La Roccia della Luna (The End)

Avrei voluto farvi aspettare meno del solito, invece sono passati due mesi. Ma eccoci alla fine. Spero che valga il vostro perdono 😉

———————————————————————————————————-

Dopo poche ore dall’inizio del combattimento, il mare era inchiostro nero di tenebre, della densità del sangue delle vittime. La Fata Murice vide con chiarezza che neanche la Coda a Tre Pinne sarebbe durata a lungo sotto i colpi della furia dei tentacoli maligni. La forza di Bentruk frustava i fondali e ne squarciava le creature. Alla Fata non restava che battere la ritirata, aiutare quello che restava del suo esercito a prendere uno dei sentieri subacquei che li avrebbero portati oltre Treeluv, verso le Isole Invisibili, dove avrebbero potuto rifugiarsi in acque più tranquille. Almeno per il momento. Richiuso il sentiero della salvezza, dietro l’ultima donna con le branchie che era riuscita a far scappare, fuggì lei stessa, attraverso un altro sentiero: lo stesso che David e Vittoria avevano scoperto da bambini. Sulla rive di Treeluv depose la Coda portentosa, che questa volta non era stata sufficiente a difendere il suo regno. Si voltò a guardare il mare. E pianse. “Non c’è tempo – disse ricomponendosi – non c’è tempo”. Chiuse gli occhi e cacciò fuori un urlo acuto e sibilante, spaventoso. Un momento dopo, la Strega del Bosco della Vittoria, il Mago Gufo, Sfunf e la Regina dei Gelsomini erano attorno a lei. “Presto, non c’è tempo. Il momento è arrivato. Sta raggiungendo la terraferma e ogni istante che passa diventa più forte”. “Si nutre delle sue vittime – la interruppe Sfunf – Bentruk si nutre di vita e di paura, di coraggio e di speranza, di odio e amore”. “Come fai a saperlo?” chiese la Strega. “La pozione dell’empatia l’abbiamo messa a punto insieme, da ragazzi. Era l’arma per indebolire i nemici, rendendoli capaci di sentire tutto il dolore e il terrore che infliggevano agli altri. Le nostre intenzioni erano di usarla quando saremmo stati attaccati da una ombra maligna. Non ci era mai successo, ci preparavamo al peggio. Ma dopo qualche tempo, fu Bentruk a diventare quell’ombra e quello che fece alla nostra pozione fu di invertirne l’effetto: non più una debolezza, ma una forza crescente, al crescere dei sentimenti altrui. Pare che gli sia riuscito bene”. “Non capisco, come mai tu e Bentruk…” continuò la Strega. “Ma come, cara, Sfunf e lo Stregone erano amici inseparabili da piccoli, lo sanno tutti – precisò la Regina dei Gelsomini, che tardò qualche secondo ad accorgersi dello sguardo di fuoco che le indirizzava il Folletto – ma forse non proprio tutti” concluse chinando il capo. “Non c’è tempo! Chiamiamo David” riprese la parola Murice. Il Mago Gufo guardò Vittoria, la quale annuì e si smaterializzò, per ricomparire dopo pochi istanti insieme a David.

“I fondali sono stati annientati. Bentruk si avvicina per colpire anche Treeluv e il suo popolo – il Mago Gufo fissava David senza sbattere le palpebre e i suoi occhi arancioni sembravano voler diventare grandi quanto la luna – Tieni, ti servirà per combattere”. Gli porse un pugnale dalla lama sottile quanto una foglia dell’albero della sensibilità. Pensò al Fringuello, che quelle foglie profumate e leggere le regalava alle donne per conquistarle e a Nocrez che ne doveva stare lontano, perché di sensibilità era già colmo e potevano avere un effetto devastante. Tornò con la mente al presente, quando Sfunf brontolò: “Il pugnale ammazzamago… Non sarà inutile contro Bentruk?”. Sembrava stesse per continuare la frase, ma si interruppe, come se volesse tapparsi la bocca lui stesso, questa volta. Il Gufo gli rivolse un muto rimprovero. “E’ l’arma più utile in questo frangente. E noi saremo qui a combattere con David, con tutta la magia a nostra disposizione”. Il Mago e l’uomo si guardarono scambiandosi un gesto d’intesa abbassando il capo e serrando le mascelle in una specie di aspirante sorriso. “Ora vai a chiamarlo, Sfunf”. “Non è necessario, sta arrivando” disse il Folletto indicando la nube nera che avanzava verso la spiaggia a grande velocità.

Un rumore di mille tuoni li stordì e lo Stregone prese forma davanti a loro. La Strega del Bosco della Vittoria lanciò ai suoi piedi un’ampolla che, rompendosi, sparse un liquido verde da cui nacquero forti radici che immobilizzarono il nemico. La Regina soffiò un vento di gelsomini, che lo stordì, mentre il Mago Gufo si alzava in volo e sbatteva così forte le ali da creare un vortice d’aria perenne attorno al malvagio Bentruk. Infine, toccò alla Fata Murice imprigionarlo, con un solo gesto delle dita, dentro una conchiglia da cui non sarebbe uscito facilmente. Intanto, David aveva già puntato il pugnale al petto dello Stregone e si scagliò su di lui con una forza sovrumana.

Bentruk rise così forte da far indietreggiare i Maghi.

La lama si era fermata a qualche millimetro dall’obiettivo. E David con lei. Era impietrito e una strana forza lo staccava dal terreno, portandolo verso l’alto. Non poteva voltarsi per vedere Sfunf che lo pilotava con le sue mani, portandolo a un’altezza tale da renderlo inoffensivo, anche se avesse potuto muoversi. Bentruk si liberò di gelsomini, conchiglie, radici e vortici in un colpo solo, pronunciando dei suoni irripetibili e terrificanti. Un attimo dopo, i Maghi erano imprigionati nei loro stessi sortilegi, impotenti e disorientati, furiosi e sgomenti. Non poterono fare altro che guardare David precipitare al suolo, per mano di Sfunf.

Lo Stregone, allora, si avvicinò all’uomo coraggioso, si chinò su di lui e disse: “Voglio il tuo cuore”. Posò una mano sul suo petto e lo squarciò, mentre il grido disperato di Vittoria squarciava la notte.

Prese quello che voleva.

“Povero Sfunf – disse Bentruk reggendo l’organo vitale tra le mani – hai fatto tutto questo per salvarti, ma non saresti morto comunque”. Rise con arroganza e continuò: “Ho terminato di preparare la pozione che ha separato i nostri destini. Tanto tempo fa. Ah, ma sapevo, sapevo, sapevo! – rise ancora avvicinandosi all’amico di tempi scomparsi – sapevo che la tua paura di cessare di vivere sarebbe stata più forte di qualsiasi sentimento, di qualsiasi intento, di qualsiasi ideale. E di ogni altro istinto. Pare che io non sia l’unico cattivone qui, che ne pensi? La tua disperazione per la sopravvivenza ha reso più facile la mia. Dopotutto, i nostri destini sono rimasti incatenati, non credi?”. Sfunf non riusciva a muoversi, tanto era grande la vergogna, tanto era profondo il senso di colpa. Trovò la forza per guardare Vittoria e chiederle scusa senza proferire parola, prima di bere il veleno che aveva portato con sé. La Strega, già trafitta dal dolore per David, intrappolata in un groviglio di radici, non ebbe più fiato per gridare. Rimase con la bocca aperta in un urlo silenzioso, disperato.

Fu allora che arrivò Iridia, circondata da una fitta nebbia di luce lunare. Avanzava piano sulla spiaggia, pesante e leggera allo stesso tempo. “Il cuore del più coraggioso tra gli uomini ti farà trovare la roccia della luna – disse lo Stregone, ripetendo, compiaciuto, l’antica profezia – ma ha fatto molto di più: l’ha portata da me”. Alzò le mani tra le quali teneva il cuore, aspettando il suo premio: la pietra che la Figlia della Cascata d’Avorio portava al collo. Non accadde. Al contrario, fu investito dal fascio di luce così violento che gli sembrò di essere stato scaraventato in un’altra dimensione. Invece, era ancora lì, ma non riusciva a vedere altro che luce. Iridia stava usando la scheggia di Roccia della Luna che, quella stessa notte, la Madre le aveva donato, confessandole di aver nascosto il masso poderoso per un tempo che sembrava ancora immortale.

La fanciulla la usò per rimettere a posto il cuore del suo amato e farlo rivivere, per liberare i Maghi e intrappolare per sempre Bentruk in quella luminosità senza scampo.

“Ti prego – le disse in lacrime la Strega del Bosco della Vittoria – ti prego, salva Sfunf. Se lo Stregone non merita la morte, non la merita neanche lui. Ti prego, dagli una seconda possibilità”. “Ha ucciso David!” fu la risposta. Nessuno dei Maghi osò contraddirla con le parole, ma le loro pupille cercavano una soluzione, un compromesso, una strategia per porre fine a quella morte che nessuno voleva, nonostante l’errore di Sfunf. La paura della morte era una costante nella vita dei Folletti, vulnerabili quasi quanto gli uomini. I meno privilegiati tra gli esseri magici.

David lo capiva più degli altri, nonostante la rabbia per il tradimento e quella che sembrava essere la certezza che lui “non l’avrebbe mai fatto”. Ma, d’altronde, come poteva esserne sicuro? E poi, non si erano mai piaciuti. Soprattutto, non riusciva a guardare Vittoria in quello stato. Prese la mano di Iridia e le disse: “Ti prego, amore mio, salvalo”. Sospirando, Iridia si avvicinò a Sfunf e la Roccia della Luna fece il resto.

Si risvegliò, così stordito da restare, per la prima volta, senza parole. Riuscì solo a guardare con dolcezza la Strega, che sorrideva di gioia pura, mentre il Gufo lo fissava con gli occhi arancioni e gli diceva: “Bentornato, bacchettaro”.

Advertisements

2 thoughts on “La Roccia della Luna (The End)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s