Limone spremuto

Almeno qui, posso smettere di essere diplomatica.

distributore automatico di vaffanculo

Sono stufa. Mi sono fracassata le palle. 

Non sopporto più il tizio che lavora con me (per quanto, paradossalmente, mi ci sia anche affezionata). Avete presente i vampiri? No, non quelli come la vecchia me. Non quelli che succhiano vita dai banconi, dalle stelle, dal buio del cielo. Non quelli che si sentono sciogliere quando il sole li strappa alla loro notte. No, non il vampiro che io amavo essere. Io parlo di quelli emotivi. Quelli su cui giornalisti e psicologi hanno srotolato milioni di parole. Non vi siete mai imbattuti in un vademecum per evitare di farsi succhiare l’energia da questi soggetti ignoti?! Sì, soggetti ignoti. Proprio come i serial killer di Criminal Minds. Ebbene, lui è uno di loro. O, probabilmente, è il loro capo. Non fa che lamentarsi, rompere i coglioni, vantarsi, sminuire gli altri, dire come andrebbe fatta una cosa e quando gli fai notare che lui non ha mai alzato un dito per farla (né bene né male), eccolo che ricomincia col suo lamento: “Non mi sento apprezzato, non ho più energie, me le hanno tolte (i nostri capi, ndr), devo andare in ferie, non ne vale la pena, mi sento frustrato, ecc”. A questo punto, è legittimo chiedersi: cosa è successo a questo povero ragazzo più vicino ai 40 anni che ai 30 per stare così male?

A questa domanda posso rispondere con molta sicurezza:

  • Guadagna più di me (un bel po’) e io sono la sua responsabile. I capi hanno parlato di un errore da sistemare. Dopo tre mesi, però, è ancora un errore ben piantato su conto in banca e contratto di costui.
  • Gli è stato pagato l’alloggio (l’affitto è di 450 euro: lo so, perché viviamo insieme da prima di scoprire quanto la sua presenza avrebbe devastato il mio cervello. E lo so, soprattutto perché io, l’affitto, lo pago).
  • Non ha nessuna responsabilità lavorativa, neanche quella di chiudere cassa, perché si rifiuta di seguire una procedura standard. E ai miei capi sta bene.

Mi pare anche evidente che non sia colpa sua, bensì di chi ha permesso questa situazione di disparità. Ma il lamento costante, no, non lo posso accettare.

La convivenza è, senza dubbio, quel plus che mi ha portata ad avere così presto un esaurimento nervoso. Sentire parlare di problemi inerenti al lavoro, di lamentele, di insoddisfazioni, dalla mattina quando mi sveglio, fino a quando vado a dormire, non può che farmi male. Sono un limone spremuto. Senza più una goccia di succo.

Sono stufa. Sono stanca. Ed è colpa mia, direte voi. Giusto: che cazzo ci sto a fare ancora qui? E per qui non intendo Berlino. Intendo in questa casa e in questo posto di lavoro.

Ebbene, probabilmente, lui cambierà casa a breve. E io potrò respirare.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, ho mandato già diversi curriculum altrove: ma non nel settore della ristorazione. Già, mi sono stufata anche di questo. Sono stufa a 360°, a tutto tondo, dalla testa i piedi. Com’era? Faccio la cameriera per scelta. Certo, ma se poi la tua scelta, dopo dieci anni, ti ha mandata al manicomio, tocca scegliere la sopravvivenza o, per lo meno, la salute mentale.

Il problema è che lavoro in questo settore, appunto, da dieci anni. Le mie esperienze nel giornalismo e nella comunicazione in genere risalgono a prima di quel periodo. Ovviamente, quindi, non mi ha contattata nessuno. Neanche un call center. Non parlo ancora tedesco e ho scoperto che usare l’inglese solo a un livello lavorativo, per molti anni, non ha fatto che limitarlo.

Ah, ho anche pensato di fare la pazzia e diventare una travel blogger. Ma vorrei tanto sapere come fanno a viaggiare tanto, all’inizio, senza sponsor. Però, non è detto che non lo faccia davvero. Sono un’esperta nell’arte di arrangiarmi.

Benvenuta realtà. Benvenuto cambiamento, che, sono sicura, sei sempre positivo, anche quando mi sento frustrata. Bentornata stronza me, che ti permetti di sparlare così di un collega. Benvenuta nuova crisi, nuova domanda, nuova sfida.

Era quello che cercavo, giusto? Una nuova sfida. Una bicicletta più difficile da pedalare. La prossima volta che chiedo qualcosa alla vita, mi devo ricordare di quanto è bella la parola vacanza.

E, visto che anche alla stronza me piacciono le citazioni, ve ne beccate due:

La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. (A, Einstein)

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce. (L. Cohen)

 

Desafío

Non è facile per niente, ma ho accettato di fare la responsabile del locale in cui lavoro. Non starò qui ad elencare i problemi da risolvere. Scriverò solo di una cosa che non finirà mai di stupirmi: l’importanza di essere convinti, in tutto. Io sono convinta di poter far bene il mio lavoro (con più o meno difficoltà in base alle condizioni) e c’è, allo stesso modo, chi si autoconvince di essere più bravo di me e più adatto al ruolo che (una volta tanto) è stato affidato a me e non a uno degli uomini che lavorano con me. Due giorni dalla mia presentazione ufficiale in questa nuova veste e due giorni in cui sento discorsi  del tipo:

“Sì, mi serviva proprio una SPALLA come te”. Gli ho già spiegato che non si nomina un responsabile per far da spalla a un banchista, sono altri compiti. Ma vabbè, magari mi sbaglio.

“Sai, ho capito che stavano per fare la stessa proposta a me, ma ho detto che non me la sentivo prima ancora che ci provassero. Sono stanco da un anno di lavoro qua dentro, non avrei avuto le energie necessarie”. Ecco. Sono una spalla e anche una riserva, buono a sapersi!

“Questo posto sarebbe andato bene anche senza di te”. Evidentemente, no. Altrimenti, non mi avrebbero chiamata.

Sulle prime due richieste di aiuto da un ego distrutto per esser stato “superato” nella scalata sociale ai vertici di una birreria (per di più da una donna, appena arrivata), sono stata magnanima. Ho risposto sorridendo, fuori, e ridendo, dentro.

Sull’ultima ho dato prova di quanto sono carina quando divento un tiranno.

Molte persone non riescono ad accettare che ci sia gente più brava o semplicemente più adatta di loro a fare qualcosa, qualsiasi cosa, anche allacciarsi le scarpe nel minor tempo possibile. Di solito, per esperienza, sono le stesse persone che sminuiscono gli altri per medicare le ferite della propria autostima.

Questa nuova prova, per me, non consiste solo nel far bene il mio lavoro, ma di non farmi sfiorare dalle frecce avvelenate. Che la sfida abbia inizio.

 

 

Day One or One Day

Sesto giorno a Berlino. La città mi accoglie piano piano e io non le metto fretta, non potrei, sono ancora un’intrusa. Una che non parla la sua lingua, che non conosce le sue abitudini, né gli sguardi e le smorfie della sua gente. Sono stati giorni difficili, non tanto per il trasloco in un altro Paese. No, quello mi elettrizza, mi ha iniettato adrenalina fino al midollo. Difficile è vedersi materializzare ansia e tristezza in un momento che immagini da mesi come un’esplosione di gioia. L’ansia prima della partenza che praticava lo shibari col mio esofago e mi diceva che qualcosa non tornava. La tristezza, una volta arrivata, di sapere per certo cosa non tornava: il mio lavoro. Gli accordi (su turni, soldi, alloggio) erano diversi, sono cambiati senza che io lo sapessi. Per carità, non è una tragedia, non mi hanno sbattuta in mezzo a una strada, anzi, sembra che ci tengano molto a farmi lavorare con loro. Del resto, sono una di fiducia. Una che conoscono da anni. Che ha già dimostrato le sue competenze e il suo attaccamento al lavoro. Un’amica. Una che lo fa per passione e non si fa pagare gli straordinari. Una deficiente, insomma.

Sesto giorno a Berlino e sono già esaurita. Il secondo giorno, dopo varie conversazioni, tutte diverse tra loro con i miei datori di lavoro, volevo già prendere un aereo e tornare a Roma. Per fortuna, non l’ho fatto. Voglio stare qui. Stavolta ho scelto Berlino, come ho scelto altri luoghi, persone, passi, prima di adesso. Voglio diventare figlia adottiva di questo cielo che nasconde il sole e che, quando lo lascia vedere, sembra estate anche se stai sotto lo zero.

Sesto giorno della mia nuova vita e mi sono svegliata con i grandi punti interrogativi che non cambiano mai, neanche se vado su un’altra galassia.

E’ ora di cercare le risposte.

O altre domande.

onedayordayone

 

Sesso debole

Qualche anno fa lavoravo in un ristorante con un’ampia scelta di birra artigianale (che è una delle mie specialità, professionalmente parlando). Una sera come tante, col pienone, mi sono trovata in una situazione piuttosto irritante.

Tavolo di quattro persone (due coppie di adulti). Mi ordinano da mangiare, poi le donne mi chiedono aiuto per scegliere la birra e comincio a consigliarle secondo i loro gusti. Nel frattempo, sento uno dei due uomini chiamare un mio collega, sporgendosi con la sedia. “Scusa, scusa” urla. Lo guardo fisso. “Mi dica” gli chiedo, spostandomi per inserirmi nel suo campo visivo. Lui insiste, vuole l’attenzione del mio collega. “Lo conosce? Lo vuole salutare?” gli chiedo allora, un po’ confusa. “No – mi risponde – voglio ordinare da bere”. “State già ordinando a me, sono qui al tavolo -gli dico ridendo, per sdrammatizzare – In ogni caso, lui non può prendere le comande. Un po’ di pazienza e arrivo da lei, finisco di far scegliere le signore. Può aspettarmi qualche secondo?” gli sorrido, perché, come mi ripeto sempre, è facile essere gentili con le persone gentili, è con gli altri che ti guadagni la medaglia della professionalità. Eppure, il cliente sente la necessità di spiegarmi il motivo per cui non vuole ordinare da bere a me. “Ma lei è una donna! Si sa che gli uomini ne sanno di più di birra”. Il resto della conversazione non è rilevante, continuiamo a parlare inutilmente per qualche minuto. Nonostante l’imbarazzo del resto dei commensali (se non altro, su quattro persone, il troglodita è uno solo) e la mia determinazione a vincere quella stupida medaglia, l’uomo non indietreggia di un passo dalla sua convinzione. Evito di dirgli che il suo cameriere preferito è astemio e guarda dall’alto in basso chiunque beva alcolici  e decido semplicemente di fare il mio lavoro. Ovvero, scelgo la sua birra, senza che se ne renda conto. Nel corso della cena, ne chiederà altre due, come quella buonissima che ha ordinato prima.

Era il 2014, non il 1950. E ci trovavamo al centro di Roma, non a Kabul.

Perché l’ho scritto? In parte, per sfogarmi, di nuovo, a distanza di tempo. E poi? Per fare una denuncia? Sì. Lo so che c’è di peggio e che io non mi posso neanche lamentare troppo, nonostante gli episodi che avrei da raccontare non si limitino a questo.

Nonostante tutti i nonostante del mondo, quando anche un atto semplice, come ordinare una birra in un ristorante, diventa l’occasione per sbattere in faccia a una donna che può essere la professionista migliore del mondo, ma è sempre un gradino sotto a un uomo, beh, allora, mi preoccupo. E, se permettete, un po’ di preoccupazione la voglio far venire anche a voi.