Sogni di carta

Tutto si riduce a oggi. Cioè, all’altro ieri. L’altro ieri camminavo per Köpenicker straße e pensavo, appunto: “Tutto si riduce a oggi”.

Non in modo riduttivo, né in modo conclusivo. Pensavo più a un momento culminante.

L’altro ieri ho preso un sogno dal cassetto e l’ho messo sulla scrivania, l’ho tenuto insieme con un elastico, chiuso in una busta e messo nello zaino. Con quel sogno di carta sulle spalle, sono andata al lavoro. L’ho appeso allo schienale della mia sedia.

Dopo otto ore, me lo sono rimesso sulle spalle e sono andata a spedirlo. Il destinatario è una casa editrice che ha indetto un concorso letterario.

Ho fatto tutto con tranquillità, pensando solo tutto si riduce a oggi. Dove tutto sono gli anni più confusi e nervosi e arrabbiati della mia vita, pieni di tentativi andati male e di burroni evitati per miracolo, di amori non corrisposti e di fiducia sprecata. In questi anni avrei potuto scrivere tanti romanzi, o forse uno più lungo di quello che ho scritto, se non lo avessi cestinato e ripreso da capo mille volte. Se non lo avessi guardato schifata, per poi chiedergli scusa e riguardarlo con amore. E ricominciare. Un’odissea, insomma. Ma non è dipeso assolutamente da quelle pagine, che in realtà ho amato in tutte le versioni che hanno provato a sopravvivere alla mia insicurezza isterica e drastica.

Fin quando non ho deciso che la mia ricerca della perfezione doveva arrivare a un punto e quel punto doveva permettere a un sogno di vivere e a me stessa di incassare tutti gli eventuali rifiuti del mondo, senza, per un momento, rinunciare a crederci.

Sono tornata a casa e non riuscivo a infilare le chiavi nella porta, l’altro ieri. Mi tremavano le mani. E ho pianto senza ragione, con un milione e mezzo di motivi.

Mi sento felice.

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La Roccia della Luna (part Four)

Abbiamo lasciato David in attesa della visita della Strega del Bosco della Vittoria, decisa a farsi perdonare per il tradimento. E li lasciamo ancora lì, perché, nel frattempo, gli altri Maghi si interrogano su come sconfiggere Bentruk. Ché va bene il coraggio, ma non ci vorrà anche qualcosa in più? Inoltre, un vecchio amico è andato a trovare il minaccioso Stregone. 

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I tentacoli del maleficio di Bentruk avanzavano prepotenti sotto il mare delle Isole dell’Artiglio Nero, nella direzione di Treeluv. Dall’orizzonte cupo si avvicinava inarrestabile una impenetrabile nube di fumo. La Fata Murice aveva chiamato a raccolta tutte le creature marine sopravvissute e le aveva fatte nascondere nel vascello segreto. Molti figli del mare erano morti, schiacciati dal peso delle ramificazioni maligne, intrappolati tra i fitti intrecci e trafitti dagli aculei che dagli stessi scattavano violenti. “Sono pronta a indossare la Coda a Tre Pinne” disse Murice alla Sorella dei Fondali, che aveva annuito in modo solenne.

“Sta accadendo prima del previsto”. La Regina dei Gelsomini, a colloquio con il Mago Gufo, non nascose la sua preoccupazione. “Non ci resta molto tempo, qual è il piano?”. “Il Gufo scosse la testa. “Non c’è nessun piano, se non quello di combattere. Noi con la magia, David con la forza e l’ingegno. Ma, soprattutto, non ci resta che sperare che il suo cuore sia ancora l’esca appetibile che era quando era la Tigre degli Abissi a guidare il gioco”. “Un esca, sì, perfetto. Bentruk non rinuncerà all’unica chiave esistente per arrivare alla Roccia della luna. Un’esca è quello che ci vuole. Fece una pausa, sbattendo le palpebre, riflessiva, per poi sgranare gli occhi su quelli arancioni dell’amico e chiedere, tutto d’un fiato: “Ma per quale trappola?”. Il Mago abbassò lo sguardo sulle sue mani vuote.

Avevano bisogno di un piano.

“Davvero era necessario tutto questo trambusto per prendere il cuore di un uomo?”. La voce alle spalle di Bentruk continuava da un’oretta buona a provare a fargli cambiare idea sulla distruzione già in atto. “Non basta sorprenderlo mentre solca i mari, mentre costruisce una barchetta, neanche quando la debolezza lo fa genuflettere davanti alla Cascata e alla sua Figlia più bella. Quel David è un uomo così comune! A volte persino più noioso e ingenuo degli altri suoi simili. Eppure, nelle situazioni di reale pericolo, quando è richiesto un grande sacrificio, il suo cuore si deforma per contenere il suo proverbiale coraggio, una forza mai vista gli pompa il petto e a guardarlo ci si stupisce della magia che può generare un puramente umano, che dalla magia che conosciamo noi stregoni non è mai stato sfiorato”. Tra la polvere grigia dell’immensa nube che nascondeva ormai la vetta dell’Artiglio Nero, le due ombre fluttuanti discutevano di David e del suo valore, volgendo lo sguardo all’isola di Treeluv. “Se ti ho permesso di venire qui – continuò Bentruk – senza porre fine alla tua ormai inutile vita, è solo perché ancora non ho perfezionato l’incantesimo che mi libera dalla catena che ha legato i nostri destini, la notte del lungo mantello. Ora, però, vattene. Non posso ucciderti, ma ti posso fare del male. Tanto male. La tua presenza mi infastidisce enormemente, Sfunf”.

Il Folletto si smaterializzò nella tenebra dei suoi pensieri, in cui sapeva bene che se i Maghi avessero sconfitto Bentruk, sarebbe finita anche per lui. La notte in cui il lungo mantello era crollato su Treeluv, paralizzando la vita dell’isola, il Folletto e lo Stregone, ai tempi amici inseparabili, erano riusciti a rimetterlo al suo posto, prima che l’effetto della catastrofe fosse definitivo. Ma l’incantesimo creato per salvare il loro mondo, a cui, a quei tempi, era affezionato anche il malefico, aveva creato una catena indistruttibile tra le vite dei due. Tuttavia, Bentruk aveva trovato il modo per liberarsene. Gli serviva solo un potere più grande: quello a cui l’avrebbe condotto il cuore di David.

Sfunf si materializzò di nuovo nel bosco della Vittoria. Voleva sapere cosa si erano detti la Strega e David, ma si fermò a riposare, preoccupato, sul ramo di un albero, sotto la luce della luna che illuminava Treeluv. Ancora per poco.