La Roccia della Luna (The End)

Avrei voluto farvi aspettare meno del solito, invece sono passati due mesi. Ma eccoci alla fine. Spero che valga il vostro perdono 😉

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Dopo poche ore dall’inizio del combattimento, il mare era inchiostro nero di tenebre, della densità del sangue delle vittime. La Fata Murice vide con chiarezza che neanche la Coda a Tre Pinne sarebbe durata a lungo sotto i colpi della furia dei tentacoli maligni. La forza di Bentruk frustava i fondali e ne squarciava le creature. Alla Fata non restava che battere la ritirata, aiutare quello che restava del suo esercito a prendere uno dei sentieri subacquei che li avrebbero portati oltre Treeluv, verso le Isole Invisibili, dove avrebbero potuto rifugiarsi in acque più tranquille. Almeno per il momento. Richiuso il sentiero della salvezza, dietro l’ultima donna con le branchie che era riuscita a far scappare, fuggì lei stessa, attraverso un altro sentiero: lo stesso che David e Vittoria avevano scoperto da bambini. Sulla rive di Treeluv depose la Coda portentosa, che questa volta non era stata sufficiente a difendere il suo regno. Si voltò a guardare il mare. E pianse. “Non c’è tempo – disse ricomponendosi – non c’è tempo”. Chiuse gli occhi e cacciò fuori un urlo acuto e sibilante, spaventoso. Un momento dopo, la Strega del Bosco della Vittoria, il Mago Gufo, Sfunf e la Regina dei Gelsomini erano attorno a lei. “Presto, non c’è tempo. Il momento è arrivato. Sta raggiungendo la terraferma e ogni istante che passa diventa più forte”. “Si nutre delle sue vittime – la interruppe Sfunf – Bentruk si nutre di vita e di paura, di coraggio e di speranza, di odio e amore”. “Come fai a saperlo?” chiese la Strega. “La pozione dell’empatia l’abbiamo messa a punto insieme, da ragazzi. Era l’arma per indebolire i nemici, rendendoli capaci di sentire tutto il dolore e il terrore che infliggevano agli altri. Le nostre intenzioni erano di usarla quando saremmo stati attaccati da una ombra maligna. Non ci era mai successo, ci preparavamo al peggio. Ma dopo qualche tempo, fu Bentruk a diventare quell’ombra e quello che fece alla nostra pozione fu di invertirne l’effetto: non più una debolezza, ma una forza crescente, al crescere dei sentimenti altrui. Pare che gli sia riuscito bene”. “Non capisco, come mai tu e Bentruk…” continuò la Strega. “Ma come, cara, Sfunf e lo Stregone erano amici inseparabili da piccoli, lo sanno tutti – precisò la Regina dei Gelsomini, che tardò qualche secondo ad accorgersi dello sguardo di fuoco che le indirizzava il Folletto – ma forse non proprio tutti” concluse chinando il capo. “Non c’è tempo! Chiamiamo David” riprese la parola Murice. Il Mago Gufo guardò Vittoria, la quale annuì e si smaterializzò, per ricomparire dopo pochi istanti insieme a David.

“I fondali sono stati annientati. Bentruk si avvicina per colpire anche Treeluv e il suo popolo – il Mago Gufo fissava David senza sbattere le palpebre e i suoi occhi arancioni sembravano voler diventare grandi quanto la luna – Tieni, ti servirà per combattere”. Gli porse un pugnale dalla lama sottile quanto una foglia dell’albero della sensibilità. Pensò al Fringuello, che quelle foglie profumate e leggere le regalava alle donne per conquistarle e a Nocrez che ne doveva stare lontano, perché di sensibilità era già colmo e potevano avere un effetto devastante. Tornò con la mente al presente, quando Sfunf brontolò: “Il pugnale ammazzamago… Non sarà inutile contro Bentruk?”. Sembrava stesse per continuare la frase, ma si interruppe, come se volesse tapparsi la bocca lui stesso, questa volta. Il Gufo gli rivolse un muto rimprovero. “E’ l’arma più utile in questo frangente. E noi saremo qui a combattere con David, con tutta la magia a nostra disposizione”. Il Mago e l’uomo si guardarono scambiandosi un gesto d’intesa abbassando il capo e serrando le mascelle in una specie di aspirante sorriso. “Ora vai a chiamarlo, Sfunf”. “Non è necessario, sta arrivando” disse il Folletto indicando la nube nera che avanzava verso la spiaggia a grande velocità.

Un rumore di mille tuoni li stordì e lo Stregone prese forma davanti a loro. La Strega del Bosco della Vittoria lanciò ai suoi piedi un’ampolla che, rompendosi, sparse un liquido verde da cui nacquero forti radici che immobilizzarono il nemico. La Regina soffiò un vento di gelsomini, che lo stordì, mentre il Mago Gufo si alzava in volo e sbatteva così forte le ali da creare un vortice d’aria perenne attorno al malvagio Bentruk. Infine, toccò alla Fata Murice imprigionarlo, con un solo gesto delle dita, dentro una conchiglia da cui non sarebbe uscito facilmente. Intanto, David aveva già puntato il pugnale al petto dello Stregone e si scagliò su di lui con una forza sovrumana.

Bentruk rise così forte da far indietreggiare i Maghi.

La lama si era fermata a qualche millimetro dall’obiettivo. E David con lei. Era impietrito e una strana forza lo staccava dal terreno, portandolo verso l’alto. Non poteva voltarsi per vedere Sfunf che lo pilotava con le sue mani, portandolo a un’altezza tale da renderlo inoffensivo, anche se avesse potuto muoversi. Bentruk si liberò di gelsomini, conchiglie, radici e vortici in un colpo solo, pronunciando dei suoni irripetibili e terrificanti. Un attimo dopo, i Maghi erano imprigionati nei loro stessi sortilegi, impotenti e disorientati, furiosi e sgomenti. Non poterono fare altro che guardare David precipitare al suolo, per mano di Sfunf.

Lo Stregone, allora, si avvicinò all’uomo coraggioso, si chinò su di lui e disse: “Voglio il tuo cuore”. Posò una mano sul suo petto e lo squarciò, mentre il grido disperato di Vittoria squarciava la notte.

Prese quello che voleva.

“Povero Sfunf – disse Bentruk reggendo l’organo vitale tra le mani – hai fatto tutto questo per salvarti, ma non saresti morto comunque”. Rise con arroganza e continuò: “Ho terminato di preparare la pozione che ha separato i nostri destini. Tanto tempo fa. Ah, ma sapevo, sapevo, sapevo! – rise ancora avvicinandosi all’amico di tempi scomparsi – sapevo che la tua paura di cessare di vivere sarebbe stata più forte di qualsiasi sentimento, di qualsiasi intento, di qualsiasi ideale. E di ogni altro istinto. Pare che io non sia l’unico cattivone qui, che ne pensi? La tua disperazione per la sopravvivenza ha reso più facile la mia. Dopotutto, i nostri destini sono rimasti incatenati, non credi?”. Sfunf non riusciva a muoversi, tanto era grande la vergogna, tanto era profondo il senso di colpa. Trovò la forza per guardare Vittoria e chiederle scusa senza proferire parola, prima di bere il veleno che aveva portato con sé. La Strega, già trafitta dal dolore per David, intrappolata in un groviglio di radici, non ebbe più fiato per gridare. Rimase con la bocca aperta in un urlo silenzioso, disperato.

Fu allora che arrivò Iridia, circondata da una fitta nebbia di luce lunare. Avanzava piano sulla spiaggia, pesante e leggera allo stesso tempo. “Il cuore del più coraggioso tra gli uomini ti farà trovare la roccia della luna – disse lo Stregone, ripetendo, compiaciuto, l’antica profezia – ma ha fatto molto di più: l’ha portata da me”. Alzò le mani tra le quali teneva il cuore, aspettando il suo premio: la pietra che la Figlia della Cascata d’Avorio portava al collo. Non accadde. Al contrario, fu investito dal fascio di luce così violento che gli sembrò di essere stato scaraventato in un’altra dimensione. Invece, era ancora lì, ma non riusciva a vedere altro che luce. Iridia stava usando la scheggia di Roccia della Luna che, quella stessa notte, la Madre le aveva donato, confessandole di aver nascosto il masso poderoso per un tempo che sembrava ancora immortale.

La fanciulla la usò per rimettere a posto il cuore del suo amato e farlo rivivere, per liberare i Maghi e intrappolare per sempre Bentruk in quella luminosità senza scampo.

“Ti prego – le disse in lacrime la Strega del Bosco della Vittoria – ti prego, salva Sfunf. Se lo Stregone non merita la morte, non la merita neanche lui. Ti prego, dagli una seconda possibilità”. “Ha ucciso David!” fu la risposta. Nessuno dei Maghi osò contraddirla con le parole, ma le loro pupille cercavano una soluzione, un compromesso, una strategia per porre fine a quella morte che nessuno voleva, nonostante l’errore di Sfunf. La paura della morte era una costante nella vita dei Folletti, vulnerabili quasi quanto gli uomini. I meno privilegiati tra gli esseri magici.

David lo capiva più degli altri, nonostante la rabbia per il tradimento e quella che sembrava essere la certezza che lui “non l’avrebbe mai fatto”. Ma, d’altronde, come poteva esserne sicuro? E poi, non si erano mai piaciuti. Soprattutto, non riusciva a guardare Vittoria in quello stato. Prese la mano di Iridia e le disse: “Ti prego, amore mio, salvalo”. Sospirando, Iridia si avvicinò a Sfunf e la Roccia della Luna fece il resto.

Si risvegliò, così stordito da restare, per la prima volta, senza parole. Riuscì solo a guardare con dolcezza la Strega, che sorrideva di gioia pura, mentre il Gufo lo fissava con gli occhi arancioni e gli diceva: “Bentornato, bacchettaro”.

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La Roccia della Luna (part Five)

Chiedendo perdono per la lunga attesa, eccomi tornata con il quinto capitolo. Non vi farò aspettare i prossimi così a lungo, promesso! Dov’eravamo:

I cinque Maghi tendono una trappola a David, per strappargli il cuore dal petto e grazie ad esso trovare la portentosa Roccia della Luna e salvare il mondo da Bentruk e i suoi malefici una volta per tutte. Anche Bentruk vuole il suo cuore per trovare la Roccia: gli servirà per diventare ancora più potente e liberarsi dall’incantesimo che lega la sua sopravvivenza a quella di Sfunf, il quale, pur trovandosi dalla parte dei “buoni”, sa bene che la fine dello Stregone sarà la sua stessa fine. 

Se non avete letto i capitoli precedenti o volete fare un ripasso:

La Roccia della Luna (incipit)

La Roccia della Luna (part One)

La Roccia della Luna (part Two)

La Roccia della Luna (part Three)

La Roccia della Luna (part Four)

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Vittoria canticchiava e disponeva,in ordine di importanza, gli estratti di piante che crescevano nel suo bosco, con le quali amava inventare nuove pozioni e sperimentarne i differenti risultati. Il tavolo di legno massiccio che dominava la capanna adibita a laboratorio magico diventava ogni giorno più affollato. “Una vera strega – pensava, spolverando l’ampolla di liquido viola succhiato via dai fiori che curavano la mente dai pensieri cattivi del passato – deve sempre cercare di migliorare la sua magia e di inventare nuovi incantesimi. C’è bisogno di novità in questo mondo di bacchettari” rise  tra sé, ripetendo l’epiteto con cui Sfunf si rivolgeva ai maghi del suo mondo.

“Mediti di avvelenarci tutti con le tue erbacce?”. Il folletto, cavalcioni sul davanzale della finestra aperta, la guardava sornione. “Imparerai mai a bussare?” lo rimproverò la Strega, con poca convinzione. “Sono venuto a vedere come stai – continuò lui, ignorando il rimprovero – ma dal sorriso e dalla melodia che ho trovato nella tua capanna, direi che stai benone”. La Strega ridacchiò arrossendo. “Mi ha perdonata, Sfunf. Questa è la cosa più importante, è ovvio che sono felice. Pensavo non volesse vedermi mai più – fece una piroetta seguita da riverenza – e invece…”. “E invece, ora ti ama?” il tono sarcastico la infastidì. “Non ho mai chiesto tanto”. “Dovresti” si fece serio Sfunf.

Mentre le lucciole e le stelle illuminavano il bosco della Vittoria in quella notte senza luna, David si perdeva con lo sguardo nel mare e cercava di ideare un piano per arrivare a Bentruk con le sue forze. Ma due pensieri lo distraevano: Iridia e Vittoria. Innamorato profondamente della prima, non voleva spezzare il cuore dell’altra. Le parole di Sfunf gli tornavano in mente come una triste cantilena: “L’hai già uccisa mille volte”.

Non era mai stato un uomo da grandi conversazioni. Era abituato a pescare e a lavorare il legno, attività in cui aprire la bocca non serviva. A volte, com’era stato sette anni prima, i maghi o il suo stesso popolo gli avevano chiesto di prendere il comando di una nave. E, per essere un buon capitano, le parole dovevano essere poche ed efficaci. David era una scultura scolpita nel silenzio dei suoi segreti, la scultura di un uomo forte e deciso, che all’interno celava una grande debolezza: non essere riuscito a salvare la vita della madre, uccisa dal morso di un serpente velenoso, e del padre, quando Bentruk aveva attaccato Treeluv col suo sortilegio. Lo stesso anno in cui era riuscito a salvare, invece, la Perla Rossa. La sua Iridia.

Il mare era calmo quella notte, ma lontano dalla superficie ingannevole, in profondità, la lotta era iniziata. Non c’era stato tempo per riflettere oltre, la Fata Murice aveva già indossato la Coda a Tre Pinne e si preparava a difendere il suo regno. Le radici mortali del maleficio di Bentruk erano arrivati fino al vascello fortezza e, col suo passaggio, aveva ucciso molte creature marine. “Ci siamo” disse Murice alla Sorella dei Fondali. “Ci siamo” rispose l’altra. Si voltarono entrambe a guardare l’esercito di donne con le branchie, dalla pelle color argento e le pinne taglienti come lame, sirene dall’armatura di aculei, pronte al loro canto capace di stordire e terrorizzare, e donne conchiglia, la cui arma era un veleno che paralizzava il nemico per il tempo necessario a distruggerlo e il cui scudo era il loro proprio guscio, considerato inattaccabile.

“Forse non avremo bisogno di David, né della Roccia della Luna” disse con fierezza la Fata.

La Roccia della Luna (part Four)

Abbiamo lasciato David in attesa della visita della Strega del Bosco della Vittoria, decisa a farsi perdonare per il tradimento. E li lasciamo ancora lì, perché, nel frattempo, gli altri Maghi si interrogano su come sconfiggere Bentruk. Ché va bene il coraggio, ma non ci vorrà anche qualcosa in più? Inoltre, un vecchio amico è andato a trovare il minaccioso Stregone. 

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I tentacoli del maleficio di Bentruk avanzavano prepotenti sotto il mare delle Isole dell’Artiglio Nero, nella direzione di Treeluv. Dall’orizzonte cupo si avvicinava inarrestabile una impenetrabile nube di fumo. La Fata Murice aveva chiamato a raccolta tutte le creature marine sopravvissute e le aveva fatte nascondere nel vascello segreto. Molti figli del mare erano morti, schiacciati dal peso delle ramificazioni maligne, intrappolati tra i fitti intrecci e trafitti dagli aculei che dagli stessi scattavano violenti. “Sono pronta a indossare la Coda a Tre Pinne” disse Murice alla Sorella dei Fondali, che aveva annuito in modo solenne.

“Sta accadendo prima del previsto”. La Regina dei Gelsomini, a colloquio con il Mago Gufo, non nascose la sua preoccupazione. “Non ci resta molto tempo, qual è il piano?”. “Il Gufo scosse la testa. “Non c’è nessun piano, se non quello di combattere. Noi con la magia, David con la forza e l’ingegno. Ma, soprattutto, non ci resta che sperare che il suo cuore sia ancora l’esca appetibile che era quando era la Tigre degli Abissi a guidare il gioco”. “Un esca, sì, perfetto. Bentruk non rinuncerà all’unica chiave esistente per arrivare alla Roccia della luna. Un’esca è quello che ci vuole. Fece una pausa, sbattendo le palpebre, riflessiva, per poi sgranare gli occhi su quelli arancioni dell’amico e chiedere, tutto d’un fiato: “Ma per quale trappola?”. Il Mago abbassò lo sguardo sulle sue mani vuote.

Avevano bisogno di un piano.

“Davvero era necessario tutto questo trambusto per prendere il cuore di un uomo?”. La voce alle spalle di Bentruk continuava da un’oretta buona a provare a fargli cambiare idea sulla distruzione già in atto. “Non basta sorprenderlo mentre solca i mari, mentre costruisce una barchetta, neanche quando la debolezza lo fa genuflettere davanti alla Cascata e alla sua Figlia più bella. Quel David è un uomo così comune! A volte persino più noioso e ingenuo degli altri suoi simili. Eppure, nelle situazioni di reale pericolo, quando è richiesto un grande sacrificio, il suo cuore si deforma per contenere il suo proverbiale coraggio, una forza mai vista gli pompa il petto e a guardarlo ci si stupisce della magia che può generare un puramente umano, che dalla magia che conosciamo noi stregoni non è mai stato sfiorato”. Tra la polvere grigia dell’immensa nube che nascondeva ormai la vetta dell’Artiglio Nero, le due ombre fluttuanti discutevano di David e del suo valore, volgendo lo sguardo all’isola di Treeluv. “Se ti ho permesso di venire qui – continuò Bentruk – senza porre fine alla tua ormai inutile vita, è solo perché ancora non ho perfezionato l’incantesimo che mi libera dalla catena che ha legato i nostri destini, la notte del lungo mantello. Ora, però, vattene. Non posso ucciderti, ma ti posso fare del male. Tanto male. La tua presenza mi infastidisce enormemente, Sfunf”.

Il Folletto si smaterializzò nella tenebra dei suoi pensieri, in cui sapeva bene che se i Maghi avessero sconfitto Bentruk, sarebbe finita anche per lui. La notte in cui il lungo mantello era crollato su Treeluv, paralizzando la vita dell’isola, il Folletto e lo Stregone, ai tempi amici inseparabili, erano riusciti a rimetterlo al suo posto, prima che l’effetto della catastrofe fosse definitivo. Ma l’incantesimo creato per salvare il loro mondo, a cui, a quei tempi, era affezionato anche il malefico, aveva creato una catena indistruttibile tra le vite dei due. Tuttavia, Bentruk aveva trovato il modo per liberarsene. Gli serviva solo un potere più grande: quello a cui l’avrebbe condotto il cuore di David.

Sfunf si materializzò di nuovo nel bosco della Vittoria. Voleva sapere cosa si erano detti la Strega e David, ma si fermò a riposare, preoccupato, sul ramo di un albero, sotto la luce della luna che illuminava Treeluv. Ancora per poco.

 

La Roccia della Luna (part Three)

Dov’eravamo? Ah, sì. Eravamo al momento dell’amour! David capisce che i Cinque Maghi gli hanno teso una trappola e vogliono strappargli il cuore per trovare la Roccia della Luna e salvare il mondo dal maleficio di Bentruk. Con la ferita del tradimento che brucia forte, si rifugia tra le braccia della splendida Iridia, la Figlia della Cascata.


 

“Vi dava fastidio il sole? Ecco, oggi vi darà fastidio il diluvio”. Il Fringuello era a dir poco contrariato, pensava che la pioggia torrenziale fosse frutto dell’ira di qualche mago con il potere di cambiare il tempo in base al suo umore e, in quel caso, in base a quanto lo scocciavano gli esseri umani con le loro continue lamentele. David, invece, non sembrava essersi accorto della pioggia torrenziale, continuava a masticare nervosamente le foglie del Perdono, sperando che lo aiutassero nell’intento di capire perché i Maghi lo avevano tradito. Soprattutto, perché la Strega del Bosco della Vittoria era in combutta con loro. Che il ricordo di quando erano ragazzi fosse già svanito? Forse la magia aveva ormai modificato ogni parte di lei. “Adesso – si crucciava David – le importa solo il raggiungimento dello scopo, non il mezzo. Mi sacrificherò io stesso per sconfiggere Bentruk una volta per tutte, non era necessario che architettassero una stupida trappola. Mi hanno teso un’imboscata! E lei ne è responsabile quanto loro!”.

La Strega non era come gli altri Maghi. Era nata puramente umana, unica eccezione al mondo, e aveva acquisito i suoi poteri piano piano, crescendo. C’era in lei il seme della magia, senza dubbio. Tuttavia, quando sua madre l’aveva data alla luce, la bimba aveva pianto proprio come tutti gli altri bambini, senza che il primo ditino mosso o i pugni stretti provocassero esplosioni, né la mutazione di oggetti inanimati in rospi saltellanti, o qualunque cosa facessero i neonati con poteri magici. David se lo ricordava bene, quanto aveva pianto Vittoria (sì, era il bosco ad aver preso il suo nome e non viceversa!). Lui aveva solo quattro anni, ma ancora nella sua testa riecheggiava quel grido arrabbiato. Era la prima volta che vedeva un umano appena nato, aveva visto nascere già altre creature, soprattutto quegli strani uccelli imbranati che avevano fatto il nido sul tetto di casa sua. Ogni volta che nasceva un nuovo uccellino, uno dei fratelli rotolava dal nido e alla madre toccava lasciare l’ultimo arrivato per salvare dal baratro un altro cucciolo. Ma Vittoria non aveva fratelli, quindi non rotolò nessuno. Non ne ebbe neanche in futuro, visto che la madre morì dopo averla regalata al mondo e il padre si lasciò spegnere per la disperazione. Vittoria crebbe come un gatto randagio che la gente nutriva e accarezzava a turno. Crebbe, insomma, nelle case di tutte le famiglie del popolo. Quando entrò nella casa di David, aveva già 5 anni e lui ricordava quell’anno come uno dei più belli della sua vita. Divennero amici inseparabili. Fu proprio in quel periodo, tra l’altro, che Vittoria cominciò a capire che poteva fare quello che gli altri esseri umani non potevano. Far cadere dolcemente nel suo cesto i frutti dagli alberi, aprire varchi tra le rocce e innalzare muri di cespugli dove prima c’era solo terra arida e nuda, per giocare a nascondino e non farsi trovare.

Aveva vissuto a casa della famiglia di David solo per un anno, ma i due bambini divennero ragazzi e poi adulti insieme. Inseparabili, non esistevano l’uno senza l’altra. E insieme vissero grandi avventure e grandi segreti da condividere, come quando scoprirono un passaggio segreto nel mare: un punto in cui l’acqua si apriva e li inghiottiva senza inondarli. Un passaggio molto simile a quello che aveva trovato, molti anni dopo, David nelle acque infuocate in cui si tuffò per combattere la Tigre degli Abissi. Il primo varco trovato tra le onde, invece, li aveva portati dritti fino al vascello delle Sirene: una nave sepolta nei fondali, dove le creature marine si nascondevano quando esseri mostruosi o sortilegi le minacciavano. In tempo di pace, tuttavia, il vascello era “solamente” il nascondiglio della Sorella dei Fondali, immortale guardiana della leggendaria Coda a Tre Pinne, un’armatura d’oro che, si diceva, aveva aiutato la Madre delle Sirene a sconfiggere l’attacco di un feroce mostro marino, le cui fauci potevano tritare una scogliera al primo morso.

Ebbene, indossando la Coda a Tre Pinne, la Madre delle Sirene aveva distrutto, con un colpo ben piazzato alla mascella, le duecento zanne appuntite di quella creatura crudele e, con un altrettanto ben piazzato colpo al cranio, lo aveva fatto sprofondare sotto la sabbia. Allora, la nave era scesa giù, ingoiata dalla superficie, e aveva sigillato la sua tomba.

David e Vittoria, che conoscevano la leggenda, non potevano credere ai loro occhi, quando si imbatterono nella grandiosa scoperta. Giurarono di non parlarne con nessuno e di tornare di tanto in tanto ad ammirare la Sorella dei Fondali, che, fiera ed eretta, difendeva il tesoro più prezioso per il popolo del mare. Era compito delle donne con le branchie, infatti, di combattere quando gli abissi fossero stati in pericolo. Tranne in alcuni casi: come quando, ad esempio, era richiesta la forza di un uomo coraggioso per sconfiggere il male. Era stato così quando David aveva dovuto uccidere la Tigre e sarebbe stato così nella lotta imminente contro Bentruk.

Pensando al sentiero che avevano percorso così tante volte da ragazzi, Vittoria si animò a parlare con il suo amico e si presentò a implorare il suo perdono.

Ma prima che la Strega giungesse a lui, vi arrivò Sfunf. Il folletto trovò il capitano che provava a calmarsi e a non spaccare le tavole di legno con cui stavano per costruire una barca per Nocrez. “Una barchetta – aveva detto il mozzo – per quando voglio stare da solo, andare a pesca e riflettere. Senza troppa gente intorno. Se non ci sono ospiti, non ho bisogno di troppo spazio”. E i tre amici si erano messi al lavoro, dentro una capanna abbandonata che avevano adibito a cantiere e dentro la quale stava entrando non poca acqua. Avevano costruito una tettoia di rami e foglie, per offrire un riparo più efficace alla legna, ma non era risultata molto efficace.  Lavoravano in silenzio, il capitano e Nocrez, mentre il Fringuello a volte cantava e a volte riattaccava la ramanzina del “colpa vostra se oggi diluvia”. Tuttavia, stavano per abbandonare l’opera, a causa della pioggia che si spandeva sulle tavole di legno e, goccia a goccia, le stava ingrossando, quando udirono quella voce tanto conosciuta quanto poco apprezzata.

“Hey, uomo coraggioso” l’intruso apparve dentro la capanna, appoggiato alla porta, senza che nessuno di loro lo avesse sentito aprirla. Tanto meno bussare. David alzò gli occhi continuando a lavorare, visibilmente infastidito. “Cosa vuoi?” disse con un tono così sprezzante che i suoi amici stentarono a riconoscerlo e si scambiarono occhiate interrogative, affinando l’udito per capire cosa stesse succedendo.

Sfunf non era certo il più simpatico dei Maghi, né il più simpatico dei folletti. Né, a dire il vero, il più simpatico tra tutte le creature. Ma David non gli si era mai rivolto con sgarbo, per rispetto all’amicizia che legava quell’essere alla sua amica Vittoria. Questa volta, qualcosa era cambiato.

“Ti posso parlare in privato?” chiese all’uomo di mare. “Non ho intenzione di ascoltarti, vattene” e la risposta, urlata a denti stretti, fece vacillare le gambe di tutti i presenti. “Non devi perdonare me, ma lei – cominciò allora Sfunf, deciso a intercedere per il cuore della sua cara Strega – è stata una decisione a cui non si poteva opporre, ma ti assicuro che ci ha provato. Sai quanto la sua debolezza nei confronti di un puro umano l’abbia penalizzata nella sua vita nel regno della magia. Sai che antepone l’affetto che prova nei tuoi confronti a tutto il resto. Ma questa volta aveva le mani legate. E tu – sputò con rabbia – lasciatelo dire, non meriti un’unghia della sua mano, né una goccia del sangue del suo cuore. Le sbatti in faccia il tuo amore per Iridia e non noti neanche per errore la tristezza che le inonda gli occhi!”. “Ma cosa dici?”. David era su tutte le furie e non capiva il nesso che la Figlia della Cascata aveva con il tradimento della Strega. “Cuore coraggioso, sì, ma cervello inutile – bofonchiò il Folletto – mi vuoi dire che non ti sei mai accorto di come ti guarda? Che mentre tu la trattavi come la sorella mai avuta, per lei tu eri l’uomo che avrebbe voluto accanto per la vita?”. Fu come se qualcuno avesse fatto cadere un sacco pieno di pietre sulla sua testa. David rimase stordito, la mente annebbiata e la saliva azzerata, per qualche istante.

Sentirono, allora, uno strano rumore, che si insinuava tra i tuoni e lo scrosciare dell’acqua che veniva giù dal cielo, simile alla cascata che si tuffava in picchiata sulle rocce dove Iridia lo conduceva quando la andava a trovare nelle ore buie. Lo strano rumore diveniva sempre più vicino al fruscio che potrebbe produrre un bouquet di fresie trascinate a testa in giù sull’erba bagnata del mattino. “Sta arrivando, non rifiutare la sua richiesta di perdono” chiese Sfunf, pronto a sparire. “Ma mi stava per uccidere!” sibilò David. Il mago folletto rise: “Tu l’hai già uccisa mille volte”. E svanì, mentre Nocrez e Il Fringuello combattevano, senza esito, con i loro nervi, per riuscire a sbattere le palpebre.

Si udì bussare alla porta.

La Roccia della Luna (part Two)

Mi scuso per l’attesa. E’ stata una settimana di bisbocce con vecchi amici, ritorno in famiglia e, infine, di paracetamolo e antibiotico. Sono stata, dunque, trascinata fuori dal mondo virtuale e ho avuto poco tempo per scrivere. Ma rieccoci qui, a cercare di capire cosa vogliono i Cinque Maghi da David e se, questa volta, riuscirà a salvarsi.


 

“Bentornato, David”. La Strega del Bosco della Vittoria lo aveva detto con non troppa convinzione, giocherellando con la sua collana di ametista e volgendo lo sguardo alle foglie dell’albero cui si era appoggiato l’uomo nell’attesa che lei arrivasse. “Amo quando sono illuminate in parte dalla luce crepuscolare” si giustificò, rispondendo agli occhi inquisitori di David. “Perché sono qui?”. La Strega abbassò lo sguardo, non riusciva a guardarlo. Disse, infine: “Devo affidarti un’altra missione. Il concilio dei Cinque Maghi ha deciso che sei l’unico che può aiutare il nostro mondo a sopravvivere. Bentruk – continuò – non si arrende, la sua sete di potere e distruzione non si placa. Gli umani delle Isole dell’Artiglio Nero sono già andati via. Quella terra è morta e il maleficio si sta espandendo con i suoi grossi tentacoli anche nei fondali marini e presto arriverà a Treeluv”. “Cosa posso fare?”. Apparve, allora, la Fata Murice. “Puoi fermare i tentacoli che stanno divorando il mio mare”. “Come?” chiese David. “Bella domanda!” commentò Sfunf, dondolando a testa in giù da un ramo. “Sfunf” lo rimproverò la Regina dei Gelsomini, che si era materializzata alle spalle di David. Il capitano non capiva cosa stesse succedendo. “Dov’è l’altro bacchettaro?” continuò a sbruffare il folletto. “Eccolo, l’altro bacchettaro“. Il Mago Gufo era arrivato sotto forma volatile sullo stesso ramo di Sfunf e lo fissava con i suoi bulbi arancioni, tanto intensamente da farlo guardare per terra. Si unì, poi, al cerchio che si era formato attorno al più coraggioso e anche Sfunf lo seguì.

“Siamo tutti qui per fare un incantesimo che ti protegga, caro David” disse il Mago Gufo. “No!” strillò la Strega. “E’ necessario!” continuò il Gufo alzando la bacchetta. David li guardava con gli occhi sbarrati, sentiva il dubbio crescere e la fiducia venire meno. “Mi volete uccidere?” disse, istintivamente. Il Mago abbassò la bacchetta. Era un sì. “Fatemi morire combattendo, non come un sacrificio umano. Non vi permetterò di farlo”. “Abbiamo bisogno del tuo cuore, David” spiegò la Fata. “Per cosa?” “Per trovare la Roccia della Luna. E’ lo stesso motivo per cui la Tigre degli Abissi ti stava aspettando, sette anni fa. Voleva il tuo cuore per trovare la roccia portentosa” disse il Mago. “Perché proprio il mio cuore?” incalzò l’umano. “Perché sei l’uomo più coraggioso – intervenne la Regina dei Gelsomini – l’unico che poteva affrontare la Tigre e Bentruk, l’unico che poteva salvare Iridia, la Figlia della Cascata d’Avorio. Sei l’unico che può salvare il nostro mondo”. Calò il silenzio. La Strega continuava a tormentare la sua collana con le dita, le lacrime pronte a staccarsi dalle lunghe ciglia. “Stanno calando le tenebre” pensò David, vedendo che la luna si rendeva visibile nel cielo. “Salverò questo mondo, ma, se è necessario che io muoia, lo farò combattendo. A cosa vi serve il cuore di un uomo coraggioso, se lo catturate in un tranello, quando è ignaro del pericolo e non può mostrare il suo sguardo fiero in faccia alla paura della morte? Tornerò nelle Isole dell’Artiglio Nero e sconfiggerò Bentruk. Se non dovessi riuscire, sarò io stesso, in punto di morte, a supplicarvi di strapparmi il cuore per trovare la Roccia della Luna. Ma non ho intenzione di morire qui, adesso”. Girò le spalle ai Cinque Maghi e andò per la sua strada. “David!” urlò, tendendo il braccio verso di lui come per trattenerlo, la Strega del Bosco della Vittoria. Ma David non si fermò. La ferita del tradimento bruciava nel suo petto.

Prima di tornare a casa, decise di fare una lunga passeggiata verso le montagne di ametista. Camminò per ore,  riflettendo sul da farsi e cercando di placare la rabbia contro i Maghi, che prima di quella sera riteneva amici. A un tratto, vide in lontananza la Cascata d’Avorio. Decise di far visita a colei che aveva liberato dall’incantesimo della morte. “Se dorme – pensò – mi limiterò a contemplarla nel sonno e andrò via”.

La trovò ai piedi della Cascata, seduta su un masso, circondata da gelsomini. Guardava la luna e sorrideva. Anche se sveglia, David scelse di non disturbarla, si avvicinò quel tanto che bastava per spiarla per qualche minuto e poi si voltò per andare via. Ma lei lo aveva già visto e pronunciò il suo nome ad alta voce, cercando di sovrastare il rumore di sua Madre, le cui acque precipitavano da un’altezza molto elevata. La Figlia della Cascata lo inseguì saltellando da un masso all’altro e ben presto lo raggiunse. Gli prese la mano. David si girò verso di lei e, guardandola, le preoccupazioni abbandonarono il suo viso. Si abbracciarono in silenzio. “Perché stavi andando via?” gli chiese. “Eri così bella, persa nei tuoi pensieri, che non volevo rompere l’incanto”. “Ora sono meno bella?” lo punzecchiò lei. “No, no, no – arrossì il lupo di mare – non volevo dire questo, perdonami!”. Lei rise. “Sai che sono molto felice quando vieni a trovarmi e capita molto raramente”. David capì che non si era mai accorta di tutte le notti che, negli ultimi sette anni, aveva passato a guardarla dormire. “Vieni – gli disse – andiamo a sederci ai piedi della Cascata”. Gli mostrò i gelsomini appena sbocciati e le creature luminose che popolavano i boschi attorno a quelle rocce. Gli mostrò la caverna dove era solita nascondersi nei momenti in cui desiderava stare da sola e non voleva farsi trovare dalle sue nuove sorelle. “Nuove?” chiese lui. “Sì, certo. Noi non siamo esseri immortali, ricordi? Sei tu che mi hai salvata dalla morte. E se la luna, quella notte, non si fosse commossa, non mi sarei mai trasformata nella Perla Rossa, non avresti mai potuto farmi rivivere. Sarei morta e basta. Quindi – tornò al punto – le mie sorelle di quel tempo lontano non ci sono più, ma la Cascata fa nascere nuove figlie. Solo lei è immortale, perché le sue acque si rigenerano continuamente. Mio padre è morto prima ancora che io nascessi. Era un uomo coraggioso, di cui mia madre si era follemente innamorata. Anche lui la amava, tanto da decidere di morire, quando ormai era vecchio, lasciandosi trascinare da mia madre fino al precipizio e sacrificandosi ai suoi piedi. Quella notte siamo nate noi, le prime Figlie”. David la guardava affascinato, ma il viso gli si scurì di colpo. “Iridia – le confessò – devo affrontare di nuovo Bentruk. Questa volta, se non riesco a sconfiggerlo da vivo, lo dovrò fare da morto. I Maghi hanno bisogno del mio cuore per trovare la Roccia della Luna e mettere fine ai suoi malefici e alla sua esistenza”. Lei non muoveva più le palpebre, aveva paura che potesse uscire fuori il fiume di lacrime che stava aspettando dietro la diga. “Non so neanch’io – disse riprendendo il controllo di sé – dove si possa trovare la Roccia. Non lo so più. Dalla notte in cui sono morta, anch’essa è sparita nel nulla”.

Si abbracciarono. Lei gli accarezzò il volto. Senza staccare le pupille da quelle di David, si alzò in piedi e fece scivolare via l’abito color avorio, mostrandosi finalmente all’uomo di cui si era innamorata. E non ci fu più bisogno di dire qualcosa di sensato.

La Roccia della Luna (part One)

Prima parte di questa nuova avventura. David, Nocrez e il Fringuello sono impegnati in un’impresa “particolare”, quando ricevono una visita inaspettata. Non sanno ancora che i Cinque Maghi hanno bisogno del cuore di David per salvare le Isole e tutte le creature dal potente maleficio di Bentruk.

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Bella, tu sei bella

o procace sirenella.

Bella, così bella

che mi viene da cantar!

La mia voce sentirai

e quel giorno tu saprai

che bella, sei tanto bella

che mi hai fatto innamorar!

(liberamente tratto dal “Canto del Fringuello alla Sirena”)

Il sole era una gigantesca palla di fuoco. Un giorno così luminoso non c’era mai stato. Per la troppa luce, gli abitanti di Treeluv si riparavano gli occhi facendosi ombra con le mani o con delle enormi foglie rubate agli alberi del Sollievo (che, davvero, quel giorno, stavano dimostrando di saper onorare il loro nome) e non sapevano se gioire o soffrire per un cielo così speciale. David ne soffriva. Non si sentiva a suo agio senza il controllo visivo di ciò che accadeva attorno a lui. Il Fringuello e Nocrez, invece, se ne beavano. Il primo non aveva smesso di cantare neanche per prendere fiato. Neanche quando David gli aveva chiesto di aiutarlo a spostare quel grosso masso fingente che si era messo a far finta di dormire proprio davanti alla porta della bottega della zia di Nocrez, donna conosciuta non certo per il carattere docile. In quella famiglia, l’allegria e la gentilezza del mozzo erano visti come una stranezza che non si sapeva da dove fosse arrivata. I suoi genitori erano spesso rimasti impigliati tra i rami del loro albero genealogico alla ricerca dell’antenato che aveva osato portare la gioia di vivere in quella famiglia. Un’enorme pietra che faceva finta di dormire davanti a una porta era certamente una seccatura per chi viveva al di là di quella porta. Ma se la porta era quella della bottega della zia di Nocrez era una seccatura per tutta l’isola. Anzi, più che una seccatura, era un’emergenza di vitale importanza: le urla e le imprecazioni della donna avevano riempito i vicoli e le spiagge, svegliato i poppanti e spaventato gli animali. Tutti avevano fretta di risolvere il problema. Tutti, tranne il masso responsabile. Se c’era una cosa che David aveva imparato da quelle creature, era che a volte è quasi impossibile discernere tra verità e menzogna. Ma era chiarissimo, in quel giorno così luminoso da non permettere di fidarsi della propria vista, che se quel masso stesse dormendo sul serio, al sentire la voce della signora che era andato a disturbare, si sarebbe svegliato all’istante e così impaurito da rotolare fino al mare e cercare di imbarcarsi per fuggire lontano o, con molta più probabilità, andarsi a nascondere giù giù sul fondale più profondo. E invece no. Stava fermo, impassibile, mentre David e il Fringuello provavano a spingerlo forte per farlo rotolare fuori dalla portata dell’urlatrice e Nocrez cercava di calmare la zia parlandole dolcemente dalla finestra e lanciando fiori appena colti dentro la bottega. Inutile dire che questi gesti gentili la facevano adirare ancora di più. Come la fece adirare la voce del Fringuello che continuava a cantare felice, dando al masso una scusa ancora per fingere il sonno profondo: qualcuno lo stava cullando con una melodia. David si rese conto di aver appena capito un’altra cosa riguardo i massi fingenti. Mai dar loro una scusa per fingere, la prendono al volo e poi ti danno la colpa.

Dopo ore a spingere e a convincere la pietra dispettosa, accadde una cosa inaspettata, come una magia. La zia smise di urlare. Non perché non volesse o si fosse stancata. No, aveva perso la voce. Ci fu un silenzio mai sentito prima, anche il Fringuello smise di cantare. Fu allora che l’essere che aveva creato quel cataclisma acustico finse di svegliarsi da un sonno profondo e rotolò via, sbandando un po’.

Qualcuno, dal tetto della bottega, ruppe il silenzio. “Era ora, le urla di questa indemoniata mi hanno fatto cascare con una noce di cocco dal ramo dove mi ero appisolato”. Sfunf scivolò giù, fece un inchino decisamente pittoresco ai tre uomini e disse: “David, la Strega del Bosco della Vittoria ha un piccolo favore da chiederti. Vai a trovarla domani, al crepuscolo, conta fino al settimo albero a nord del Bosco della Vittoria, partendo dal Lago dei Pensieri Oscuri, è lì che ti aspetterà. Non è qui con me, perché ha le orecchie molto delicate e arrivare in questa apocalisse oggi non le avrebbe fatto bene. Io, più che per l’udito, sono preoccupato per la mia vista, ché con tutta questa luce non riesco a vedere neanche dove metto i piedi. Che giorno fastidioso!” si lamentò, come al solito. Si congedò dai marinai e concluse: “Non ringraziatemi troppo per la gentilezza che vi ho concesso oggi”. Lo guardarono dubbiosi. “Mi riferisco, ovviamente, alle corde vocali dell’indemoniata. Le ho spente per tre giorni”. “Grazie” dissero in coro.

La Roccia della Luna (incipit)

Lo avevo detto che maybe non sarebbe stata la fine. Mi è piaciuto così tanto scrivere La leggenda della Perla Rossa, che vi beccate pure il seguito. Vi lascio con il primo piccolo assaggio 🙂

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“Non capisco perché siamo qui a galleggiare sull’acqua, quando questa cosa potevamo farla seduti, protetti dalle Fiamme Fluttuanti. No, eh? Vi piace tanto stare qui con le onde che vi fanno il solletico ai piedi e il vento che vi fa i dispetti, a te e a questo circolo di bacchettari. Vi piace proprio tanto. Beh, a me no”. La Strega del Bosco della Vittoria non riuscì a trattenere una risata. “Smettila di brontolare, Sfunf. Anche tu sei un bacchettaro e questa cosa è un’assemblea urgentissima. Infine, poiché è stata la Fata Murice a invitarci, è giusto che avvenga nel suo habitat – si fermò, riflessiva, e chiese – e poi, come fa a non piacerti il mare? Non lo hai mai guardato dalla terraferma? Dalla cima di un albero, da una caverna su nelle montagne di Ametista?”. “Ecco, sì, mi piace, ma da lontano!” sbruffò il folletto, facendosi sentire dagli altri presenti, che gli dedicarono la solita occhiataccia di disapprovazione. Il vento scompigliò i capelli color porpora della padrona di casa, circondata dalle sue fidate conchiglie e la Regina dei Gelsomini diede un sguardo rapido alla luna piena, che quella notte aveva i contorni sbavati, come se qualcuno avesse cercato di cancellarla dal cielo scuro sopra l’isola di Treeluv.

I Cinque Maghi presenti alla riunione urgentissima, sospesi sopra il mare increspato, attendevano che Murice parlasse. Il Mago Gufo creò un intreccio di venti che continuarono a soffiare uno dentro l’altro formando una protezione fortissima attorno a loro. La Fata indirizzò uno sguardo complice a Gufo e cominciò:

“Amici, è un’infausta notizia quella che ci ha portati qui stanotte. Avrete saputo anche voi di quello che è accaduto nelle Isole dell’Artiglio Nero. Grazie a David e ai suoi uomini coraggiosi, la Figlia della Cascata d’Avorio rivive e la Tigre degli Abissi non è più una minaccia. Il mio mare non diventa più fuoco. Tuttavia, a sette anni da quel giorno – prese un lungo sospiro – Bentruk ha scelto i tre atolli per seminarvi una potente maledizione che ha sviluppato radici così forti e profonde da trapassare la terra e finire sui fondali, sui quali si espande rapidamente. Il maleficio distrugge tutto ciò che incontra sul suo cammino. Sta facendo morire gli abitanti del mare, uno a uno, inesorabilmente, come ha reso sterile la terra di quelle isole ormai maledette. Toccherà anche agli umani e… a noi”. “A che servono quelle isole? – sbottò Sfunf – Gli esseri umani che vi si erano stabiliti dopo l’impresa di David ne avevano fatto un posto pacifico, ma sono andati via, appena la terra è diventata inutile. Distruggiamole e punto. Conserveremo il loro ricordo” chiosò cinicamente. “Sfunf!” lo rimbeccò la Regina dei Gelsomini. Solite occhiatacce dal resto del gruppo. “No – intervenne Gufo – salveremo quelle isole e salveremo il mondo che abbiamo contribuito a costruire. Dobbiamo sconfiggere Bentruk, non le isole. E’ lui la fonte del male”. “Hai qualche idea?” domandò la Strega del Bosco della Vittoria. “Sì. Dobbiamo trovare la roccia che per prima fu illuminata dalla luna“. Il silenzio calò dentro il rifugio intrecciato dal vento. Anche Sfunf si era portato una mano alla bocca, incredulo. “Ma… serve…” provò a dire la Fata Murice. “Il cuore del più coraggioso tra gli uomini. Strappato dal suo petto”.

David” sospirò la Strega, con gli occhi velati di rassegnazione.

 

 

La Leggenda della Perla Rossa (the end)

Eccoci alla parte finale di questo racconto che mi ha tenuta impegnata per tutta la settimana, con mio enorme piacere. Grazie, di nuovo, a Ember per avermi dato una sfida e averne seguito gli sviluppi insieme a me. Grazie a tutti voi che avete letto e supportato ❤ (Missis e Ale siete state meravigliose).

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fuoco

La Tigre degli Abissi era impaziente. La sua ombra si muoveva su e giù per le pareti della caverna, illuminata da un’intensa luce rossa. Si diceva che la Perla riflettesse perennemente il colore del sangue della Figlia della Cascata d’Avorio, con l’intensità del bagliore lunare. Ogni tanto, la Signora si fermava a guardarla, tra i fasci di luce, mentre fluttuava nell’aria della sua gabbia di stalattiti e stalagmiti nere, come la roccia da cui erano nate, armate di appuntiti aculei di cristallo, create con il sale dei Mari Infuocati.

Era impaziente, sì. Sapeva che stava per arrivare il cuore coraggioso di cui aveva bisogno di nutrirsi. Bentruk aveva fallito, avrebbe dovuto far abbandonare David da tutti i suoi uomini e non solo dimezzarli. Avrebbe dovuto farlo arrivare fin lì da solo. “Non che sia un problema far fuori una decina di uomini – pensava tra sé e sé – solo che non voglio perdere troppo tempo. Aspetto dal giorno in cui nacque la Luna. Ma il fuoco farà il suo dovere”. Nel frattempo, scese la prima lacrima. I suoi occhi diventarono un reticolo di linee vermiglie, che si facevano più scure man mano che aumentava la sua sete di sangue. La luce della Perla era accecante. I ruggiti di dolore della Tigre spaventosi. In pochi secondi, riempì la boccetta magica, che già conteneva la soluzione di acqua di mare e rugiada di Fiori Ombrosi. La bevve mentre ancora piangeva. E continuò a stillare sangue e riempire, ancora e ancora. Nel frattempo, il mare che circondava le isole dell’Artiglio era diventato fuoco vivo.

David e i suoi videro levarsi le fiamme da lontano, come un ruggito incandescente. Il silenzio calò sulla nave. Gli uomini, attoniti e impauriti, fissarono lo spettacolo a bocca aperta, terrorizzati e incantati allo stesso tempo. Ognuno con il pugno chiuso su un talismano: c’era chi aveva una zampa di coniglio, chi un anello di famiglia, altri pietre e conchiglie trovate sulla spiaggia al ritorno da un’avventura pericolosa in alto mare. Il Capitano, al timone, il suo talismano lo portava al collo: una gemma blu come l’oceano, che la madre gli regalò qualche giorno prima di essere uccisa dal morso di un serpente velenoso.

Fu David a rompere il religioso silenzio e a ordinare con voce ferma: “Avanti tutta”. Verso il fuoco.

Un urlo di coraggio si levò non appena la nave lasciò l’acqua per navigare le fiamme. David e la sua ciurma continuavano intimoriti ma rassicurati dalla loro nave, immune all’inferno che si agitava sotto di lei. La Strega del Bosco della Vittoria aveva ragione: quel vascello era diventato invincibile. Tuttavia, come avevano appreso precedentemente, gli uomini a bordo non lo erano e temevano le onde più alte. Più si avvicinavano all’Artiglio Nero, più la furia del fuoco si faceva potente. Così potente che, aiutata dal soffio forte del vento, rubò il timone dalle mani di David. Cominciò a girare così velocemente da non farsi più riprendere. “Non abbandonare il timone” si ripeteva il Capitano, ma nonostante la sua determinazione, il vento e il fuoco erano più poderosi e il maleficio fuori dal suo controllo. Le onde rabbiose non tardarono a mietere le prime vittime, scagliandosi sul ponte con lo stesso impeto dell’acqua, carbonizzando tre marinai, all’istante. Gli altri si girarono a guardare David, tremanti. Allora, supportato dalla silenziosa fiducia dei suoi uomini, riprovò ancora e ancora a riprendere il timone, soffocando la rassegnazione che stava conquistando respiri dentro di lui. Questa volta ci riuscì. E gridò: “Avanti! Non fermiamoci!”. Nocrez, il marinaio colpito dal fumo nero, si alzò in piedi dopo giorni e tornò alla sua postazione, gridando a sua volta: “Avanti!”. La ciurma seguì l’esempio. Quell’urlo di incitamento pervase la nave e divenne un unico suono. Ciononostante, la violenza delle acque infuocate non si arrestò. A uno a uno uccise gli uomini, lanciando lingue ardenti sull’invincibile imbarcazione. Rimasero in tre: David, Nocrez e un mozzo impaurito ma combattivo, Santos detto Il Fringuello, essendo egli sempre il primo a dare il via ai canti da stiva.

Finalmente, con il cuore che batteva all’impazzata, i tre videro il passaggio per arrivare alla caverna della Tigre: un punto in cui il mare cambiava repentinamente colore e il fuoco dipingeva una sorta di Aurora Boreale con i suoi artigli. Calarono l’ancora e presero le armi: David, la sua spada; Nocrez i suoi pugnali; Il Fringuello, la sua ascia e la sua borraccia piena di distillato di Girasole. Si tuffarono.

Un sentiero d’acqua li condusse alla grotta, dove videro la Tigre piangere sangue, riempirne una boccetta e bere. L’ampolla si svuotava e la Signora vi versava la soluzione necessaria perché il sangue tornasse nelle vene, poi ricominciava a riempirla dell’inchiostro vermiglio dei suoi occhi. Nocrez e Il Fringuello si sarebbero occupati della Tigre, mentre David avrebbe pensato a liberare la Perla Rossa.

Ma la Signora li aveva già sentiti arrivare: la sua stessa cattiveria l’aveva avvisata, facendo esplodere la sete dentro di lei. Nocrez si scagliò sulla bestia con tutte le (poche) forze che gli erano rimaste, infliggendole una pugnalata sul dorso, mentre lei, poco sorpresa, si limitò a ruggire e a tenerlo inchiodato a terra, inondandogli il viso di sangue e impedendogli di vederla mentre lo afferrava con gli artigli e lo sollevava, per poi scaraventarlo sulla roccia, uccidendolo.

Il Fringuello aveva approfittato del momento in cui il suo amico distraeva la Tigre per versare il suo distillato di Girasoli nella boccetta magica e nascondersi dietro un masso, aspettando il momento giusto per attaccare. Tuttavia, l’adrenalina gli fece venire voglia di cantare e, improvvisamente, gli salì in gola un motivetto che usava per calmarsi nei momenti di paura. La Tigre lo sentì e con un balzo arrivò dietro il masso, dove il mozzo teneva stretta la sua ascia. Spalancò le fauci in un fortissimo ruggito, che bastava da solo a farlo smettere di cantare e di sperare, ma il marinaio riuscì a richiamare a sé il suo coraggio e a colpirla con la sua arma. La belva urlò, ma poi sembrò quasi sorridere. “E’ indistruttibile, mi ucciderà” pensò Il Fringuello. Eppure, mentre gli si avventava contro con gli occhi insanguinati e la mascella spalancata, pronta a strappargli via la carne, la Tigre si bloccò di scatto. Qualcosa, o meglio, qualcuno era entrato nel suo campo visivo per un istante e lei aveva sentito i suoi stessi battiti accelerare. Le lacrime scendevano ancora più copiose, la sete le ardeva in gola. Il cuore coraggioso di cui aveva bisogno era lì a pochi passi e stava cercando di spezzare la gabbia dentro cui era custodita la Perla Rossa.

David aveva sentito lo sguardo della Signora su di lui e cercava di fare ancora più in fretta. Quella trappola di stalattiti e stalagmiti era molto resistente e, nel suo tentativo di romperla con la spada, alcuni cristalli di sale gli si erano conficcati come frecce sulla spalla destra. Vide la Tigre pronta a spiccare un balzo, per poi fermarsi. Aveva dimenticato qualcosa: doveva bere il suo sangue, ne stava perdendo troppo e, in poco tempo, si sarebbe indebolita. Riempì la boccetta in un attimo e la bevve d’un sorso. Allora, con un scatto, raggiunse David, al centro della grande caverna, colpendolo subito sulla spalla ferita. Il Capitano gridò di dolore ma non si arrese. Riuscì a infliggere alla Signora un taglio profondo sul volto già insanguinato.

La lotta si faceva più violenta, entrambi si battevano con agilità e coraggio. Con un colpo secco, la bestia strappò via l’elsa dalla mano del suo nemico e lo scaraventò a terra, lanciandosi su di lui. David era immobilizzato. “Finalmente – disse la Tigre – mangerò il tuo cuore e diventerò il re dell’Universo. Tutta la natura obbedirà al mio volere. La magia più possente risiederà in me. E io sarò invincibile, immune a ogni pericolo, estraneo a ogni fallimento”. “Tu sei già immortale” rispose David. “No, non è così – ruggì la Signora – la Perla mi ha dato longevità, potere, ma anche autodistruzione. Solo grazie alla mia boccetta magica sono riuscita a prolungare ancora la mia forza e la mia vita, bevendo il mio stesso sangue. E ora, è arrivato il momento che tanto ho atteso” disse, mentre apriva le sue fauci e piangeva le ultime lacrime di sangue. David vide nello stesso istante la Tigre che si abbassava su di lui e un’ascia che le apriva la schiena. Il Fringuello, ancora nascosto dietro alla roccia, aveva atteso il momento giusto per correre in soccorso dell’amico. La belva si girò irata. “Finisco con te in un attimo – disse al mozzo – ho già bevuto il mio sangue e non posso indebolirmi, la tua ascia può solo graffiarmi”. “Funziona anche se nel sangue c’è distillato di Girasole?” chiese tremante l’altro. “Certo che no! Ma cosa vuoi fare? Distrarmi? Queste domande assurde non ti salveranno, stupido idio…”. Non fece in tempo a finire la frase, che vacillò sulle zampe e si accasciò esausta al suolo. “Hai bevuto sangue e distillato di Girasole, Tigre” disse Il Fringuello, guardando il felino improvvisamente inerme, mentre David, recuperata la spada, lo trapassava da una parte all’altra del corpo, uccidendolo.

I due amici si guardarono con sollievo. “Ora, dobbiamo prendere la Perla Rossa” disse il Capitano. Rimosse l’ascia dalla carne della Signora e cominciò a colpire senza sosta la gabbia, finché non riuscì a spezzare una stalattite nera. La Perla fluttuò fuori, ma per quanto provassero a stringerla tra le mani, essa sgusciava via. Non ci potevano credere: tutta quella fatica e la Perla non voleva andare con loro. Andò, invece, a sfiorare la sagoma di Nocrez, che si risvegliò dalla morte, e continuò a volare verso l’uscita della caverna, dove arrestò la sua fuga. La luce allora si fece più accecante, i tre uomini si dovettero coprire gli occhi per non perdere la vista.

Dopo qualche secondo, il bagliore cessò. Dove prima restava sospesa la Perla Rossa, c’era una splendida fanciulla. David e i suoi rimasero attoniti, non riuscirono a emettere suono alcuno, anche se Il Fringuello avrebbe cantato di gioia molto volentieri davanti a quella visione. Parlò lei: “Sono la Figlia della Cascata. Grazie a voi, al vostro coraggio e alla vostra amicizia, posso rivivere e tornare alla Cascata da cui sono sgorgata. Non lo dimenticherò mai”. Sorrise e si girò verso l’uscita della grotta. Allora David provò a fermarla: “Non puoi andare – le disse – abbiamo bisogno di te per salvare il nostro popolo, vittima del Fumo Nero dello Stregone Bentruk. Ti prego, vieni con noi, poi ti lasceremo libera”. “Il tuo popolo è già salvo, David – rispose la Figlia della Cascata -Vai a vedere tu stesso, la tua nave ti aspetta per portarvi a casa, su un mare che non sarà mai più fuoco”. E si tuffò fuori dalla grotta.

Allora, Il Fringuello cominciò a cantare.

The end, maybe.

La Leggenda della Perla Rossa (part three)

Siamo giunti al penultimo capitolo. Il coraggio e le buone intenzioni dei marinai sono messe alla prova da stanchezza e malefici. Ma si continua a navigare. E vediamo che succede 😉

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luna-nave

Il sole brillava nel cielo e il vento era decisamente a favore. David e i suoi marinai si sentivano invincibili e pronti a combattere contro qualunque tempesta fino alla sfida finale, quella contro la Tigre degli Abissi. Ciò che non potevano immaginare era che, nonostante la nave fosse ora invincibile, come aveva predetto la Strega del Bosco della Vittoria, gli uomini a bordo non lo erano. Nemmeno il Capitano, la cui forza riesedeva nel suo cuore coraggioso. E quale coraggio potrebbe avere un uomo invincibile?

Ben presto, la ciurma scoprì che la notte della Grande Tempesta aveva avuto un ospite. Lo Stregone Bentruk era lì con loro. La violenta onda, insieme al vento e ai lampi, aveva avuto rispetto dell’Urlo della Sconfitta e dell’ultimo albero della Perseveranza. Al contrario, la magia crudele del protettore della Tigre degli Abissi non faceva differenze, a guidarla era solo il desiderio del male. Così, mentre quel massiccio muro d’acqua si scagliava sulla nave, lo Stregone soffiava fumo nero.  Con il suo potente fiato maligno era riuscito a scassinare le pupille del marinaio Nocrez, il più benvoluto tra quegli uomini, e a far avanzare dentro di lui lo stesso male che stava uccidendo il popolo di Treeluv.

Il giorno dopo, con il vento a favore e il mare amico, le canzoni si facevano più allegre e i sorrisi più larghi, ma Nocrez non vi partecipava, non parlava con nessuno, evitava gli sguardi altrui: sentiva il male, ma se ne vergognava, pregava in silenzio che non fosse quello che nel profondo di sé sapeva essere. Le sue ferite bruciavano, ben nascoste dagli indumenti. Finché non gli si aprì la fronte.

Gli amici di sempre si scansarono, spaventati. Lo insultarono, come se avesse portato di proposito la malattia sulla barca. Solo David e altri due marinai gli si avvicinarono, per proteggerlo dagli altri e per aiutarlo a togliersi i vestiti. Disinfettarono le piaghe con acqua di mare e distillato di foglie di Salice Allegro.

David fu costretto a ordinare ai suoi uomini di non aggredire il loro compagno. “Tutt’altro – disse loro – vi ordino di cercare in tutti i modi di aiutarlo a prolungare la sua vita, finché non raggiungeremo la Perla Rossa, che lo salverà. Mi duole darvi un comando che avrebbe dovuto darvi il vostro cuore, ma non ho altra scelta”.

Eppure, la paura era forte, così forte da vincere l’obbedienza al Capitano e l’affetto per l’amico morente. Ben undici uomini si uccisero in mare due giorni dopo, tormentati dal terrore di patire le sofferenze che erano toccate a Nocrez e dalla vergogna di provare quello stesso terrore.

Ormai rimasti in dieci, di cui uno non esattamente in forma per la battaglia, si avvicinavano ai Tre Mari Infuocati. I canti di allegria erano diventati un modo per fingere che di non tremare al pensiero che il peggio non era ancora arrivato.

Un’altra notte e sarebbero giunti alla loro meta. Quella notte, David pregò la Luna perché non li abbandonasse. “Non ti abbandonerà, ma non abbandonarti tu per primo” disse una voce. David, che pensava di essere solo, si guardò intorno per capire chi avesse parlato. Non vide nessuno. Si rigirò verso il timone, che stringeva tra le mani.  All’improvviso, il Gufo si materializzò sopra di esso. Gli occhi arancioni fissavano David,  severi come la sera in cui gli aveva annunciato la missione. “Non lasciare il timone” gli disse infine. E volò via.

La Leggenda della Perla Rossa (part two)

Vi devo chiedere ancora un po’ di pazienza miei cari, la ricerca della Perla Rossa non si è rivelata per niente facile. E David e i suoi hanno bisogno di almeno un’altra puntata prima di riuscire ad avvicinarsi al loro destino. Metteteci pure che io ci sto prendendo gusto… Ma prometto di non farvi aspettare troppo 😉


ivan - aivazosky

David non aveva mai bramato il potere. Desiderava solo continuare a navigare, per conoscere nuovi luoghi, ma anche per pescare in nuovi mari e trovare nuove terre da coltivare. Pensava che al di là dell’isola di Treeluv, dov’era nato e cresciuto, ci fosse un mondo di scoperte e avventure. Tuttavia, adesso, c’era qualcosa di più urgente a cui pensare: aveva bisogno dei poteri della Perla Rossa. Era l’unico modo per debellare il male che stava uccidendo il suo popolo: un fuoco nero che si insinuava negli occhi della sua gente e apriva ferite nei loro corpi. Ferite che, in breve tempo soffiavano via le anime. Così, era morto suo padre, uno dei primi a essere colpito da quel maleficio. Un altro regalo all’umanità da parte di Bentruk, a quanto si sapeva.

Il Mago Gufo era apparso a David la notte stessa in cui il giovane capitano aveva perso il suo vecchio e gli aveva affidato il compito di sfidare la Tigre e liberare la Perla Rossa. Il balsamo che sarebbe sgorgato dai suoi occhi, una volta avutala con sé, avrebbe curato le ferite degli ammalati e il coraggio del suo cuore avrebbe scacciato per sempre il fuoco nero. Così aveva detto il potente Mago, fissandolo attraverso le tenebre con i suoi bulbi arancioni. David accettò senza chiedere alcunché. Il giorno dopo, la Strega del Bosco della Vittoria bussò alla sua porta, con i venti uomini che avrebbero fatto parte della spedizione, per condurli, innanzitutto, all’albero della Perseveranza.

In poco tempo, David e la sua nuova ciurma costruirono la nave. E adesso, erano pronti per salpare. “Arriverà la sconfitta, prima della vittoria – lo aveva ammonito la Strega – ma ricorda che la disfatta è la via per rendere la tua nave invincibile e capace di solcare i Tre Mari Infuocati”.

Arrivò il giorno della partenza. Non c’era nessuno al porto a salutare gli eroi dell’isola. La maggior parte della popolazione era ammalata e la restante parte la stava accudendo come poteva. Il cielo minacciava tempesta, tanto per rendere l’impresa ancora più imprevedibile. Ma nessuno dei marinai, tanto meno il Capitano, ne fu turbato. Salparono. Sul ponte e sotto coperta si lavorava e si cantava. Il mare aveva loro insegnato ad accettare gli imprevisti e a non privarsi dell’allegria per timore di quello che poteva accadere. Eppure, quando le tenebre si fecero più cupe e il vento più forte, le canzoni cessarono e cominciarono i comandi a voce alta, i fischi delle vele che provavano a resistere alla furia della tempesta che si era scatenata così all’improvviso che nessun “manuale dell’accettazione dell’imprevedibile” poteva porre rimedio alla paura che aveva capovolto i cuori della ciurma. Anche David aveva tremato, quando aveva visto le sue vele squarciate. Poi, fu come se il vento cessasse e si sentisse solo uno strano rumore dal mare, come se stesse trattenendo il fiato. David sentì che la forza di gravità diminuiva la sua spinta verso il basso e li teneva quasi sospesi. Un’ombra terribile si ergeva sopra di loro: ventuno teste guardarono verso l’alto e fecero in tempo a vedere muro d’acqua stava scendendo in picchiata sulla nave. Un urlo spaventoso si levò verso l’alto. L’urlo della sconfitta.

David non ci poteva credere: erano vivi. E la nave non aveva subito danni. Gli squarci delle vele erano un incubo ormai passato. Prese nuovamente il comando del timone, che poco prima lo aveva scaraventato via, e continuò a navigare contro la furia del cielo e del mare.

All’alba, erano fuori dalla tempesta. Sfiniti, ma salvi. E quello, era stato solo l’inizio del viaggio.

Stay tuned, cercatori di Perle…