Morning routines

Ci sto provando, giuro. A essere precisa, produttiva, felice, calma, atletica, creativa e sempre piena di energia. Mi sono documentata, ora so come si fa a essere figa come le fighe di Instagram, che fanno yoga con i bambini in braccio, prima di scrivere il loro ultimo libro e gestire i loro business miliardari, con il marito che prepara la colazione coi pancake e i mirtilli e spreme melograni mentre ammira la moglie con occhi a cuore. So come si fa e penso che lo debbano sapere tutti.

Basta avere una morning routine.

Ovvero, svegliarsi la mattina, preferibilmente col sorriso già stampato in faccia e senza borse sotto gli occhi e:

  • Scrivere le vostre Morning Pages. Prima di prendere coscienza, quando ancora il flusso dei pensieri è in dormiveglia e siete meno tentati a nascondervi dietro strategie difensive come l’ironia;
  • Fare yoga e/o meditazione;
  • Fare una ricca e bella colazione;
  • Pianificare la giornata (bullet journal e passa la paura);
  • Leggere frasi motivazionali;
  • Doccia rigenerante;
  • Fare una passeggiata o qualcosa che ami fare, che ne so, due coccole alla tua pianta grassa che fanno bene a entrambi. Ché vabbè che ha bisogno di poche cure, ma farla morire senza acqua né carezze mi sembra eccessivo.
  • Il tutto, ovviamente, mantenendo il sorriso di cui sopra e ascoltando la propria musica preferita.
  • Per ogni fase, ricordiamo la foto per i social così da condividere col mondo la nostra forza di volontà e la nostra gioia mattutina. Potremmo ispirare altra gente confusa come noi.

Vuoi mettere arrivare al lavoro così? Vuoi mettere cominciare le giornate così?

A parte il tono ironico (ho già attivato le strategie difensive), penso che avere delle abitudini mattutine sia un toccasana. Penso che fare almeno una di queste cose appena svegli, ci possa dare davvero la carica e il buonumore per affrontare la giornata in un modo migliore, oltre che stimolare la nostra creatività e la nostra produttività.

Ci sto provando, dicevo, con incostanza e risultati che vanno da una spunta felice nelle voci elencate alla spunta del cuscino sulle guance, perché mi dovete spiegare come fanno quelle della morning routine a farla anche quando si svegliano in hangover, o talmente stanche che anche girarsi dall’altra parte sotto le coperte è un’impresa titanica.

Permettetemi ancora la mia strategia difensiva preferita, carissime fighe creative e produttive di Instagram: ma, ogni tanto, non vi rompete le palle di tutta ‘sta sferzata d’energia? Le foto dei cocktail che postate la sera sono finte, dai. Sennò non si spiega come non sono ancora andati a finire sulle morning pages o sul tappetino yoga.

Mi sfugge qualcosa, ne sono certa. Ci penserò più tardi, intanto continuo a macerare nella mia invidia post-mattutina.

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Chi sono?

Di notte, scrivo seduta sulla mia finestra. Amo scrivere guardando fuori. A volte resto incantata a guardare il vento che muove le foglie. Sono una che si siede sulla finestra a scrivere mentre guarda il vento. Vorrei ricordarmelo più spesso.

In questi giorni, la descrizione di me stessa si limita spesso a “una che si è licenziata senza aver trovato un altro lavoro”. Sono anche una che ha cominciato ad ascoltare i video di YouTube che ti aiutano a ritrovare l’autostima. Una che scappa. Una che non trova pace.

Sono diventata una donna che si nasconde in bagno per piangere davanti allo specchio e poi si sciacqua e si trucca di nuovo per tornare a farsi vedere in pubblico. Una che davanti a quello specchio fa urli silenziosi, con gli occhi stretti e la mascella spalancata, per esplodere quando non c’è più spazio dentro. 

Però sono anche una che corre quando un amico chiama. Una che non si è mai risparmiata. Una che pensa al mare e già va un po’ meglio. Sono la persona che mischia malinconia ed euforia senza rendersene conto. Che cerca l’amore anche quando sa di essere così cinica da non poterlo riconoscere.Anche quando non si fida più di nessuno e nemmeno di se stessa. Sono una che spesso molla tutto, ma poi ricomincia da zero. E anche quando tutto sembra inutile e mi sento incapace e impotente, trovo un motivo per ricordarmi chi sono, da dove vengo, quali sono i miei valori.

Me lo ricorderò domani, quando andrò a trovare degli amici veri, che fanno bene all’autostima e alle difese immunitarie. Me lo dovrò ricordare la prima settimana di luglio, quando non avrò più un lavoro e dovrò rifarmi la solita vecchi domanda:

“Che ne devo fare della mia vita?”.

Limone spremuto

Almeno qui, posso smettere di essere diplomatica.

distributore automatico di vaffanculo

Sono stufa. Mi sono fracassata le palle. 

Non sopporto più il tizio che lavora con me (per quanto, paradossalmente, mi ci sia anche affezionata). Avete presente i vampiri? No, non quelli come la vecchia me. Non quelli che succhiano vita dai banconi, dalle stelle, dal buio del cielo. Non quelli che si sentono sciogliere quando il sole li strappa alla loro notte. No, non il vampiro che io amavo essere. Io parlo di quelli emotivi. Quelli su cui giornalisti e psicologi hanno srotolato milioni di parole. Non vi siete mai imbattuti in un vademecum per evitare di farsi succhiare l’energia da questi soggetti ignoti?! Sì, soggetti ignoti. Proprio come i serial killer di Criminal Minds. Ebbene, lui è uno di loro. O, probabilmente, è il loro capo. Non fa che lamentarsi, rompere i coglioni, vantarsi, sminuire gli altri, dire come andrebbe fatta una cosa e quando gli fai notare che lui non ha mai alzato un dito per farla (né bene né male), eccolo che ricomincia col suo lamento: “Non mi sento apprezzato, non ho più energie, me le hanno tolte (i nostri capi, ndr), devo andare in ferie, non ne vale la pena, mi sento frustrato, ecc”. A questo punto, è legittimo chiedersi: cosa è successo a questo povero ragazzo più vicino ai 40 anni che ai 30 per stare così male?

A questa domanda posso rispondere con molta sicurezza:

  • Guadagna più di me (un bel po’) e io sono la sua responsabile. I capi hanno parlato di un errore da sistemare. Dopo tre mesi, però, è ancora un errore ben piantato su conto in banca e contratto di costui.
  • Gli è stato pagato l’alloggio (l’affitto è di 450 euro: lo so, perché viviamo insieme da prima di scoprire quanto la sua presenza avrebbe devastato il mio cervello. E lo so, soprattutto perché io, l’affitto, lo pago).
  • Non ha nessuna responsabilità lavorativa, neanche quella di chiudere cassa, perché si rifiuta di seguire una procedura standard. E ai miei capi sta bene.

Mi pare anche evidente che non sia colpa sua, bensì di chi ha permesso questa situazione di disparità. Ma il lamento costante, no, non lo posso accettare.

La convivenza è, senza dubbio, quel plus che mi ha portata ad avere così presto un esaurimento nervoso. Sentire parlare di problemi inerenti al lavoro, di lamentele, di insoddisfazioni, dalla mattina quando mi sveglio, fino a quando vado a dormire, non può che farmi male. Sono un limone spremuto. Senza più una goccia di succo.

Sono stufa. Sono stanca. Ed è colpa mia, direte voi. Giusto: che cazzo ci sto a fare ancora qui? E per qui non intendo Berlino. Intendo in questa casa e in questo posto di lavoro.

Ebbene, probabilmente, lui cambierà casa a breve. E io potrò respirare.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, ho mandato già diversi curriculum altrove: ma non nel settore della ristorazione. Già, mi sono stufata anche di questo. Sono stufa a 360°, a tutto tondo, dalla testa i piedi. Com’era? Faccio la cameriera per scelta. Certo, ma se poi la tua scelta, dopo dieci anni, ti ha mandata al manicomio, tocca scegliere la sopravvivenza o, per lo meno, la salute mentale.

Il problema è che lavoro in questo settore, appunto, da dieci anni. Le mie esperienze nel giornalismo e nella comunicazione in genere risalgono a prima di quel periodo. Ovviamente, quindi, non mi ha contattata nessuno. Neanche un call center. Non parlo ancora tedesco e ho scoperto che usare l’inglese solo a un livello lavorativo, per molti anni, non ha fatto che limitarlo.

Ah, ho anche pensato di fare la pazzia e diventare una travel blogger. Ma vorrei tanto sapere come fanno a viaggiare tanto, all’inizio, senza sponsor. Però, non è detto che non lo faccia davvero. Sono un’esperta nell’arte di arrangiarmi.

Benvenuta realtà. Benvenuto cambiamento, che, sono sicura, sei sempre positivo, anche quando mi sento frustrata. Bentornata stronza me, che ti permetti di sparlare così di un collega. Benvenuta nuova crisi, nuova domanda, nuova sfida.

Era quello che cercavo, giusto? Una nuova sfida. Una bicicletta più difficile da pedalare. La prossima volta che chiedo qualcosa alla vita, mi devo ricordare di quanto è bella la parola vacanza.

E, visto che anche alla stronza me piacciono le citazioni, ve ne beccate due:

La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. (A, Einstein)

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce. (L. Cohen)

 

First Date

Un bravo ragazzo. Cliff rientra appieno nella definizione. Gentile, morigerato, ma anche divertente e molto intelligente. Mi ha chiesto di uscire insieme un mese fa: “Ti porto al minigolf più famoso di Berlino, è aperto anche di notte, non puoi non divertirti”. E’ passato un mese, perché il mio lavoro e il suo ci hanno tenuti impegnati, ma ce l’abbiamo fatta. Il minigolf è saltato, ma, in compenso, mi ha fatto scoprire un appartamento adibito a locale, in cui abbiamo partecipato a una sfida a ping pong.

Come al solito, mi sono innamorata all’istante del barman. Non ho flirtato, sia chiaro. Ma avete presente quel punto debole così costante da diventare un clichè? Ecco il mio: l’uomo dietro al banco. Per essere più precisi, il classico uomo dietro al banco, quello figo, carismatico, circondato da donne. Quello stronzo. Tipo Mirko, per capirci, che mi ha fatto vivere tre mesi in perenne bungee jumping. E allora, in quella serata così carina, originale, con l’unico uomo della mia vita che non ha provato a saltarmi addosso alla prima occasione, ho trovato anche il tempo di sentirmi un po’ stronza.

Non si fa, mi ripetevo. Stai diventando come loro.

L’immagine di me sbattuta al muro dal barman nel magazzino della casa-locale mi ha fatto il favore di sparire in pochi secondi. E sono finalmente tornata a dare la mia attenzione all’uomo che organizzato una serata intera con il solo scopo di sorprendermi e farmi ridere.

Ci è riuscito. Settimana prossima mi ha promesso un’altra uscita super cool. E io non vedo l’ora, ma…

Anzi, ma. 

Non vedo l’ora di passare una serata diversa dal solito, non di vedere lui.

L’unico contatto fisico è stato un bacio a stampo, molto tenero, alla fermata del tram. Quando lui è andato via, io sono andata a giocare a biliardino, ballare e bere gin tonic con i miei colleghi, chiedendomi come mai non stessi morendo dalla voglia di saltargli addosso. Ché è vero che sono piena zeppa di clichè, ma quello di uscire con un uomo e avere voglia di sapere se è meglio nudo o vestito è un clichè che non mi va di lasciare. Come quello di aspettare con ansia un suo messaggio il giorno dopo. Quello di sentire un brivido e diventare tutta rossa dopo il primo contatto fisico.

E poi c’è il mio clichè preferito: quello di non avere occhi per nessun altro, quando sto con lui.

 

Fuori dalla scatola

Il modo in cui scegliamo di vedere noi stessi limita ciò che possiamo essere. Basta un passo fuori dalla scatola e si può imparare qualcosa. Perché siamo più capaci di quanto immaginiamo. Perché tutti noi sappiamo fare cose che non abbiamo mai fatto prima. Perché a volte possiamo sorprendere persino noi stessi.

– Being Erica

Buonanotte!

 

 

In ritiro

Sei pronta?

Per cosa?

Per la tua nuova vita. Parti, no?

Be’, sì. Riparto, se vogliamo essere precisi. Sull’essere pronti o meno, rispondo sempre di sì, in automatico. Sono pronta da quando ho preso la decisione di farlo, mi dico. Sono pronta sempre, vorrei dirmi. Come si fa a saperlo? Come ci si prepara a rimettersi in gioco, a cambiare vita? Io, senza dubbio, mi sono allenata. Mettendo, per coraggio e/o per insicurezza, in discussione spesso il mio modo di vivere. Ecco, diciamo che non sono una donna che ha paura del cambiamento.

Nella pratica, ecco cosa sto facendo per prepararmi alla partenza:

  • funzioni vitali
  • scrivo più che posso (collaboro con un blog di viaggi spagnolo; scrivo un romanzo; butto giù qualche poesia; e poi c’è questo angoletto qui)
  • shopping (nei limiti dettati dal portafogli)
  • divano
  • yoga (tutti i giorni, a volte solo 10 minuti, ma meglio di niente)
  • inviare curriculum ai ristoranti di altre città.

L’ultimo punto non è che il frutto di una mia reazione repentina e impulsiva al posticipo della partenza, per una questione organizzativa (diciamo così), non dipesa da me, ma dal mio capo. Fatto sta che ho aggiornato il mio cv (non lo uso da dieci anni, il curriculum era il passaparola e i colloqui vere e proprie sedute di public relations nei locali) e l’ho tradotto in inglese e spagnolo. Lettera di presentazione e via. Ho iniziato a mandare la mia candidatura in giro per l’Europa. E se qualcuno dovesse chiamarmi, prenderò in considerazione tutte le proposte. Non riesco a ricordare quante occasioni ho perso per aver preso impegni con altre persone, che, alla prima occasione, si sono puntualmente dimenticate di averne preso uno con me. Historia Magistra Vitae. O, come si dice nel mio bel paesello, na vota si futti a vecchia (traduco per i non hablanti: la vecchia si fotte una volta sola; non vi devo spiegare il senso di fottere all’interno di questa frase, vero?!).

Mi preparo “in ritiro” nella mia prima casa, il luogo migliore in cui mettere in discussione me stessa. Mi preparo dormendo più di quanto abbia mai fatto, giocando coi miei nipotini, mangiando i dolci che prepara mia sorella; piangendo per delle sciocchezze e dando la colpa agli ormoni; passeggiando e ridendo. Mi preparo godendomi il tempo libero senza fretta (ma anche così il tempo è sempre troppo veloce). Mi preparo contemplando la mia natura di montagna solida e nuvole veloci, di mare dal respiro regolare e poi agitato da cavalloni.

(Sono pronta? Non lo so, ma la preparazione è una goduria).

A 1240 km da casa

I miei ubriaconi non mettono tristezza. I miei ubriaconi sono quelli che hanno scelto la vita da bancone, sia da una parte che dall’altra. Non è gente che si ubriaca per dimenticare, anzi, vorrebbe ricordare tutti gli attimi di una serata tra amici, ogni parola, ogni risata. Non è gente che si ubriaca bevendo di merda, anzi, cerca sempre il meglio (e se non c’è, si sceglie il male minore). E’ gente che vorrebbe continuare a bere senza ubriacarsi mai troppo, al massimo vorrebbe diventare brilla, ebbra di vita, di amicizia e, ovviamente, di brindisi. Ma non penso che ci sia un termine per descriverci, quindi ci dovremo accontentare di dare un’accezione solo positiva a quello che ci ritroviamo.

Sono appena tornata da una festa in Piemonte. L’organizzatore è un mio amico, un birraio della vecchia scuola, appassionato e amante delle cose semplici. Ci ritroviamo lì, almeno due volte l’anno, arriviamo dal nord ma anche qualcuno dal sud (non a sud quanto me), per passare qualche giorno di buon bere, buon mangiare e abbracci sinceri. In un mondo in cui il cibo non si mangia, ma si fotografa, i bicchieri si giudicano prima di arrivare alla bocca e i ragazzini che si sono messi a fare birra o a venderla pensano di essere degli attori di Hollywood, a me piace fare la vecchietta. A me piace incontrare persone che fanno cose buone per il piacere di farle e, sì, anche per soldi, ma prima di tutto per passione; persone che privilegiano gli abbracci alle polemiche; persone che mi fanno sentire come mi sono sentita in questo fine settimana: a casa, a 1240 km da casa.

 

 

Io che scambio l’alba col tramonto

E se si trattasse solo di scambiare il momento in cui il sole accende le luci sulla nostra pista e quello in cui se ne va a fare baldoria dall’altra parte del globo, andrebbe tutto bene. Per i meno cinici, che credono ancora che prima di sorgere dalle nostre montagne il sole stava dormendo e ci ritornerà non appena si ritufferà nel nostro mare (sto in zona tirrenica), non rovinerò il vostro pensiero romantico. Continuate a crederci. Come quando noi donne ci sforziamo di credere a un uomo che ti dice che il 31 dicembre è stato tutto il giorno con l’ex ragazza fuori città e la sera è andato a letto presto. “Non mi andava di fare niente”. Forse voleva dire nient’altro. Beh,  non gli sarebbe dovuto andare neanche di stare tutto il giorno con lei. E poi sarà pure andato a letto presto, ma forse non da solo. Ma tanto non stiamo insieme, parto tra poco, bla bla bla, ho 33 anni e non 15. Quindi vaffanculo, niente scenate, becco e porto a casa. La cosa strana in questo rapporto è che mi sento in diritto di essere gelosa, che gli ho scritto un messaggio da Berlino per dirgli che mi mancava e che quando ci siamo rivisti, venerdì scorso a Roma, sono scoppiata a piangere e gli ho urlato di non toccarmi. Nello specifico, eravamo a letto e non per giocare a carte. La cosa ancora più strana è che lui non mi abbia portata al Cim/denunciata/uccisa.

La mia evoluzione in falena mi continua a far scambiare l’alba col tramonto, a seguire le luci più di notte che di giorno. La mia natura vampirica mi porta a scambiare un bacio sul collo per un tentativo di inzupparci dentro i canini. E la mia maledetta impulsività a far uscire fuori la mia insicurezza nei momenti peggiori: a letto, quando dovevano essere lacrime al massimo per una pacca più forte del solito sul culo e solo urla di piacere. Bene, il suo vicino adesso conosce anche un’altra parte di me. Quella piagnona.

Nonostante gli abbia dato la certezza di aver a che fare con una squilibrata, lui continua a cercarmi. Mi asseconda come si fa coi matti o è masochista. Fatto sta, che per recuperare un po’ di autostima, oggi mi sono messa a compilare una lista dei miei pregi e dei miei difetti e sono arrivata alla conclusione che, anyway, il bastardo non si può lamentare. E io non mi lamento. Non perché non ne abbia il diritto, ma perché non l’ho trovato nella mia lista dei difetti. L’irascibilità, però, c’è. Posso scambiarli?

Grandi e meritati VAFFANCULO

Il 2016 è finito con mia sorella che dormiva appoggiata alla mia spalla, i miei nipotini che guardavano i fuochi d’artificio e i botti coi nasi incollati ai vetri, mia cugina che sbadigliava chiedendo “quanto manca?” e mia nonna che rispondeva “mancano 45 minuti, adesso è facile”. E’ finito con venti persone attorno allo stesso tavolo a ricordare quando eravamo trenta, a volte anche di più. Il Capodanno era la festa che aspettavo di più da piccola, di più del Natale.

Del Natale aspettavo la mattina in cui correvo su e giù per le scale per vedere quanti regali c’erano per me, non solo sotto il mio albero, ma anche sotto gli alberi dei miei zii. Così facevano anche i miei cuginetti (siamo quindici cugini, cresciuti tutti nello stesso palazzo). Del Capodanno aspettavo altro. Era una festa per piccoli e grandi insieme. C’erano le bottiglie stappate, da cui rubavamo un sorso con il benestare dei nostri genitori, per buon augurio. E, soprattutto, c’erano i dieci minuti prima della mezzanotte, in cui noi bambine scappavamo da casa di nonna per salire le scale di corsa, arrivare ognuna nella sua stanzetta e cercare le mutandine rosse. Tornavamo con l’intimo porta fortuna appena in tempo per sentire Fabrizio Frizzi che faceva il conto alla rovescia.

Adesso siamo grandi, il Capodanno in famiglia è una festa meno frenetica, con meno pretese, senza l’obbligo delle mutandine rosse. Ma erano anni che non lo passavo nella mia prima casa (negli anni scorsi, se non lavoravo, preferivo fare baldoria in giro) ed è stata una bellissima festa, piena di sorrisi e di affetto. La giusta calma di cui avevo bisogno per ripartire. Devo ricaricare le pile, dopo troppi anni passati a spremere le energie e a inventarmele quando non usciva più una goccia di succo.

E’ il secondo giorno del 2017 e ho già fatto tante cose che adoro fare: scrivere, yoga, mangiare, abbracciare i miei nipoti, parlare con i miei amici, fare biglietti aerei e sognare ad occhi aperti. Le altre cose che amo dovranno aspettare qualche altro giorno. E poi avrò altri 363 giorni per rifarle. E altri giorni ancora per ricominciare a farle.

L’inizio di un nuovo anno è sempre una bella illusione, si crede di poter resettare tutto e ripartire. E’ come l’iscrizione in palestra del lunedì, ci crediamo davvero mentre lo diciamo. Il mio augurio a me stessa è di riuscire a impegnarmi davvero per ciò che lo merita e lasciare andare il resto. Non voglio più concedere tempo, energie, amore e soldi a cose e persone che non meritano così tanto. Sembra facile a parole, lo so. Tocca dare un’occhiata ai fatti, so anche questo. Ma se sono riuscita a imparare ad arrampicarmi su un palo e a farci le piroette attorno, solo per passione, se sono riuscita a lasciare il lavoro della mia vita, perché mi faceva stare male, e la casa in cui sono le mie radici, perché volevo le ali… be’, allora, forse riesco anche a mandare dei grandi e meritati VAFFANCULO ai giusti indirizzi.

Doing the right thing

Buongiorno!

Tra poco devo andare al lavoro, oggi faccio un cosiddetto turno spezzato (ovvero, alcune ore a pranzo e altre la sera). È una giornata splendida e sono di ottimo umore, perché ho capito finalmente una cosa importantissima: anche quando sbaglio, non sono tutta sbagliata. Per molti, potrebbe essere la scoperta dell’acqua calda. Be’, per me non lo è.

Ultimamente, mi hanno elencato spesso i miei presunti fallimenti, le mie presunte scelte sbagliate, mi hanno fatta sentire in torto per peccati non commessi, mi sono autoinflitta punizioni che non meritavo. Perché, secondo qualcuno, avevo fatto delle cose sbagliate. Oggi dovrei cominciare col darmi il buongiorno con una canzone incazzata, con un Fuck You in ogni verso. Invece, preferisco Doing the right thing. Buona giornata piena di errori e di atti meravigliosi.