Caro Cioè

Che poi, pensandoci, io avevo scelto giornalismo perché volevo fare l’inviata di guerra. O l’inviata sportiva negli spogliatoi delle squadre che vincevano lo scudetto. Tutti in mutande a stappare champagne.

Ma, sinceramente, anche la posta del cuore di qualunque giornale per teen agers mi sarebbe andato bene. Sai che risate, che dolcezza. A ‘na certa pure che noia. 

Sì, perché se c’è una verità in questo mondo, è che non siamo mai soli. Anche quando lo pensiamo, c’è sempre qualcuno che vive qualcosa di simile a quello che stiamo passando noi. E le letterine a CioèTop Girl  ne erano l’esempio lampante: tutte a vivere gli stessi problemi, in modo diverso ma uguale, tutte a farci mille domande e anche quando leggevamo le risposte date alle nostre simili, pensavamo sempre che ci fosse qualche consiglio in più che ci sfuggiva, che doveva essere rivolto soltanto a noi. Ecco il perché di tante lettere così imparentate. Non può bastare il consiglio che sentiamo dare a un’altra, l’oracolo dietro la risposta alla nostra domanda DEVE essere per noi.

Questa settimana la mia posta del cuore è stata la mia migliore amica. L’ho massacrata di telefonate, che si erano concluse, l’altro ieri, con la frase: “E’ arrivato il momento di capire che non mi vorrà vedere mai più”.

L’ho lasciata in pace per un giorno. Ieri mi ha chiamata lei, per chiedermi scusa, perché per tutta la settimana mi aveva nascosto una cosa: anche lei stava vivendo un momento triste con l’uomo che le ha fatto perdere la testa. Una settimana di litigi, delusioni, insulti pesanti e pianti, pianti, pianti. Allora, scusa gliel’ho chiesto io, visto che avevo monopolizzato le nostre conversazioni. Adesso tocca a me fare un po’ la posta del cuore con lei, come ha fatto lei con me. Tocca a me dirle di stare calma e ritrovare la sua serenità e la sua autostima. Tocca a me dirle che non è sola, qualsiasi cosa accada. Perché grande o piccolo che sia il problema, io ci sarò sempre.

E poi, le ho anche detto che lui si è fatto sentire. Che non è vero che non mi vuole più vedere. E che dopo una settimana in cui lei mi ha detto di stare calma, lo sono un po’ diventata davvero e quando ho letto il messaggio con cui lui mi invitava a parlare davanti a una birra, non mi sono sentita graziata. No. Quello che ho pensato è stato: “Smart guy”.

Bravo. Ora vediamo se davvero riusciamo a meritarci.

 

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

 

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Back to love

I love sport. Nei miei diari scolastici, era una costante. Il mio amore per lo sport superava in frequenza ed evidenza ogni altro destinatario di amore, fisico o concettuale che fosse. Quando ho smesso di essere la ragazzina perennemente in tuta, pronta a improvvisare una coreografia, saltare in sella a un cavallo, tuffarsi per prendere un pallone (e così via), sono improvvisamente diventata la ragazza che viveva sui tacchi, che reggeva l’alcol più degli uomini e che lo sport non si ricordava neanche cosa fosse. Non chiedetemi perché. Non chiedetemi perché, soprattutto, non ho provato a essere entrambe le cose. Le vie di mezzo non le ho mai prese sul serio.

Ho ricominciato ad allenarmi con costanza qualche anno fa, dopo dieci anni di stop. Immaginate il trauma! Nella mia testa, nonostante sapessi che il mio corpo era cambiato, ero sicura di riuscire a comandare ogni suo movimento, senza sofferenza né troppa fatica, come facevo molti anni prima. Lo specchio, invece, mi diceva un’altra cosa. Non ero più elastica, non ero più agile, non ero più armoniosa. C’è voluto tanto lavoro e un’insegnante che il primo giorno di lezione mi ha detto: “Non ti azzardare a scoraggiarti”. E alla fine ce l’ho quasi fatta. Sono tornata forte, flessibile, aggraziata.

Non mi alleno da sei mesi. Oggi vado a fare la mia prima lezione in una scuola di pole dance berlinese e sono molto preoccupata di quello che mi dirà il riflesso nello specchio. Ho letto che le persone molto allenate risentono prima e in modo più evidente dello stop (rispetto a quelle che, già prima, si allenavano poco), ma anche che recuperano in fretta. In questi sei mesi, non ho abbandonato il mio corpo, l’ho tenuto sveglio facendo yoga. Ma ho comunque paura di ricominciare e non sentirmi all’altezza. Paura di avere un’insegnante che scuote la testa.

Odio le persone che scuotono la testa. Ti dicono che sei senza speranza, senza sprecare neanche il fiato, limitando il movimento e l’energia al minimo sindacale.

Spero, soprattutto, di non trovare nessuna scusa per non andarci.

Perché le cose che mi fanno stare bene mi fanno così paura?

Ok, mi vado a preparare.

 

 

Scorpione

“Il destino può mutare, la nostra natura mai”. (A.Schopenhauer)

E pensare che ho sempre creduto che questa frase fosse frutto di una mia profonda riflessione. Invece, chissà quando, me l’ha inculcata niente popò di meno che quel pessimistone di Schopenhauer. Ne parlavo, qualche giorno fa, con il mio migliore amico.

Dieci anni fa eravamo i paladini della promiscuità, i maestri dell’imprevisto sessuale. Poi, io sono rimasta eternamente single, ma mi sono calmata. E lui è diventato monogamo, improvvisamente. Dopo tanti anni e una storia stremata da routine, sesso ormai desaparecido e spesso lontananza fisica per motivi di lavoro, il suo “vecchio” io si è fatto strada attraverso la crepa. E cosa è successo? Il mio amico ha messo fine alla sua relazione e ha ricominciato a scopare allegramente.

Lo adoro. Non per il suo ritorno agli imprevisti sessuali, ma perché l’ha lasciata prima di mancarle di rispetto e/o umiliarla. 

“Te la ricordi la storiella della rana che dà un passaggio allo scorpione?”

“Certo. Lui la punge, perché è la sua natura”

“Brava”

“La tua natura è quella di fimmanaro”

“La mia natura è quella di persona innamorata della vita”

“Amavi anche la tua donna”

“Sì, ma non abbastanza da continuare a spegnermi inesorabilmente”

Già. Il rischio era diventato serio: spegnersi I N E S O R A B I L M E N T E, mentre la voce dentro di te ti dice che sei ancora giovane e devi ritrovare l’energia per accendere la fiamma, quella che ti fa sorridere gli occhi. Gli è successo, nella vita amorosa, quello che a me continua a succedere in quella lavorativa.

“La tua natura, invece, a che punto sta?” mi ha chiesto

“Le sto riparando le ali”

“Ali? Quelle funzionano bene. Non fai che volare da una parte all’altra. Forse dovresti comprare un pungiglione”.

Ho già detto che lo adoro?

Valiente

Eres valiente. Me l’ha detto Maria, una mia cara amica di Granada, conosciuta i tempi dell’Erasmus a Sevilla, ormai dodici anni e mezzo fa. Collaboro col suo blog di viaggi. L’ultimo articolo era su una vacanza che mi sono concessa, da sola, a Fuerteventura, dove sono stata per imparare a surfare e fare pace col vento. Mi ha chiesto come andava a Berlino e, dopo qualche chiacchiera, lei che è stata ragazza au pair in Irlanda e donna all’avventura ad Amburgo, seppur per pochi mesi, mi ha detto che sono valiente.  Coraggiosa. Ma non è più coraggioso chi parte lasciando magari un fidanzato a casa o che arriva in un posto nuovo senza sapere cosa ci è andato a fare? E’ più coraggioso chi parte o chi resta? Chi insegue i suoi sogni o chi vi rinuncia? In attesa che Marzullo entri dalla finestra o si manifesti col bollore dell’acqua con cui preparerò il mio roiboos, proverò a farmi un’altra domanda (e spero che la mia psicoterapeuta non legga mai, dato che sia io che lei sappiamo benissimo quanto le domande mi facciano andare in tilt): Cosa è andato storto? Perché non sono diventata Wonder Woman, con in più un marito da sballo e figli che crescono sani?

Ah, sì. Perché non sono, sfortunatamente, un personaggio di fantasia. Questa era facile.

Nello specifico:

  • Mi sono appassionata troppo a tutto quello che ho fatto per vivere. Sono diventata parte del mio lavoro, lasciando poco spazio agli hobby.
  • Ho amato profondamente l’unico uomo che non potevo avere, togliendo attenzioni sentimentali a tutti quegli uomini che per me sono stati solo possessori di pisello e/o amici. Ovvero, o vai nella friendzone o resti solo nella bedzone.
  • Ho cercato perennemente l’equilibrio che volevo e perennemente il mio istinto mi ha fatta sbilanciare.
  • Ho creduto di essere l’unica persona al mondo con problemi relazionali e/o economici e/o postsbornia.
  • Non ho creduto in me stessa.
  • Non ho allontanato le persone “negative“. Anzi, me le sono accollata tutte.

Non ho mai amato gli elenchi, ma ho appreso da poco che sono utili. Le persone che riescono a gestire le proprie agende vanno meno in confusione, scrivono tutto in maniera ORDINATA (altra nota dolente: la mia agenda sarà lo specchio della mia anima, come ogni cosa che scrivo; dunque, disordinata) e riescono a concentrarsi sulle cose da fare. Così mi dicono le mie amiche ordinate e Ryder Carrol, ideatore del Bullet Journal (non provate a rubargli l’idea, è tutto registrato e vi denuncia), al quale mi affiderò per riuscire nell’impresa di riorganizzarmi la vita.

Ma davvero è tutto così semplice?

Bastava un’agenda?

Nein, lo sappiamo tutti che non è così.

Ed ecco qua un’altra lista, così mi alleno. Non sono buoni propositi, sono punti che voglio che restino nelle mie liste future:

  • Innamorarmi ancora. Speriamo, stavolta, di uno che mi ami.
  • Avere sempre a casa almeno un mazzo di fiori. A Berlino, sicuramente tulipani.
  • Continuare a cercare l’equilibrio, facendomi guidare dall’istinto.
  • Dedicare più tempo agli hobby e alle persone positive.
  • Scrivere come se non ci fosse un domani.
  • Ridere come se non ci fosse un domani.
  • Ricordarsi di respirare.
  • Essere valiente.

Non credo di aver risposto ai miei interrogativi, sono andata un po’ a braccio. Resteranno sospesi sopra la mia testa, finché continuerò a guardarli, credo.

E con questa, passo e chiudo. Marzullo non è arrivato, lo hanno spaventato le mie domande e ancor di più l’ultima lista, che sembra uscita da un profilo instagram di yoga o self-help.

A proposito, devo ricordarmi anche di fare yoga.

 

 

Beauté

 

 

Sous le dome epais ou le blanc jasmin
A la rose s’assemble
Sur la rive en fleurs riant au matin

Doucement glissons De son flot charmant
Suivons le courant fuyant
Dans l’onde fremissante
D’une main nonchalante
Viens, gagnons le bord,
Ou la source dort et
L’oiseau, l’oiseau chante.

Sous le dome epais ou le blanc jasmin,
Ah! descendons
Ensemble!

Sous le dome epais ou le blanc jasmin
A la rose s’assemble
Sur la rive en fleurs riant au matin
Viens, descendons ensemble

Doucement glissons de son flot charmant,
Suivons le courant fuyant
Dans l’onde fremissante
D’une main nonchalante
Viens, gagnons le bord
Ou la source dort et
L’oiseau, l’oiseau chante.

Sous le dome epais ou le blanc jasmin,
Ah! descendons
Ensemble!

In ritiro

Sei pronta?

Per cosa?

Per la tua nuova vita. Parti, no?

Be’, sì. Riparto, se vogliamo essere precisi. Sull’essere pronti o meno, rispondo sempre di sì, in automatico. Sono pronta da quando ho preso la decisione di farlo, mi dico. Sono pronta sempre, vorrei dirmi. Come si fa a saperlo? Come ci si prepara a rimettersi in gioco, a cambiare vita? Io, senza dubbio, mi sono allenata. Mettendo, per coraggio e/o per insicurezza, in discussione spesso il mio modo di vivere. Ecco, diciamo che non sono una donna che ha paura del cambiamento.

Nella pratica, ecco cosa sto facendo per prepararmi alla partenza:

  • funzioni vitali
  • scrivo più che posso (collaboro con un blog di viaggi spagnolo; scrivo un romanzo; butto giù qualche poesia; e poi c’è questo angoletto qui)
  • shopping (nei limiti dettati dal portafogli)
  • divano
  • yoga (tutti i giorni, a volte solo 10 minuti, ma meglio di niente)
  • inviare curriculum ai ristoranti di altre città.

L’ultimo punto non è che il frutto di una mia reazione repentina e impulsiva al posticipo della partenza, per una questione organizzativa (diciamo così), non dipesa da me, ma dal mio capo. Fatto sta che ho aggiornato il mio cv (non lo uso da dieci anni, il curriculum era il passaparola e i colloqui vere e proprie sedute di public relations nei locali) e l’ho tradotto in inglese e spagnolo. Lettera di presentazione e via. Ho iniziato a mandare la mia candidatura in giro per l’Europa. E se qualcuno dovesse chiamarmi, prenderò in considerazione tutte le proposte. Non riesco a ricordare quante occasioni ho perso per aver preso impegni con altre persone, che, alla prima occasione, si sono puntualmente dimenticate di averne preso uno con me. Historia Magistra Vitae. O, come si dice nel mio bel paesello, na vota si futti a vecchia (traduco per i non hablanti: la vecchia si fotte una volta sola; non vi devo spiegare il senso di fottere all’interno di questa frase, vero?!).

Mi preparo “in ritiro” nella mia prima casa, il luogo migliore in cui mettere in discussione me stessa. Mi preparo dormendo più di quanto abbia mai fatto, giocando coi miei nipotini, mangiando i dolci che prepara mia sorella; piangendo per delle sciocchezze e dando la colpa agli ormoni; passeggiando e ridendo. Mi preparo godendomi il tempo libero senza fretta (ma anche così il tempo è sempre troppo veloce). Mi preparo contemplando la mia natura di montagna solida e nuvole veloci, di mare dal respiro regolare e poi agitato da cavalloni.

(Sono pronta? Non lo so, ma la preparazione è una goduria).

Il magico potere dell’esaurimento

Ho un armadio quasi spoglio, adesso. Il trasloco dai miei 15 anni a Roma si può riassumere in: quando ti sei stufata di fare scatoloni, butta tutto. Un metodo che Marie Kondo (autrice del best seller Il magico potere del riordino) non approverebbe. Non che io abbia letto il libro (e lo dico per non farle cattiva pubblicità, visto che sono l’anti-ordine), solo recensioni e articoli vari, che tra l’altro mi hanno fatto venir voglia di leggerlo. Ma so che l’esaurimento nervoso da trasloco non è esattamente quello che la metodica e ordinata incarnazione del mio opposto intende nel suo libro. Se parliamo di matrice, quindi, c’è una bella differenza. Se parliamo, invece, di risultato, mi posso definire una nuova e inaspettata fan del riordino, che nel mio caso si è svolto ponendomi alcune domande, man mano che aprivo e svuotavo cassetti, scaffali e armadi:

  • Quanto tempo è che mi sono dimenticata dell’esistenza di questo oggetto?
  • Ah, ma dai, non l’avevo buttato con l’altro trasloco?
  • Chi me l’ha regalato?
  • Che coraggio ci vuole ad ammettere che questa bomboniera fa cagare? (Tra l’altro, non mi ricordo neanche di quale laurea/matrimonio/battesimo si tratta. Ah, ci sono ancora i confetti attaccati!)
  • Mi serve?
  • Mi sta bene addosso?
  • E’ distrutto?
  • Entra in valigia?

Be’, vi assicuro che con gli oggetti importanti, necessari, meritevoli di avere uno spazio nella mia vita, queste domande non hanno avuto neanche il tempo di nascere. Una selezione naturale. Ho tenuto con me tutto quello che voglio tenere davvero. Il resto l’ho suddiviso in due categorie: cose da regalare e cose da buttare. Punto.

Tutto ciò che ho portato qui, nella mia prima casa, subirà un’altra scrematura quando mi trasferirò a Berlino, non solo (per quanto riguarda il vestiario) a causa del clima leggermente più rigido, ma anche perché ancora non ho un alloggio fisso nella capitale tedesca. E poi, cosa c’è di più bello di cominciare un’altra vita costruendo anche un nuovo mondo di cose? Non avrebbe senso spostare la mia stanza tale e quale da un’altra parte, no? Decisamente, voglio partire leggera.

E sì, confermo: è terapeutico. Dopo aver finito, l’esaurimento è svanito come per magia.

La parte relativa alle persone è più complicata, ma mi sento a buon punto.

P.S. Passatemi il video di Mary Poppins, sto facendo una full immersion di nipotini 🙂

 

 

Cuìdate

In spagnolo, come in inglese, è molto comune salutare gli altri, prima di andare via, dicendo cuìdate take care of yourself. In italiano è più raro. Al massimo si dice riguardati, se stai male, o abbi cura di te, nella stessa situazione o nel caso di un addio. Credo che sia perché in italiano suona un po’ più cinematografico. Eppure, tutti noi avremmo bisogno di ricordarlo gli uni agli altri e, chi ci riesce, ricordarlo a noi stessi.

Mi sono messa il computer sulle gambe e ho cominciato a scrivere, con l’intenzione di scrivere un post il più brillante possibile. Ma appena ho cominciato, ho cambiato idea. Oggi non voglio essere brillante, anche perché è troppo difficile, troppi specchi intorno che riflettono la mia immagine a letto con la febbre, il moccio che cola frequentemente e nessuno che mi spalmi il Vick’s sul petto. I capelli (che di solito sono lo specchio della mia anima) non li descrivo nemmeno. Mi sto prendendo cura di me, per una volta,  disertando il lavoro per lasciar vivere la mia febbre e possibilmente farla morire senza traumi, nella solitudine della mia stanza e non in un ristorante affollato di gente che mi guarda come se uscissi da The Walking Dead.

Non ho fatto niente di eccezionale, ho fatto quello che fanno le persone normali quando stanno male: non vanno al lavoro. Però, no, io di solito non lo faccio. Di solito, al lavoro ci vado lo stesso, perché non voglio lasciare la mia squadra con un uomo in meno, perché mi sento in colpa se vanno in merda (come si dice in gergo) a causa mia. Oggi, invece, sono rimasta sdraiata, per celebrare il momento in cui i miei nervi e il mio fisico sono crollati per un banalissimo virus che si è sposato con la mia famosa stanchezza accumulata. Sono rimasta sdraiata, perché mi sono stancata di dovermi rialzare sempre, subito, per forza.

E dopo una giornata intera a vedere film demenziali, spalmare vick’s e prendere paracetamolo, mi è venuta voglia di vino. Il naso si sta liberando piano piano e posso sentire di nuovo l’odore dell’uva nel mio bicchiere. Vedrò un altro film e farò la larva a letto. Poi proverò a dormire, sperando che la febbre non torni a farmi tremare e provando a non pensare al tradimento di uno dei miei più cari amici, che si è messo dalla parte della mia peggior nemica, una psicopatica che pensa che sia andata a letto col suo uomo e mi sta rendendo la vita impossibile. Ecco, il mio amico sta al suo fianco e non al mio. Ma l’avevo già detto, mi pare, che le falene sbattono sulle luci artificiali, perché pensano di andare verso la luna. Siamo un po’ tonte, a volte.

luna-e-falena