Raccontami di te

“Parlo sempre io, raccontami qualcosa di te”.

“Ma che dici, se tutte le volte che ci vediamo ti attacco un pippone su qualsiasi tema tiriamo fuori”.

“Non dico di parlarmi di arte, di musica, di attualità. Dico di parlarmi di te. E’ successo qualcosa oggi, ad esempio? O nei giorni scorsi? Se vuoi dirmelo”.

“Niente di interessante, al massimo ti posso raccontare di questa persona che per me era importantissima e mi ha lasciata sola, in un momento in cui era l’unico che volevo vicino, l’unico che poteva difendermi” ho detto infine.

E gli ho raccontato di un amico che ho adorato, con il quale ho condiviso dei momenti indimenticabili, bellissimi. E dei momenti indimenticabili, bruttissimi, come la morte di un nostro amico. Ci siamo aggrappati l’uno all’altro, molto più di quanto avevamo fatto prima. Disperazione, senso di colpa, impotenza davanti all’irreversibile: ci siamo buttati tutto addosso e l’abbiamo curato come potevamo, ma superficialmente. Ci siamo spinti a vicenda verso la sopravvivenza, verso il ritorno alla normalità. Siamo diventati più che amici, per un periodo breve, che abbiamo imputato alla necessità di avere amore in un momento così complicato.

Gli ho raccontato di lui, che si è messo con una donna ed è sparito per un anno. E quando è tornato, mi ha chiesto di fare le 6 di mattina al pub insieme, come facevamo spesso prima. Ho detto di sì, mi mancava da morire. Il giorno dopo la sua ragazza è venuta a cercarmi al lavoro, dandomi della puttana. Mi ha minacciata, mi ha insultata per tutta Roma, insieme ad altra gente che reputavo mia amica. E lui non ha detto niente. Non ha fatto niente. E’ sparito di nuovo. Due anni di silenzio e di astio, questa volta.

Ho raccontato di lui a un mio collega, con cui si sta instaurando un bel rapporto di amicizia, dopo aver visto una bella mostra (“Roots and Wings”) in una galleria di Berlino.

Gli ho raccontato di lui, perché proprio quel giorno, dopo due anni, si è fatto rivedere. Instagram, di punto in bianco, mi ha detto che mi segue. Nessuna parola, solo la scelta di rispuntare dal nulla per farmi sapere che c’è e mi guarda.

“Hai visto? Meglio quando parlo d’arte”.

“Dovresti parlare un po’ più di te, invece”.

E boh. Non mi va di parlare di me, perché mi fa sentire a disagio.

E non mi va neanche di non sapere cosa fare se un giorno lui mi scriverà qualcosa.

Ma tanto si sa: a volte ritornano. Il problema è come.

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Sola

Ci ho pensato un po’ prima di scrivere questo post, perché so che sarà un po’ deprimente. Tuttavia, qui non voglio fingere che tutto vada bene, al contrario. La scrittura mi aiuta a riconciliarmi con me stessa, con il mio mondo. Quando scrivo non mi sento mai inutile e mi sento meno sola, anche se poi, in realtà, mi ritrovo a parlare con me stessa. Da sola, in effetti.

Anni fa, nel locale che frequentavo dopo il lavoro, un habitué molto colto, un poeta perennemente ubriaco, mi disse: “Tu sei come me: sempre in mezzo a tanta gente, ma sempre da sola”. Ci rimasi un po’ male, per la verità, ma aveva ragione.

Tutto quello che faccio è galleggiare nella mediocrità, senza abbastanza spinta per fare i salti che voglio fare, senza troppo coraggio per lasciarmi andare davvero con qualcun altro. Poi, al massimo, ricomincio da zero. Scappo di nuovo. E si sa che da se stessi non si può scappare. E allora bevo, che è ciò che ho imparato a fare meglio e mi sento stupida.