericolo. No, PERICOLO era già scritto sopra ogni parola della frase: perdere-la-testa-per-un-uomo-prima-di-partire. La doppia spunta mi sta dicendo altro, non un avvertimento, non un rimprovero, solo una secca constatazione: sei una cretina.

Una data di scadenza, in qualsiasi tipo di rapporto (ma, credo, non solo nel campo relazionale), non è un fattore da sottovalutare. Il tempo assume un valore predominante, nel bene e nel male.

Ho conosciuto Mirko un anno e mezzo fa, quando ancora pensavo h24 a un altro. Quindi, ogni suo tentativo di uscire con me naufragava, abbattuto da no, grazie alti come onde anomale. Nonostante tutto, il naufrago si è salvato e rifugiato in una finta friendzone che gli ha permesso, di tanto in tanto, di sondare il terreno. Come ha fatto due mesi fa, quando mi ha riscritto e l’ho informato della mia decisione di lasciare Roma a breve. “Allora, dobbiamo vederci per forza” ha rilanciato. La vigliacca che è in me, a quel punto, è uscita fuori, riparandosi dietro lo scudo del che vuoi che succeda, tra un po’ me ne vado a fanculo, e ha detto sì. Facile, mi dicevo, al massimo mi diverto una sera e, se non lo voglio rivedere, non mi seguirà certo fino in Germania (quanto era vero).

Chissà perché, quando esco con qualcuno, penso subito all’eventualità di una fuga e mai all’eventualità di voler restare. Quella sera mi sono decisamente divertita. Ma poi, è successo l’inimmaginabile: stranamente, non volevo prendere un taxi e dirgli bye bye. Non volevo nemmeno muovermi dalle sue braccia, figuriamoci dal suo letto o da casa sua. Panico.

Sono seguite due settimane di follia. Una psicopatica si era impossessata di me e mi spingeva a correre contro il tempo che passava, premere forte l’acceleratore e scatenare primavera-estate-autunno-inverno in poco più di 20 giorni. Camminavo per strada pensando al colore della felicità, per poi impazzire di gelosia (io, gelosa!!!) due secondi dopo, disperarmi e tornare gaia e soddisfatta come una bambina che azzanna lo zucchero filato, sti cazzi se mi si appiccica dovunque e mi vengono le carie.

Lui, all’inizio, mi ha seguita a ruota nella mia folle corsa senza freni, affascinato. Mi ha voluta, cercata, assecondata, corteggiata, provocata e lasciata sulle spine. Ha giocato con me, al mio gioco, fino a rendermi parte debole in attesa di una mossa che mi facesse rimettere in discussione tutto e impazzire completamente.

Ma il tempo di chi parte è diverso dal tempo di chi resta e le ultime due settimane passate insieme sono diventate giorni da dedicare a un legame affettuoso, sì, anche curioso, ma in dirittura d’arrivo. Mentre io ero sempre più affamata di emozioni, di noi, di vento nei capelli, lui rallentava, fino a tirare il freno a mano e, successivamente, abbozzare una retromarcia, gentile, che non mi staccava gli occhi dalle pupille, piena di perché cazzo te ne vai, ma pur sempre una retromarcia.

Ci siamo lasciati, con un bacio leggero e frettoloso, davanti alla fermata di un tram. La pioggia, il cielo grigio e la mia voglia di salire sul tram prima possibile per non guardarlo ancora. Il giorno era arrivato e non potevo fare altro che… niente. Non potevo farci proprio niente. Solo andare via. Non un rimorso, né una lacrima, solo una presuntuosa nostalgia.

Niente male come ultima storia prima della mia nuova vita, vero? Forse non è stata una mossa così sbagliata mettere la doppia spunta. Sarò anche una cretina, ma una felicità simile, in così poco tempo e in un modo così improvviso e sconosciuto, non l’avevo mai provata. Non è necessario il lieto fine, per avere una storia meravigliosa.

Se poi la vogliamo dire tutta, gli elenchi mi hanno sempre dato fastidio. E ancora più fastidio degli elenchi, me lo arreca la parola mai, soprattutto se sottolineata.