Sogni di carta

Tutto si riduce a oggi. Cioè, all’altro ieri. L’altro ieri camminavo per Köpenicker straße e pensavo, appunto: “Tutto si riduce a oggi”.

Non in modo riduttivo, né in modo conclusivo. Pensavo più a un momento culminante.

L’altro ieri ho preso un sogno dal cassetto e l’ho messo sulla scrivania, l’ho tenuto insieme con un elastico, chiuso in una busta e messo nello zaino. Con quel sogno di carta sulle spalle, sono andata al lavoro. L’ho appeso allo schienale della mia sedia.

Dopo otto ore, me lo sono rimesso sulle spalle e sono andata a spedirlo. Il destinatario è una casa editrice che ha indetto un concorso letterario.

Ho fatto tutto con tranquillità, pensando solo tutto si riduce a oggi. Dove tutto sono gli anni più confusi e nervosi e arrabbiati della mia vita, pieni di tentativi andati male e di burroni evitati per miracolo, di amori non corrisposti e di fiducia sprecata. In questi anni avrei potuto scrivere tanti romanzi, o forse uno più lungo di quello che ho scritto, se non lo avessi cestinato e ripreso da capo mille volte. Se non lo avessi guardato schifata, per poi chiedergli scusa e riguardarlo con amore. E ricominciare. Un’odissea, insomma. Ma non è dipeso assolutamente da quelle pagine, che in realtà ho amato in tutte le versioni che hanno provato a sopravvivere alla mia insicurezza isterica e drastica.

Fin quando non ho deciso che la mia ricerca della perfezione doveva arrivare a un punto e quel punto doveva permettere a un sogno di vivere e a me stessa di incassare tutti gli eventuali rifiuti del mondo, senza, per un momento, rinunciare a crederci.

Sono tornata a casa e non riuscivo a infilare le chiavi nella porta, l’altro ieri. Mi tremavano le mani. E ho pianto senza ragione, con un milione e mezzo di motivi.

Mi sento felice.

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Una finestra aperta

Mi stacco per un momento dal mio racconto, per scrivere un po’ di me.

Ho sempre bisogno di volare con la fantasia per vivere la realtà e ho bisogno di fare il processo inverso per vivere meglio la fantasia.

E’ un periodo affascinante. Mi esploro tanto, tanto da rischiare di perdermi dentro me stessa. Trovo risposte a domande. Me le rifaccio. Trovo altre risposte. Arrivo a soluzioni. Sfascio tutto di nuovo.

Interrogo il mio passato e guardo al futuro. Avida di conoscenze, bramosa di ignoto.

Tuttavia, oggi mi sono resa conto che spesso mi sfuggono i dettagli del presente.

Allora, ho visto il suo sorriso, il suo maglione bianco, i suoi occhi che mi guardavano mentre ridevamo. Non ho visto solo me stessa che si fa domande anche mentre parla con lui, che si sente fuori posto e poi va in bagno a guardarsi allo specchio, pensando: come sarà stato per lui guardarmi? Oggi no. Lui è lo stesso di qualche mese fa, quello che chiedevo alla luna di far restare nel mio letto. Quello dal cui abbraccio non mi liberavo ma volevo scappare. Lo stesso al quale ho detto: “Non posso stare con uno come te, ne ho avuti troppi, restiamo amici”. Mi sta riuscendo abbastanza bene, ma altrettanto bene mi è riuscito tormentarmi chiedendomi perché mai non si è innamorato di me alla follia. Ché siamo così simili e così stronzi. E così impauriti dall’amore e così liberi da catene. Così allegri e così intraprendenti. Fragili e orgogliosi. E allora, perché mai non si è innamorato di me?

Non si è innamorato. Punto. Sono una che ha difficoltà a farsi amare, sono sempre sfuggente e poi quando fuggono li cerco. Ho da sempre una paura fottuta dell’amore. Non si è innamorato di me, ma nemmeno io, a dirla tutta, mi sono innamorata di lui. Inseguivo, per abitudine, l’uomo che più di tutti, nel mucchio, mi avrebbe fatta sentire viva e il giorno dopo morta. Inseguivo l’instabilità emotiva unita al meraviglioso piacere carnale. L’adrenalina. E mentre lo inseguivo, scappavo per paura di me stessa.

Oggi le parole erano quelle che abbiamo detto, non indizi su cui indagare.

Lui ha un bel sorriso, dei begli occhi e indossava un bel maglione. Io ho un bel sorriso, dei begli occhi e indossavo una camicia fighissima. Il sole entrava attraverso i vetri. E per un breve momento, non mi sono fatta domande. Ho smesso di scavare per capire. Ho goduto del presente. Mi ha ridato aria, è stato come aprire una finestra dopo un tempo troppo lungo dentro una stanza chiusa, a respirare aria viziata.

Entra nostalgia dalla finestra

Dolores O’Riordan è stata una voce costante nella mia vita, a partire dalla mia adolescenza. Come molte altre persone, potrei ricollegare ogni canzone dei Cranberries a un mio stato d’animo, a un ricordo.

La nostalgia a volte è fredda, altre dà calore. Stasera, appena ho letto della morte di Dolores, la nostalgia che mi è entrata in circolo era una finestra lasciata aperta in queste notti berlinesi: il gelo. Perché, con una folata di vento, mi ha sbattuto in faccia le immagini di un tempo passato, in cui ero già me eppure cominciavo a diventarlo, in cui abbracciavo un cuscino e pensavo a un bacio rubato, in cui sognavo cosa sarebbe stato, in cui scrivevo le mie emozioni e poi correvo a vivere, a mettere pietre sopra, a ossessionarmi e pentirmene e a ossessionarmi di nuovo. Vivere e amare struggendosi, come solo gli adolescenti sanno fare.

Il passato sembra sempre più poetico del presente e, dovunque, sono disseminate petites madeleines a ricordarcelo.

A parte Dolores e i pensieri adolescenziali, oggi è stata una giornata faticosa. Al lavoro, soprattutto. Sono tornata a casa con un mal di testa così forte che mi sono sdraiata a letto e ho solo desiderato il silenzio, il più a lungo possibile.

Cerco costantemente di fare tante cose, per stare bene, per sentirmi soddisfatta, per riempire i vuoti. La controparte è che, non essendo indistruttibile, ho i miei momenti di crollo. Tra i progetti che sto portando avanti, c’è un romanzo che ho quasi finito di revisionare, ma che ha rallentato un po’ a causa di progetti più immediati e concreti. Uno di questi è prepararmi per un colloquio al dipartimento marketing dell’azienda in cui lavoro, un altro è lo studio del tedesco e un altro ancora è un blog di viaggi che è già in partenza. Il mio entusiasmo non frena, ma il mio fisico sì.

Ma che fine fa, in tutto questo, l’amour? Accantonato in un angolo, con la paura a fargli da bodyguard.. Allora molto meglio, adesso, puntare alla realizzazione di me. Non ho tempo per l’amour nella vita reale. 

Nella vita fantasy, invece sì: ricomincerò a scrivere delle avventure dei protagonisti della Leggenda della Perla Rossa. Devo ammettere che cimentarmi con questo genere mi ha fatto molto bene e, anche, che mancava un apostrofo rosa nel racconto. Devo rimediare 😉

Ora vado a farmi un bagno caldo. Tradisco il silenzio per crogiolarmi tra schiuma e pensieri in evaporazione con la voce di Dolores in sottofondo.

 

Dicembre, Saturno e Tinder

Saturno è entrato nel segno del Sagittario nel Dicembre del 2014 e, finalmente, va via tra qualche giorno.

Spero che abbia fatto tante foto ricordo, perché pare che torni tra 30 anni. L’ultima volta, avevo qualche mese di vita, quindi non si sarà fatto troppe risate. Stavolta, invece, mi ha beccata in pieno. Nel bel mezzo delle mie scelte “migliori”.

La mia vita è sempre più riassumibile nella frase: prendere in pieno. Ho preso in pieno la crisi del lavoro (faccio parte della generazione che non si è potuta permettere troppo facilmente una carriera né una famiglia, figuriamoci conciliarle – sulla seconda ho spinto poco per la verità). Ho preso in pieno la crisi dell’uomo che giustifica la sua mollezza e/o la sua allergia alle relazioni, puntando il dito contro l’indipendenza femminile, che spesso identifica con la stronzaggine.

E io sono stronza davvero – mi piace ripeterlo, lo so – ma mica do la colpa a TUTTI loro (solo a qualcuno e alla lettura compulsiva di Cioè).

Sono stati anni faticosi, che finalmente volgono al termine. Il succo è questo: il 20 dicembre questo simpatico pianeta si leva di torno e io mi prendo le mie soddisfazioni. Sì, sì. Champagne!

Lo dicono tutti: Branko, Simon, Fox e pure Breszny (lui in modo un po’ più poetico). Cosa dite? Mi regala un anello? Ma no, Saturno è tirchio.

Universo e “oroscopari” a parte, il mese del mio compleanno è sempre molto impegnativo, perché (più o meno) festeggio tutto il mese. Più champagne, dunque. Più soldi spesi bene. Più allegria. Più convincersi che sempre si può andare avanti.

Anche quando, nel mese dei festeggiamenti, perdi qualcuno che ha avuto un ruolo molto importante nella tua vita. Come scrive John Niven (non testualmente, non ricordo la citazione a memoria e ho prestato “Maschio, Bianco, Etero” a un’amica): la morte ci insegna a vivere.

Prima di questo, però, ci fa guardare dentro e ci fa fare mille domande autolesionistiche, come ad esempio: ho fatto abbastanza? E’ il momento del game over, in cui al massimo puoi chiedere scusa per quello che non hai fatto o hai fatto male alla persona che hai perso. Che non si sa se ti sente o no, ma tu comunque ci provi. Io credo negli spiriti. Mi è sempre piaciuto crederci. Quindi niente, parlo quando posso con loro.

Saturno o no, i calci in culo arrivano anche nel mese del compleanno. Arrivano anche quando non ti sembra possibile, perché pensi che tutto dipenda da te, che hai messo le basi per qualcosa di nuovo, che credi di più in te stessa, che prendi il mondo a morsi, ecc ecc. Insomma, il risveglio di Wonder Woman. E intanto, la vita continua il suo corso.

Ma adesso, quello che davvero dipende da me è capire la lezione di Saturno e quella di 34 anni di vita.

Come primo atto della mia nuova consapevolezza, quindi, mi sono fatta Tinder.

E se ve lo steste chiedendo: no, non ho ancora voluto incontrare nessuno dei miei match.

Vai a sapere Saturno come ci è riuscito.

Spensierami, baby

Ho messo gli occhi su un nuovo Toy Boy.

gnente, possiamo dire che il 2017 segna il mio passaggio dal reparto geriatria al reparto “fai un salto fuori dall’adolescenza”. Che io abbia smesso di cercare una mia figura paterna e stia diventando l’altrui figura materna?

Il malcapitato mi ha attraversato la strada durante il mio cammino verso la positività (“mi creda, Vostro Onore”), mentre passeggiavo un po’ beata e un po’ no, con un vaffanculo sulla parte posteriore della mia t-shirt (se vogliamo rendere l’immagine più realistica: sulla parte posteriore del cappotto che sta sopra il maglione, che sta sopra il maglioncino, che sta sopra la maglietta. Non chiamatelo vestirsi a cipolla, chiamatelo mutazione in matrioska).

Dicevamo… ah, il vaffanculo. Parola che, insieme all’altrettanto taumaturgico ‘sti cazzi, mi ha slacciato più volte le scarpe, me le ha sfilate, ha fatto cascare dei sassolini rompipalle, e me le ha rimesse e riallacciate. Il cammino è nuovo e, come sempre, non se ne vede la fine. Non si vede un fico secco, in realtà. Di luce ce n’è poca. Pochi lampioni, per fortuna. Si sa, noi falene ci andiamo a sbattere in continuazione, grande perdita di tempo e di salute. Molte di noi ci restano stecchite. Molto più desiderabile la luce della luna, che non ci fa alla griglia e ci permette di vedere il necessario per mettere un passo dietro l’altro. E ci fa mirare in alto, che ve lo dico a fare.

Ma torniamo a noi. Cammina, cammina, cammina… Mi era venuta sete e sono andata a comprare una birra in un negozio. E chi ci trovo? Il fanciullo, appunto. Un giovane studente di ingegneria con tanto di lavoro notturno e testa sulle spalle (grandi spalle). Tecnicamente, quindi, forse non è lui che ha attraversato, ma io che ho fatto una deviazioncina. A mia discolpa, dirò che sembra davvero un mio coetaneo (“Vostro Onore, ho una foto da qualche parte, gliela mando e poi mi dice se non sto forse dicendo il vero!”).

Tutto ciò per confermare quello che già sospettavo: c’è Toy Boy e Toy Boy.

E ribadire quello che ho pensato io tutte le volte che sono riuscita a pensare fuori dal focus della lente di ingrandimento del resto del mondo: la spensieratezza è una condizione magica. Non manda via i pensieri, li alleggerisce. Tramuta i macigni in nuvolette carine carine che prendono forme carine carine.

Contemplo questa condizione, deliziata e soddisfatta. Soprattutto perché io, nelle nuvole, ci vedo sempre montagne di panna e schiere di muffin.

 

 

 

Surprise

Cosa ti aspetti dal nuovo lavoro? mi ha chiesto il tizio di non mi ricordo quale ufficio di non mi ricordo quale dipartimento. Non mi ricordo, perché non lo ascoltavo dal momento che sapevo che eri seduto dietro di me e riuscivo a pensare solo al fatto che sicuramente  mi stavi guardando.

Ho abbassato la guardia, da quando sono più tranquilla col lavoro. La mia vita è meno stressata e ho avuto il tempo (30 secondi esatti da quando ti ho visto) per infatuarmi. Ed è successo che mi hai sgamata subito. Le guance che arrossivano, lo sguardo che ti tratteneva, i sorrisi a caso. E hai cominciato a stuzzicarmi, sono diventata una preda inaspettata, che cerchi di catturare con complimenti e giochi da bambino. Ti diverte particolarmente, ad esempio, mettermi in imbarazzo davanti a tutti. Ti diverte vedermi cambiare colore e non riuscire a reggere il tuo sguardo, cercando riparo dietro i capelli.

E’ bastato questo per catalogarti, come faccio con tutti gli uomini. Per decidere che, tanto, neanche di te mi potrei fidare.

Ma, stavolta, prima di provare a forzare la situazione, prima di alzare il muro a cui di solito affido l’incolumità del mio cuore, quello col filo spinato e col cartello che ti invita a stare alla larga, perché basta, grazie, prima di tutto il casino che potrei combinare, voglio vedere che casino riesci a combinare tu. E’ davvero un gioco o l’ironia ti sta solo facendo da scudo?

Cosa ti aspetti dal nuovo lavoro?

Surprise! 

La tua risata, alle mie spalle, mi stava guardando.

Liebe auf den ersten Blick

Cupido fabbrica l'arco - Parmigianino

Da matti. Svegliarsi col batticuore aspettando il messaggio di un uomo appena conosciuto. Da matti, perché non mi ha nemmeno chiesto il numero.

Eppure, sabato mattina avevo quel batticuore, proprio quello lì. Il battito di un cuore che si era beccato un fulmine, in pieno. Nel momento in cui quell’uomo (quella branda, come mi ricorda l’ormone che si sta intromettendo nel mio post romantico) ha varcato la porta del locale in cui lavoro, con quel sorriso perfetto. Ero già stesa.

– Mi sa che ti ha già sgamata, hai gli occhi a cuore e un sorriso idiota.

Ho sentito qualcosa, non darmi della pazza. Ho sentito qualcosa quando l’ho visto.

– In ogni caso ti ha sgamata, si sta spostando al banco. Proprio di fronte alla tua postazione.

Non lo so come ci siamo ritrovati a parlare con gli occhi, a chiederci: Cosa? Dimmi. No, dimmi tu, sei tu che mi guardi come se mi volessi dire qualcosa. No, dimmi tu, tu lo sai cosa dirmi. E non l’abbiamo detto, abbiamo continuato a guardarci e a sorridere, a tenerci le mani. Mi ha provato a rubare un anello, che gli avrei regalato, se il suo amico non si fosse intromesso per farmelo restituire. Gli avrei anche raccontato la storia di quell’anello. L’ho comprato un anno fa a Trastevere, gli avrei detto, da un ragazzo rumeno che l’aveva creato durante un viaggio in Germania. Ero a Berlino, quando ho fatto questo. Mi chiamava, quell’anello. Quando io non avevo ancora idea che sarei finita proprio a Berlino. Mi piace pensare che ci sia un motivo più grande dietro la decisione di venire qui: un motivo che ancora devo scoprire. E poi guarda, gli avrei detto, guarda le imperfezioni nell’intreccio. Era perfetto. Come lo è uno sconosciuto alto, biondo, occhi marroni, con un sorriso perfetto che mi ha detto che io sono perfetta.

Uno che il giorno dopo non mi ha cercata. Allora l’ho cercato io. Ho trovato il suo contatto (James Bond, scansati) e gli ho scritto, a costo di essere ridicola. E’ stato gentile, ma vago. E quando ha accennato al suo essere brillo la sera prima ho pensato: eccone un altro. Eccone un altro che si tira indietro, che pensa che la notte sia solo un gioco, una dimensione irreale, che la complicità con una donna sia solo il lavoro ben fatto di qualche birra. E così, mi sono scoraggiata. Ho fatto qualche passo indietro anch’io. Nel frattempo speravo, speravo che Torno presto a trovarti significasse Non vedo l’ora di rivederti. Speravo, come una dodicenne, che scrivere il suo nome su un diario lo rendesse mio per sempre. Uno sconosciuto.

E chissà, se tornerà davvero. O se mi cercherà. Se mi guarderà ancora in quel modo, se avrò ancora quel batticuore.

Io continuo a fantasticare, intanto è già il mio fidanzato immaginario. Meglio di niente.

Buon batticuore a tutti!

 

L’ultima volta che…

Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita viva?

Mi ha chiesto, così, a bruciapelo, uno sconosciuto.

La mia prima risposta è stata un tentativo di sdrammatizzare, come al solito:

Sto così male?

Me l’ha richiesto. Oh, cazzo, è una domanda seria.

(Ma che vuole questo?  Chi lo manda, Rob-Brezny?)

Avrei potuto dire che mi è successo quando sono partita per Berlino, ma quel giorno non mi sentivo viva, solo agitata. Mirko? Forse. Stare sulle montagne russe ti tiene sicuramente sveglia. Ma anche viva?

Un anno fa, mentre facevo surf.

Eccola, la risposta vera.

Grazie.

Ed è andato via.

Il tipo di persone che incontri, quelle prendono una birra e magari prima di uscire dalla porta ti fanno una domanda che non ti aspetti e che ti dovresti fare, da sola, più spesso: ecco cosa mi tiene ancora legata al mio lavoro, nonostante si stia facendo largo l’idea di cominciare a fare altro.

Posso andarmene anche alle Hawaii, ma se continuo a lavorare come se fosse l’unica cosa importante della mia vita, non cambierà mai niente.

E questa è l’amara verità di un martedì mattina. Onestamente, credo che sia il momento di una tartelletta ai lamponi nella mia nuova pasticceria preferita.

Have a nice day!

Surfboard on the beach at sunset

 

 

Macchine d’epoca

Non le avrei neanche notate, tutte quelle macchine d’epoca in Prenzlauer Berg, se non avessi conosciuto te, che ne avevi due. I motori. Quella passione che io non so acciuffare, perché non ci capisco niente, neanche so guidare. Non so nemmeno riconoscerle, io, le macchine e le moto. Tu ne ridevi e io ero contenta che avessimo delle cose che potevamo solo guardare. Io i tuoi motori, tu i miei libri.

Ho visto anche tanti cani, qui in zona. Ieri sera, mi è venuto incontro un chihuaua che il padrone aveva lasciato libero. Mi sono messa a ridere, pensando a quando, accarezzando il tuo metalupo, mi hai detto: “I chihuaua non esistono”.

E poi ho visto quella foto. Un uomo spingeva indietro il collo dell’amante, cingendolo con le dita. La testa della donna scivolava, il suo sguardo si perdeva tra le palpebre semichiuse, i muscoli arresi, le vene gonfie di desiderio. Ho sentito i battiti che le sbattevano sulle tempie, il ventre che si scioglieva.

Ero io e tu eri sotto di me. L’altra mano mi strappava la carne dalle costole. Il nostro desiderio era totale ed estremo. Carnale e puro.

Sei il sacrificio finale prima del mio nuovo respiro.

 

 

De scriptura et de immortalitate

Perché non ricominci a scrivere?

Ho mai smesso?

Non si smette mai, che sia un blog, un libro, una frase su un post it, una poesia scritta su un muro, un articolo. Non si smette mai di scrivere, se ami farlo, se hai la necessità innata e primordiale di far uscire il tuo cuore dal tuo pugno, dalle tue dita. Anche se è solo un appunto, anche se è anonimo, anche se è lontano da quello che eri quando scrivevi per farti leggere dalla gente.

Si può davvero scrivere solo per se stessi? Ho sempre pensato di sì. Poi, mi sono imbattuta nell’opinione di Umberto Eco e mi ha fatto riflettere:

“C’è una sola cosa che si scrive solo per se stesso, ed è la lista della spesa.
Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro.
Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno”.

Quando ho cominciato a scrivere su questo blog, non avevo ancora pensato a cosa farci. Non lo so neanche adesso, in realtà. L’idea mi è stata data da una cara amica, che durante una nottata piuttosto alcolica ha deciso che voleva spingermi tra le braccia della mia vera passione, rimessa in un cassetto. E mi ha suggerito: “Perché non riparti con un blog? Anche se dovessi essere la tua unica follower, scrivi!”. Abbiamo parlato dell’eventualità di raccontare aneddoti accaduti nel mio amato mondo notturno e mi è parso inevitabile, come ho scritto nel mio primo post, perché il mio lavoro condiziona la mia vita, tanto da avermi fatta identificare con un vampiro che risorge falena. Quello che la mia amica non sa, è che avevo già un blog, tempo fa, in cui raccontavo tutti i retroscena della mia Roma by night, un blog pieno di pseudonimi e senza riferimenti a nomi a luoghi. Scene un po’ più hard, realtà più crude. Eh lo so che fa più audience! Ora sembro una falena pensionata, al confronto, soprattutto adesso che non ho ancora ripreso a vivere la notte (sono in ritiro). Mi sono stancata di pseudonimi e clandestinità, quindi racconto e vivo un po’ più vicino alla luce, non come prima. Immersa nel buio, per paura che i raggi del sole mi uccidessero. Evoluzione, crescita, scelte consapevoli o meno. Il punto è altrove: prima, come adesso, scrivevo per qualcun altro, per qualsiasi altro. Magari qualcuno che non leggerà ora, ma tra qualche tempo, chi lo sa. Perché, dopo almeno due decenni di diari segreti, nascosti più o meno bene, ho capito che il segreto più segreto che abbia mai scritto, in fondo, vorrebbe essere letto da qualcuno diverso da me. E i racconti, le riflessioni, gli aforismi, le poesie impressi su banchi, diari, muri, foglietti, agende accanto al telefono di casa, quando si parlava a bassa voce per non farsi sentire da mamma, vivono del sogno inconfessabile di essere scovati. Si scrivono storie per renderle immortali. E ogni storia che scriviamo parla di noi stessi, anche se si tratta di un noi stessi in attesa dietro una virgola o che spunta all’improvviso davanti a una sinèddoche, anche quando sembra che parli di altri.

“Per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo”.

(C. Bukowski)