Up and Down

Lo so, questo titolo è fuorviante, richiama troppo l’omonimo pezzo trash anni ’90 di Billy More, che in questo momento non guasterebbe. Oddio, in realtà ho già avuto la prima esperienza trash-sessuale di Berlino, sarei in tema. Ma meglio dimenticarla: ero ubriaca come non so neanche spiegare e, il giorno dopo, vedere quell’uomo accanto a me, è stato il suono di un ciak!si gira in una scena del prossimo “Una notte da leoni” (ah non lo fanno più? Aspettate che i produttori vengano a conoscenza della mia sublime interpretazione, poi ne riparliamo).

Tornando a noi. Up and Down è il movimento che fa il mio umore da sempre. Quindi, perché farmelo mancare proprio ora che ho fatto le valigie e sono partita? Il mio umore ha fatto Up l’altro ieri, quando Mirko mi ha riscritto, dopo un mese e due giorni, per chiedermi se adesso possiamo comunicare di nuovo. E io, ovviamente, gli ho detto di sì, nonostante sia stata io, proprio io, a chiedergli di non farsi sentire più.

Più più o solo più? mi chiese il mio ex coinquilino.

Io ho detto più.

Ah, allora è un solo più.

Ed era davvero un solo più. Peccato che la mia scelta avesse un senso. Peccato che adesso non vedo l’ora che mi riscriva.

Il mio umore è andato Down ieri sera, quando un mio collega mi ha fatta sentire per l’ennesima volta solo una donna in un mondo di uomini. Aridaje. Ha contestato una mia scelta davanti a un cliente e io l’ho argomentata. Dovevo dargli un calcio.

La domanda del momento Up è stata: Perché sono ancora legata a lui?

La domanda del momento Down: Perché ancora non li ho presi tutti a calci in culo?

La domanda generale, invece, è la solita: Ho perso tempo?

L’unica risposta che mi viene in mente è che questo blog lo dovevo chiamare “Domande” o “Interrogativi”. O, meglio ancora, “FAQ” (scritto Fuckché tanto si legge uguale).

Vi auguro la buona notte e un ottimo Up and Down, quello di Billy More.

Apnea

Lui sta già con un’altra, dopo neanche una settimana dal nostro ultimo incontro. O forse, già si vedevano. Magari è l’ex. Vabbè, chissenefrega.

Qualche tempo fa, mi sarei data mille colpe: mi ha vista piangere, mi ha vista incazzata, gli ho mostrato i miei punti deboli, pensa che sono pazza, non mi dovevo lasciare andare, ecc. Oggi no. Non mi pento di niente. Mi ripeto che se non ho trovato il coraggio per scommettere su di noi, anziché sul mio futuro col punto interrogativo in un altro paese di cui ancora non parlo neanche la lingua, un motivo c’è, giusto? Anzi no. Ce ne sono due. Il primo me l’ha suggerito il mio istinto e si basa sull’assunto che quando un uomo ti dice “Con me non puoi permetterti di essere gelosa” è perché sa benissimo che ti darà più di un motivo per esserlo. E poi, dai, quella volta che ha invitato la sua amica alla nostra scampagnata in due… no, non si fa. Il secondo motivo è che ha fatto esattamente quello che volevo che facesse. Quello che volevo da tutti quelli che sono passati prima di lui: che mi abbandonasse. Tra le belle cose che salvo di questa storia breve e intensissima, c’è anche la riflessione finale (di cui parlerò a fondo con la mia psicoterapeuta, tranquilli, a voi l’accenno e basta). Sono andata molto indietro nel tempo e ho aperto gli occhi su tutti i miei rapporti con il genere maschile: ho rifiutato tutti, lasciandomi ossessionare solo da chi non mi voleva. Sono più gelosa di me stessa che degli altri. Eh sì, sono psicopatica e masochista, ripetiamolo ogni tanto.

La verità è che quando ho letto il messaggio in cui mi diceva che non era più single, mi è arrivato un pugno allo stomaco. Uno di quelli forti, che non sai se ti hanno lacerato qualcosa, qualsiasi cosa tu abbia nella zona addominale. Sai solo che ti aspetti di sputare sangue da un momento all’altro. Ci avevo creduto, a tutte le emozioni che ho provato. Ci ho creduto anche quando elencavo le ragioni per cui non aveva senso, anche quando facevo vincere la paura.

Ho fissato il messaggio senza respirare. Poi, però, ho respirato. Ho respirato come si fa dopo un’apnea: profondamente. Ho posato il telefono e mi sono sentita sollevata. Vigliacca e sollevata.

Bianco come…

Bianco come la neve che ho visto dalla mia finestra, appena sveglia. Come i fiocchi che sono scesi tutta la notte e continuano a posarsi sui tetti, sugli alberi, per le strade, sui miei capelli e sui cappucci dei miei nipotini mentre giochiamo fuori. Bianco come immagino siano i binari della stazione a cui dovevo arrivare circa un’ora fa. Bianco come il treno FrecciaBianca che è partito senza di me. Come la mia faccia, quando mio fratello ha sentenziato che la Panda (prevedibilmente) non poteva affrontare tutta quella neve e mio zio ha detto che non riusciva a mettere in moto la jeep. Bianco come chi va in bianco: io e Mirko, che stasera avevamo appuntamento a Roma. E non pensavo di avere questo sguardo spento, davanti a tutto questo bianco, perché aspettavo di vederlo ancora una volta prima di Berlino, perché un addio frettoloso davanti a un tram non mi era bastato, non lo avevo valutato all’altezza di una storia così carica di… di… non so, di storia e basta.

Bianco come dovrebbe essere il Natale, non la Befana.

Eccheccazzo.