Paura e collirio: #3 sbagliando… si sbaglia

La paura è pura fantasia e pura realtà. Forse, solo l’amore riesce ad essere altrettanto inspiegabile, inesistente eppure vivo e tangibile. Torno a parlare delle mie paure e del mio adorato collirio alla camomilla, che in questo caso, non ha lenito le pene di occhi tristi, bensì sedato le ire di bulbi oculari furibondi, tenuti a bada non con poco sforzo da palpebre impreparate. Ebbene sì, oggi vi parlerò della mia paura di sbagliare, compagna di viaggio fin dalla più tenera età, superata con una miracolosa autoironia e un vassoio in mano. Già, chi lo avrebbe mai detto: fare la cameriera nei locali notturni dona agilità, prontezza di riflessi e di spirito e larghi consensi.

Di me, molte persone per cui ho lavorato, hanno detto: “Non fa lo stesso sbaglio due volte”. Ahimè, solo nel campo lavorativo (in quello amoroso, è tutto il contrario).

Quindi, arrivando al succo, quello che è successo è che la paura di sbagliare mi ha fatta diventare una perfezionista. Io, che vivo col caos sulla scrivania. Io, che non mi sono mai preoccupata di avere i ricci spettinati. Io, una perfezionista. E non una che va a cercare il pelo nell’uovo. No. Una che viene disturbata dall’uovo stesso, che le dice: “Guarda, lo vedi questo pelo? Non dovrebbe stare qui, ora che si fa?”. Si smadonna, ecco che si fa.

I primi mesi nell’ultimo ristorante in cui ho lavorato a Roma sono stati invivibili, sempre sull’attenti a controllare che tutto filasse liscio e che non ci fossero sbavature nel servizio. Ma sono stati anche il grilletto che mi ha sparato in testa la domanda delle domande: “E se sbagliassi a non voler sbagliare?”. E a pretendere che gli altri non sbaglino, mettiamoci anche questo.

Questo è stato uno dei lavori più difficili che ho dovuto fare con me stessa: smettere di esigere il 200% e permettermi di riposarmi un po’. Permettermi di guardare i miei errori e, ogni tanto, addirittura, accarezzarli senza inorridire.

Il più grande errore che si può fare nella vita è quello di avere sempre paura di farne uno.
(Elbert Hubbard)

 

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Paura e collirio: #2 La scrittrice

Due anni fa, una donna con cui stavo per diventare socia di un ristorante, figlia di un editore, mi ha detto: “Non puoi fare la scrittrice, se fai anche un altro lavoro”. E le ho creduto.

Qualche anno prima, un tipo in un bar, che si vantava di aver scritto un libro di poesie, mi ha detto: “Se non hai mai finito di scrivere una tua opera, non sei una scrittrice, sei una scribacchina”. E gli ho creduto.

La quantità di gente che mi ha presa in giro per quello che dicevo, per come mi vestivo, per i miei difetti fisici o, a volte, addirittura perché ero troppo educata, non riesco a contarla. Col tempo ho capito che chi ti sminuisce per sentirsi migliore di te è una persona da lasciar marcire nell’invidia. Ma non è per niente facile. Per niente.

Perché quando mi fanno notare qualcosa che non va bene in me, il mio primo pensiero è ancora che probabilmente hanno ragione. Per fortuna, adesso, dopo qualche secondo ci penso e la mia testa li manda a fanculo. Ma quante cose mi sono persa perché qualcuno mi ha detto che ero inadatta, incapace, non voluta e io ci ho creduto?

Quando un uomo mi ha detto che mi voleva bene così com’ero, con tutti i miei difetti, non ci ho creduto. E l’ho trattato come se stesse cercando di fregarmi. Non ci casco, stronzo.

Eppure, molto tempo prima, una figlia di papà mi aveva detto che non avrei mai fatto la giornalista, perché non avevo i “contatti” che aveva lei. Ma io l’ho fatto lo stesso.

Quando ero una ragazzina, sempre con la testa tra i libri e la palestra, ero così imbranata che darmi un bicchiere pieno d’acqua in mano significava che l’acqua sarebbe finita a terra, con o senza il bicchiere. E poi ho voluto a tutti i costi imparare a fare la cameriera, dimostrare che sapevo essere veloce, sveglia e non solo quella con la testa nel suo mondo fantastico. No, anche una con i piedi per terra. Sono diventata brava, sono arrivata ad avere un mio locale (andato male), ma l’ho fatto. Ho detto a me stessa: “lo voglio fare”. E l’ho fatto.

Allora, perché mi è costato tanto sentirmi una scrittrice? Perché è la cosa più intima che ho. E’ il luogo dove si trovano i miei spazi vuoti, i miei mostri, i desideri bloccati tra la necessità di non implodere e la paura di esplodere. E’ stato più facile credere a quello che mi dicevano gli altri. Che scrivere è un lavoro, che scarabocchiare pagine non concluse non ha senso, che se nessuno pubblica una tua opera non sei uno scrittore (che poi, a volerla dire tutta, una volta un mio racconto è stato pubblicato, solo che invece di vantarmene, me ne sono stata zitta e immobile, paralizzata dal terrore che qualcuno potesse leggermi dentro o non giudicarmi brava abbastanza).

Ma sapete che c’è? C’è che, invece, NO.

Sono una scrittrice da quando avevo 7 anni, da quando ho cominciato a scrivere un racconto e dopo pochi giorni era diventato un quaderno di racconti.

Adesso, il mio libro è quasi compiuto. L’ho scritto mentre facevo altri lavori, full time. Forse non sarà pubblicato, forse sì. Ma è una mia creatura e non potrei amarla di più.

La paura del giudizio degli altri ha influenzato e influenza tutti gli ambiti della mia vita, ma sto combattendo questa paura, piano piano, tra vittorie e fallimenti. Col collirio alla camomilla, sempre a portata di mano. Perché gli occhi ogni tanto si gonfiano, quando non ce la faccio più a essere la donna che non piange mai e allora apro i rubinetti.

Nei ringraziamenti del mio libro saranno presenti anche i vampiri energetici che ho incontrato e incontro nella mia vita, questi signori che hanno passato il tempo a darmi consigli e scoraggiamenti non richiesti. Senza di voi, scriverò, non avrei avuto la rabbia necessaria per provarci, massa di imbecilli repressi.

 

Paura e collirio: #1 Stronzo Pride

Testa di medusa - Paura e arte

Come si smette di avere paura?

Affrontandola.

Eh, pare facile. Eppure ci dovremmo provare, credo, una volta ogni tanto. Almeno con una paura, almeno una. O una alla volta.

Ho paura:

  1. di una relazione stabile
  2. del giudizio degli altri
  3. di sbagliare
  4. degli insetti che volano
  5. di guidare
  6. di restare sola

E se ci penso ancora un po’ la lista si allunga. Ma, come ho detto, una cosa per volta.

Oggi mi concentro sulla prima.

Hai mai pensato che esci solo con uomini che hanno mille donne e che ti trattano come se fossi sostituibile perché ti comporti allo stesso modo? Te lo chiedo, perché io esco sempre con “mammoni”. E ho pensato che sia perché sono “papona”.

In pratica: Esci con gli stronzi, perché anche tu sei una stronza.

A parlare non è la mia vecchia, esausta coscienza, bensì una giovane (quasi 8 anni meno di me) e bellissima ragazza di Roma, che si sta trasferendo a Berlino e mi ha chiesto una mano per i primi tempi. Siamo uscite a cena insieme e il discorso sugli uomini del passato e del presente ha surclassato ben presto il fascino delle mie scoperte berlinesi.

Non ci avevo mai pensato.

Così ha risposto, mentendo spudoratamente, la mia coscienza. In realtà, non credevo che la psicologia, neanche quella spicciola, seguisse i meccanismi dello “specchio riflesso”. Quello non era il karma?

Penso, piuttosto, che i problemi relazionali che ci si ritrova ad affrontare da adulti siano il frutto dei modelli familiari o di traumi più o meno gravi avuti da piccoli.  Tanto per farsi un’autodiagnosi su Google (che non è un dottore, ma spesso e volentieri indicizza articoli attendibili e non solo fuffa) scopro che sono un caso da manuale: cresciuta senza padre, insicura, promiscua (ebbene sì, mi sono proprio divertita e se qualcuno avesse da ridire, lo rimando direttamente al punto numero 2, ricordandogli che sto cercando di affrontare piano piano anche quello, quindi, voi ridite e io rido), incapace di immaginare che debba per forza esistere una figura maschile per la sopravvivenza. Aggiungiamo che il secondo marito di mia madre non aveva l’aureola e mia madre, invece, aveva altre cose sulla testa. Quindi, se il secondo modello di famiglia doveva suggerirmi qualcosa, beh, ho recepito.

Ma trovare delle motivazioni valide, anche supportate scientificamente, non significa accettare il problema e punto. Quello è il primo passo. Il secondo, nel mio, caso è stato accettare che ho una paura fottuta di affrontare il problema.

Ed è vero, faccio coming out: sono una stronza.

E’ stato facilissimo spezzare il cuore di chi voleva stare con me (e non per forza essere il mio carceriere, come pensavo) e perdere la testa per chi non mi vorrà mai. Paura fottuta. Sì, penso sia la definizione esatta. La mia coscienza era la bella addormentata che non voleva essere svegliata, il mio bisogno artistico di avere una vita pregna di pathos si considera più che soddisfatto (ahhh quanto inchiostro, quanti tasti, quanti tormenti!) e anche il mio fegato non si è mai lamentato, bile in abbondanza da scaricare sui malcapitati e alcol a sufficienza per disinfettare le ferite. Quindi, che problema c’era? Per gli occhi gonfiati da troppe lacrime ho chiesto aiuto al collirio alla camomilla (scoperta meravigliosa).

Sono una stronza e ho paura di legarmi. Doppio coming out.

E come faccio a superare la mia paura di una relazione stabile, se quando mi dicono che sono una stronza, lo prendo come un complimento? (Sono arrivata a organizzare uno stronzo pride, insomma).

Per dare un po’ di costruttività a questa riflessione, ho deciso di non limitarmi a formulare dei buoni propositi finali. No, ci voglio provare davvero.

Nella prossima settimana, mi impegno a richiamare l’ultimo ragazzo a posto (carino, intelligente e simpatico) a cui ho dato il numero e poi ho ignorato spudoratamente quando mi ha chiesto di uscire. Gli chiederò scusa e gli darò una possibilità. O, meglio, la darò a me. Sempre se non mi manda a fanculo.

Speriamo di no. Poi diventa stronzo ed è un casino.