Le stelle nei cuori dei papaveri

Disfarsi  dell’imbarazzo dopo una notte che non doveva esserci, tra due persone che quella notte non dovevano stare nemmeno nelle vicinanze, invece si trovano avvinghiati in un abbraccio imprevisto, non è cosa facile. Scrivo io o scrive lui? Cosa dire? Quando?

Per fortuna, ha scritto lui. Imbarazzo spazzato via con qualche risata formato emoticon, una pacca sulla spalla virtuale. Uno “stiamoci lontani” non detto ad alta voce. La distensione del ritorno alla normalità per accordi presi e perché io (cioè l’enorme parte di me stessa scottata da uomini che amano troppe donne, quella con l’autostima frantumata da un posto sempre in mezzo a tante, quella che non si è mai sentita abbastanza meritevole di attenzioni da pretenderle) camminerei con una collana di teste d’aglio appesa al collo se servisse a scacciare la ricaduta nella stessa rete.

Quella versione di me, insicura e bisognosa di amore, non l’ho mai accettata. Fino adesso. Sto imparando a coccolarla, a rimproverarla senza astio. Come faccio con la versione di me che fin dalla pubertà ha scacciato il mostro della timidezza e del giudizio altrui, grazie a litri di alcol e valanghe di sorrisi, tonnellate di sì, scudi di ironia e spade avvelenate dal sarcasmo. Sono le versioni più deboli del mio essere, quelle che hanno avuto la meglio sul resto per circa vent’anni.

Una volta, qualcuno mi ha detto: “Questa non sei tu”.

Oh sì, invece, sono proprio io.

Le persone che mi vogliono bene tendono a convincersi che quando faccio qualcosa di sbagliato non sia mai frutto di un mio errore, ma di una volontà sovrannaturale, di complotti astrali o chissà cosa. Potrei definirmi fortunata, allora. E  certamente lo sono. Sono circondata da gente pronta a negare la realtà pur di non farmi sentire inadeguata.

Purtroppo per loro, ho un passato da bambina capricciosa e terrorizzata dalla solitudine, cresciuta con l’idea che essere consolati significasse essere compatiti. Quindi, questa negazione della realtà l’ho vissuta come una specie di insulto, un contentino. Non lo è. Al contrario, vuole essere un abbraccio affettuoso, che io rifiuto come un animale ferito.

Ciò non toglie che si tratti di una valutazione errata. Perché questa sono realmente io: manipolata dalla paura, dalla sopravvivenza, dal piacere, dalla curiosità estrema, dal dolore, dalla follia, dall’amore, dalla rabbia, dalla vita intera. E pur sempre io.

Ci sono versioni di me che potremmo definire migliori, più affidabili, meno bisognose di aiuto. Più accettabili da tutti. Quelle versioni, da sole, non costituiscono neanche una bozza del mio essere.

Rifiutare di vedere la mie debolezze è stato come rinnegare tutto il pacchetto. Con il tentativo di accettarle, punto a smettere di vergognarmi di quello che non sarò mai: perfetta. Miro a fare una carezza alla bambina che si nasconde ancora dietro i respiri che si gonfiano in gola e i nodi all’esofago. Una bambina che cercava papaveri per imprimere sulla sua fronte il loro cuore a forma di stella e diventare un giorno una principessa guerriera.

Ecco cosa desideravo essere da grande, a prescindere da lavoro, passioni, progetti, figli o non figli: non una donna perfetta, ma una donna coraggiosa.

C’è ancora un po’ di lavoro da fare, ma le mie versioni ce la stanno mettendo tutta.

(Post per buona parte ispirato dalla Challenge di giugno di Ember. Chiaramente, tra i writing prompts suggeriti per questo mese, ho scelto di sviluppare il tema: “Esistono infinite versioni di te stessa/o”)

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Non tutti gli autogol vengono per nuocere

Ho scritto una poesia su un’anatra. Con la schiena appoggiata ad un albero, gli occhiali da sole e il vento che scompigliava le parole.

Ho fatto molte passeggiate, visto molti amici. Bevuto tanto. Speso tantissimo.

Uscita con tre ragazzi e scappata a gambe levate da tutti e tre.

Ho baciato un pompiere conosciuto in un pub. Ho anche fatto qualcosa come cinque autogol a biliardino, nello stesso pub.

Ho riso tanto e ho provato a scrivere il racconto che ho cominciato qui, i miei pensieri, una bestemmia. Non ci sono riuscita. Le mani tremavano di nuovo, ogni volta che sentivo il bisogno di scrivere. Finché non mi sono incantata a guardare un’anatra in uno specchio d’acqua satinata.

Ecco cos’ho fatto in queste settimane di assenza dal blog.

La cosa più divertente, devo ammetterlo, sono stati i cinque autogol. E il bacio che mi sono meritata subito dopo.

P.S. Un pompiere!!!

Tempismo

Anche questo mese, partecipo alla challenge di Ember, che è uno spettacolo di scrittrice e, soprattutto, mi motiva sempre un sacco a scrivere. Per cui, lasciamoci motivare, va’!

La mia scelta, tra i vari prompt, è quella di scrivere un tema: Se solo avessi potuto cambiare quel momento della mia vita…

Ed ecco che partono gli Aqua e la colonna sonora di Sliding Doors.

Iniziamo dal fatto che, col senno di poi, siamo tutti espertoni. Il mio cervello ha girato film su ogni possibile alternativa alle decisioni che ho preso nella mia vita. Il lungometraggio più assillante di tutti, per anni è stato: e fossi rimasta a Siviglia anziché tornare a Roma, dopo l’Erasmus? Poi è arrivato: e se non avessi abbandonato il giornalismo per fare la cameriera? E se non avessi mai conosciuto quell’uomo? E se avessi continuato a studiare danza? E se, se, se… La risposta c’è. Ed è che non esiste una risposta. Quello che so è che in tutte le decisioni mi sono fatta guidare dai ragionamenti, in piccola parte, e dalle mie emozioni, in grandissima parte: dall’istinto, dalla paura, dall’entusiasmo. A volte, ottenendo un risultato che non mi aspettavo, nel bene o nel male. A volte, raggiungendo quello che avevo esattamente immaginato (raramente, per la verità). In tutti i casi, non mi sono pentita. Tutte le mie scelte mi hanno portata esattamente dove devo essere e mi porteranno dove dovrò essere. E anche il caso me lo ricorda, come ha fatto ieri sera.

Ero con una cara amica alla serata di presentazione di una nuova birra, brassata da una coppia di amici che hanno un birrificio qui a Berlino. Mentre chiacchieravo e sbevazzavo, il telefono ha squillato. Era un messaggio da un tizio che mi ha contattata su Facebook tempo fa, a cui inizialmente avevo dato il numero di telefono, ma che poi ho bloccato sul social network quando ho intuito che era un fake e, soprattutto, aveva cominciato a mandare troppe foto non richieste. Avevo dimenticato di bloccarlo su WhatsApp. Ed ecco che mi ha riscritto, dal nulla. Per essere precisi, non ha scritto niente: ha solo mandato una foto dell’amplesso di qualcun altro. Mi sono fatta una risata, commentando, una battuta dietro l’altra, con la mia amica. Ho bloccato lo schermo del telefono e siamo tornate a parlare d’altro. Subito dopo si è avvicinata una donna inglese e ha iniziato a chiacchierare con noi. E’ una giornalista della BBC, che si trova per due giorni a Berlino. Dopo due secondi di conoscenza, le abbiamo raccontato le nostre vite, lei ci ha incoraggiate su tutti i nostri progetti, spingendoci a credere in noi stesse. Sembrava un TED Talk privato e dal vivo, una conversazione entusiasmante. Ci ha dato una positività che serviva a entrambe. Le ho raccontato che sto scrivendo un romanzo e lei sembrava interessatissima, mi ha fatto mille domande sulla trama e sullo stile, su quello che mi aspetto. Mi sentivo dove devo essere, nel momento giusto. Questo tempismo che penso sempre di lisciare, in realtà era lì con me, in quel pub, presente, beccato in pieno. Quella fantastica donna mi ha chiesto di darle aggiornamenti sul mio libro, di scriverle un’e-mail appena avrò delle novità. Le ho chiesto, quindi, di scrivere il suo indirizzo sulla mia rubrica.

Il passaggio successivo è semplice e d’impatto.

Sblocco lo schermo. Riappare l’amplesso di qualcun altro.

Fine dell’ennesima storia tragicomica, scritta dal tempismo.

Adesso so esattamente che sono dove devo essere, nel momento esatto e con lo scopo per cui sono nata: far ridere i miei amici.

Fuck my brain

Mi piace molto l’inizio di una nuova storia. Mi piace il cambiamento, l’adrenalina, la paura, l’istinto che mi porta a scrutare, conoscere, cercare, assorbire. Mi piace, un mese dopo, anche l’istinto che mi ha fatto partire i nervi alla festa in cui gli ho sbroccato per le sue vere e presunte altre donne. Perché era l’inizio di un territorio da scoprire e (chi lo sapeva allora? chi lo può sapere ora?) poteva essere un campo tanto minato. E mi piace anche se non diventa mai una storia, ma all’inizio c’è la speranza che lo sia, c’è l’ansia per un contatto.

Tra me e lui c’erano sguardi profondi e frettolosi, messaggi sussurrati da pelle d’oca. Anche lo sforzo di non guardarsi per non perdersi nel desiderio di una o dell’altro.

Ora c’è un’altra notte di sesso, great sex,  per carità. Ma solo quello. I suoi messaggi sono spariti piano piano, il mio cercarlo si è arreso davanti alla sua palese dimostrazione di richiesta fisica e non mentale. E io, in questo, sono quasi categorica. Ho bisogno di fare sesso nella testa prima che nel resto del corpo, di immaginarlo mentre mi pensa, mentre mi desidera. Di non vedere l’ora di spogliarlo ancora, tra una risata e una parola soffiata sul collo. Voglio passione, non solo sesso grandioso.

Non so se è ancora in tempo. Vorrei che oggi stesso si rendesse conto che ci poteva essere molto altro, di molto più ampio, più profondo, più intenso, tra di noi.

Vorrei che lo facesse oggi stesso, perché sento svanire il sussulto che provavo appena ricevevo un messaggio e vorrei che tornasse. Probabilmente, anche gli ultimi attimi di brividi che mi provocava il suo odore sono andati.

Non è più l’uomo da scoprire. E’ l’ennesimo ragazzino che fa il brillante con tutti, a cui piace tenere le donne su un filo. Dopo neanche due mesi, vedo la sua fragilità e penso che avrei voluto sostenerla, accarezzarla e capirla.

E invece no, perché mi sono già stufata.

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Morning routines

Ci sto provando, giuro. A essere precisa, produttiva, felice, calma, atletica, creativa e sempre piena di energia. Mi sono documentata, ora so come si fa a essere figa come le fighe di Instagram, che fanno yoga con i bambini in braccio, prima di scrivere il loro ultimo libro e gestire i loro business miliardari, con il marito che prepara la colazione coi pancake e i mirtilli e spreme melograni mentre ammira la moglie con occhi a cuore. So come si fa e penso che lo debbano sapere tutti.

Basta avere una morning routine.

Ovvero, svegliarsi la mattina, preferibilmente col sorriso già stampato in faccia e senza borse sotto gli occhi e:

  • Scrivere le vostre Morning Pages. Prima di prendere coscienza, quando ancora il flusso dei pensieri è in dormiveglia e siete meno tentati a nascondervi dietro strategie difensive come l’ironia;
  • Fare yoga e/o meditazione;
  • Fare una ricca e bella colazione;
  • Pianificare la giornata (bullet journal e passa la paura);
  • Leggere frasi motivazionali;
  • Doccia rigenerante;
  • Fare una passeggiata o qualcosa che ami fare, che ne so, due coccole alla tua pianta grassa che fanno bene a entrambi. Ché vabbè che ha bisogno di poche cure, ma farla morire senza acqua né carezze mi sembra eccessivo.
  • Il tutto, ovviamente, mantenendo il sorriso di cui sopra e ascoltando la propria musica preferita.
  • Per ogni fase, ricordiamo la foto per i social così da condividere col mondo la nostra forza di volontà e la nostra gioia mattutina. Potremmo ispirare altra gente confusa come noi.

Vuoi mettere arrivare al lavoro così? Vuoi mettere cominciare le giornate così?

A parte il tono ironico (ho già attivato le strategie difensive), penso che avere delle abitudini mattutine sia un toccasana. Penso che fare almeno una di queste cose appena svegli, ci possa dare davvero la carica e il buonumore per affrontare la giornata in un modo migliore, oltre che stimolare la nostra creatività e la nostra produttività.

Ci sto provando, dicevo, con incostanza e risultati che vanno da una spunta felice nelle voci elencate alla spunta del cuscino sulle guance, perché mi dovete spiegare come fanno quelle della morning routine a farla anche quando si svegliano in hangover, o talmente stanche che anche girarsi dall’altra parte sotto le coperte è un’impresa titanica.

Permettetemi ancora la mia strategia difensiva preferita, carissime fighe creative e produttive di Instagram: ma, ogni tanto, non vi rompete le palle di tutta ‘sta sferzata d’energia? Le foto dei cocktail che postate la sera sono finte, dai. Sennò non si spiega come non sono ancora andati a finire sulle morning pages o sul tappetino yoga.

Mi sfugge qualcosa, ne sono certa. Ci penserò più tardi, intanto continuo a macerare nella mia invidia post-mattutina.

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Chi sono?

Di notte, scrivo seduta sulla mia finestra. Amo scrivere guardando fuori. A volte resto incantata a guardare il vento che muove le foglie. Sono una che si siede sulla finestra a scrivere mentre guarda il vento. Vorrei ricordarmelo più spesso.

In questi giorni, la descrizione di me stessa si limita spesso a “una che si è licenziata senza aver trovato un altro lavoro”. Sono anche una che ha cominciato ad ascoltare i video di YouTube che ti aiutano a ritrovare l’autostima. Una che scappa. Una che non trova pace.

Sono diventata una donna che si nasconde in bagno per piangere davanti allo specchio e poi si sciacqua e si trucca di nuovo per tornare a farsi vedere in pubblico. Una che davanti a quello specchio fa urli silenziosi, con gli occhi stretti e la mascella spalancata, per esplodere quando non c’è più spazio dentro. 

Però sono anche una che corre quando un amico chiama. Una che non si è mai risparmiata. Una che pensa al mare e già va un po’ meglio. Sono la persona che mischia malinconia ed euforia senza rendersene conto. Che cerca l’amore anche quando sa di essere così cinica da non poterlo riconoscere.Anche quando non si fida più di nessuno e nemmeno di se stessa. Sono una che spesso molla tutto, ma poi ricomincia da zero. E anche quando tutto sembra inutile e mi sento incapace e impotente, trovo un motivo per ricordarmi chi sono, da dove vengo, quali sono i miei valori.

Me lo ricorderò domani, quando andrò a trovare degli amici veri, che fanno bene all’autostima e alle difese immunitarie. Me lo dovrò ricordare la prima settimana di luglio, quando non avrò più un lavoro e dovrò rifarmi la solita vecchi domanda:

“Che ne devo fare della mia vita?”.

Limone spremuto

Almeno qui, posso smettere di essere diplomatica.

distributore automatico di vaffanculo

Sono stufa. Mi sono fracassata le palle. 

Non sopporto più il tizio che lavora con me (per quanto, paradossalmente, mi ci sia anche affezionata). Avete presente i vampiri? No, non quelli come la vecchia me. Non quelli che succhiano vita dai banconi, dalle stelle, dal buio del cielo. Non quelli che si sentono sciogliere quando il sole li strappa alla loro notte. No, non il vampiro che io amavo essere. Io parlo di quelli emotivi. Quelli su cui giornalisti e psicologi hanno srotolato milioni di parole. Non vi siete mai imbattuti in un vademecum per evitare di farsi succhiare l’energia da questi soggetti ignoti?! Sì, soggetti ignoti. Proprio come i serial killer di Criminal Minds. Ebbene, lui è uno di loro. O, probabilmente, è il loro capo. Non fa che lamentarsi, rompere i coglioni, vantarsi, sminuire gli altri, dire come andrebbe fatta una cosa e quando gli fai notare che lui non ha mai alzato un dito per farla (né bene né male), eccolo che ricomincia col suo lamento: “Non mi sento apprezzato, non ho più energie, me le hanno tolte (i nostri capi, ndr), devo andare in ferie, non ne vale la pena, mi sento frustrato, ecc”. A questo punto, è legittimo chiedersi: cosa è successo a questo povero ragazzo più vicino ai 40 anni che ai 30 per stare così male?

A questa domanda posso rispondere con molta sicurezza:

  • Guadagna più di me (un bel po’) e io sono la sua responsabile. I capi hanno parlato di un errore da sistemare. Dopo tre mesi, però, è ancora un errore ben piantato su conto in banca e contratto di costui.
  • Gli è stato pagato l’alloggio (l’affitto è di 450 euro: lo so, perché viviamo insieme da prima di scoprire quanto la sua presenza avrebbe devastato il mio cervello. E lo so, soprattutto perché io, l’affitto, lo pago).
  • Non ha nessuna responsabilità lavorativa, neanche quella di chiudere cassa, perché si rifiuta di seguire una procedura standard. E ai miei capi sta bene.

Mi pare anche evidente che non sia colpa sua, bensì di chi ha permesso questa situazione di disparità. Ma il lamento costante, no, non lo posso accettare.

La convivenza è, senza dubbio, quel plus che mi ha portata ad avere così presto un esaurimento nervoso. Sentire parlare di problemi inerenti al lavoro, di lamentele, di insoddisfazioni, dalla mattina quando mi sveglio, fino a quando vado a dormire, non può che farmi male. Sono un limone spremuto. Senza più una goccia di succo.

Sono stufa. Sono stanca. Ed è colpa mia, direte voi. Giusto: che cazzo ci sto a fare ancora qui? E per qui non intendo Berlino. Intendo in questa casa e in questo posto di lavoro.

Ebbene, probabilmente, lui cambierà casa a breve. E io potrò respirare.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, ho mandato già diversi curriculum altrove: ma non nel settore della ristorazione. Già, mi sono stufata anche di questo. Sono stufa a 360°, a tutto tondo, dalla testa i piedi. Com’era? Faccio la cameriera per scelta. Certo, ma se poi la tua scelta, dopo dieci anni, ti ha mandata al manicomio, tocca scegliere la sopravvivenza o, per lo meno, la salute mentale.

Il problema è che lavoro in questo settore, appunto, da dieci anni. Le mie esperienze nel giornalismo e nella comunicazione in genere risalgono a prima di quel periodo. Ovviamente, quindi, non mi ha contattata nessuno. Neanche un call center. Non parlo ancora tedesco e ho scoperto che usare l’inglese solo a un livello lavorativo, per molti anni, non ha fatto che limitarlo.

Ah, ho anche pensato di fare la pazzia e diventare una travel blogger. Ma vorrei tanto sapere come fanno a viaggiare tanto, all’inizio, senza sponsor. Però, non è detto che non lo faccia davvero. Sono un’esperta nell’arte di arrangiarmi.

Benvenuta realtà. Benvenuto cambiamento, che, sono sicura, sei sempre positivo, anche quando mi sento frustrata. Bentornata stronza me, che ti permetti di sparlare così di un collega. Benvenuta nuova crisi, nuova domanda, nuova sfida.

Era quello che cercavo, giusto? Una nuova sfida. Una bicicletta più difficile da pedalare. La prossima volta che chiedo qualcosa alla vita, mi devo ricordare di quanto è bella la parola vacanza.

E, visto che anche alla stronza me piacciono le citazioni, ve ne beccate due:

La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. (A, Einstein)

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce. (L. Cohen)

 

First Date

Un bravo ragazzo. Cliff rientra appieno nella definizione. Gentile, morigerato, ma anche divertente e molto intelligente. Mi ha chiesto di uscire insieme un mese fa: “Ti porto al minigolf più famoso di Berlino, è aperto anche di notte, non puoi non divertirti”. E’ passato un mese, perché il mio lavoro e il suo ci hanno tenuti impegnati, ma ce l’abbiamo fatta. Il minigolf è saltato, ma, in compenso, mi ha fatto scoprire un appartamento adibito a locale, in cui abbiamo partecipato a una sfida a ping pong.

Come al solito, mi sono innamorata all’istante del barman. Non ho flirtato, sia chiaro. Ma avete presente quel punto debole così costante da diventare un clichè? Ecco il mio: l’uomo dietro al banco. Per essere più precisi, il classico uomo dietro al banco, quello figo, carismatico, circondato da donne. Quello stronzo. Tipo Mirko, per capirci, che mi ha fatto vivere tre mesi in perenne bungee jumping. E allora, in quella serata così carina, originale, con l’unico uomo della mia vita che non ha provato a saltarmi addosso alla prima occasione, ho trovato anche il tempo di sentirmi un po’ stronza.

Non si fa, mi ripetevo. Stai diventando come loro.

L’immagine di me sbattuta al muro dal barman nel magazzino della casa-locale mi ha fatto il favore di sparire in pochi secondi. E sono finalmente tornata a dare la mia attenzione all’uomo che organizzato una serata intera con il solo scopo di sorprendermi e farmi ridere.

Ci è riuscito. Settimana prossima mi ha promesso un’altra uscita super cool. E io non vedo l’ora, ma…

Anzi, ma. 

Non vedo l’ora di passare una serata diversa dal solito, non di vedere lui.

L’unico contatto fisico è stato un bacio a stampo, molto tenero, alla fermata del tram. Quando lui è andato via, io sono andata a giocare a biliardino, ballare e bere gin tonic con i miei colleghi, chiedendomi come mai non stessi morendo dalla voglia di saltargli addosso. Ché è vero che sono piena zeppa di clichè, ma quello di uscire con un uomo e avere voglia di sapere se è meglio nudo o vestito è un clichè che non mi va di lasciare. Come quello di aspettare con ansia un suo messaggio il giorno dopo. Quello di sentire un brivido e diventare tutta rossa dopo il primo contatto fisico.

E poi c’è il mio clichè preferito: quello di non avere occhi per nessun altro, quando sto con lui.

 

Fuori dalla scatola

Il modo in cui scegliamo di vedere noi stessi limita ciò che possiamo essere. Basta un passo fuori dalla scatola e si può imparare qualcosa. Perché siamo più capaci di quanto immaginiamo. Perché tutti noi sappiamo fare cose che non abbiamo mai fatto prima. Perché a volte possiamo sorprendere persino noi stessi.

– Being Erica

Buonanotte!

 

 

In ritiro

Sei pronta?

Per cosa?

Per la tua nuova vita. Parti, no?

Be’, sì. Riparto, se vogliamo essere precisi. Sull’essere pronti o meno, rispondo sempre di sì, in automatico. Sono pronta da quando ho preso la decisione di farlo, mi dico. Sono pronta sempre, vorrei dirmi. Come si fa a saperlo? Come ci si prepara a rimettersi in gioco, a cambiare vita? Io, senza dubbio, mi sono allenata. Mettendo, per coraggio e/o per insicurezza, in discussione spesso il mio modo di vivere. Ecco, diciamo che non sono una donna che ha paura del cambiamento.

Nella pratica, ecco cosa sto facendo per prepararmi alla partenza:

  • funzioni vitali
  • scrivo più che posso (collaboro con un blog di viaggi spagnolo; scrivo un romanzo; butto giù qualche poesia; e poi c’è questo angoletto qui)
  • shopping (nei limiti dettati dal portafogli)
  • divano
  • yoga (tutti i giorni, a volte solo 10 minuti, ma meglio di niente)
  • inviare curriculum ai ristoranti di altre città.

L’ultimo punto non è che il frutto di una mia reazione repentina e impulsiva al posticipo della partenza, per una questione organizzativa (diciamo così), non dipesa da me, ma dal mio capo. Fatto sta che ho aggiornato il mio cv (non lo uso da dieci anni, il curriculum era il passaparola e i colloqui vere e proprie sedute di public relations nei locali) e l’ho tradotto in inglese e spagnolo. Lettera di presentazione e via. Ho iniziato a mandare la mia candidatura in giro per l’Europa. E se qualcuno dovesse chiamarmi, prenderò in considerazione tutte le proposte. Non riesco a ricordare quante occasioni ho perso per aver preso impegni con altre persone, che, alla prima occasione, si sono puntualmente dimenticate di averne preso uno con me. Historia Magistra Vitae. O, come si dice nel mio bel paesello, na vota si futti a vecchia (traduco per i non hablanti: la vecchia si fotte una volta sola; non vi devo spiegare il senso di fottere all’interno di questa frase, vero?!).

Mi preparo “in ritiro” nella mia prima casa, il luogo migliore in cui mettere in discussione me stessa. Mi preparo dormendo più di quanto abbia mai fatto, giocando coi miei nipotini, mangiando i dolci che prepara mia sorella; piangendo per delle sciocchezze e dando la colpa agli ormoni; passeggiando e ridendo. Mi preparo godendomi il tempo libero senza fretta (ma anche così il tempo è sempre troppo veloce). Mi preparo contemplando la mia natura di montagna solida e nuvole veloci, di mare dal respiro regolare e poi agitato da cavalloni.

(Sono pronta? Non lo so, ma la preparazione è una goduria).