Spensierami, baby

Ho messo gli occhi su un nuovo Toy Boy.

gnente, possiamo dire che il 2017 segna il mio passaggio dal reparto geriatria al reparto “fai un salto fuori dall’adolescenza”. Che io abbia smesso di cercare una mia figura paterna e stia diventando l’altrui figura materna?

Il malcapitato mi ha attraversato la strada durante il mio cammino verso la positività (“mi creda, Vostro Onore”), mentre passeggiavo un po’ beata e un po’ no, con un vaffanculo sulla parte posteriore della mia t-shirt (se vogliamo rendere l’immagine più realistica: sulla parte posteriore del cappotto che sta sopra il maglione, che sta sopra il maglioncino, che sta sopra la maglietta. Non chiamatelo vestirsi a cipolla, chiamatelo mutazione in matrioska).

Dicevamo… ah, il vaffanculo. Parola che, insieme all’altrettanto taumaturgico ‘sti cazzi, mi ha slacciato più volte le scarpe, me le ha sfilate, ha fatto cascare dei sassolini rompipalle, e me le ha rimesse e riallacciate. Il cammino è nuovo e, come sempre, non se ne vede la fine. Non si vede un fico secco, in realtà. Di luce ce n’è poca. Pochi lampioni, per fortuna. Si sa, noi falene ci andiamo a sbattere in continuazione, grande perdita di tempo e di salute. Molte di noi ci restano stecchite. Molto più desiderabile la luce della luna, che non ci fa alla griglia e ci permette di vedere il necessario per mettere un passo dietro l’altro. E ci fa mirare in alto, che ve lo dico a fare.

Ma torniamo a noi. Cammina, cammina, cammina… Mi era venuta sete e sono andata a comprare una birra in un negozio. E chi ci trovo? Il fanciullo, appunto. Un giovane studente di ingegneria con tanto di lavoro notturno e testa sulle spalle (grandi spalle). Tecnicamente, quindi, forse non è lui che ha attraversato, ma io che ho fatto una deviazioncina. A mia discolpa, dirò che sembra davvero un mio coetaneo (“Vostro Onore, ho una foto da qualche parte, gliela mando e poi mi dice se non sto forse dicendo il vero!”).

Tutto ciò per confermare quello che già sospettavo: c’è Toy Boy e Toy Boy.

E ribadire quello che ho pensato io tutte le volte che sono riuscita a pensare fuori dal focus della lente di ingrandimento del resto del mondo: la spensieratezza è una condizione magica. Non manda via i pensieri, li alleggerisce. Tramuta i macigni in nuvolette carine carine che prendono forme carine carine.

Contemplo questa condizione, deliziata e soddisfatta. Soprattutto perché io, nelle nuvole, ci vedo sempre montagne di panna e schiere di muffin.

 

 

 

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La felicità è come la maionese

In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare.
(Andrej Tarkowsky)

Si scrive e si è scritto tanto sui viaggi. Non ho statistiche in mano, ma la mia immaginazione mi porta a supporre che solo all’amore siano state dedicate più parole. I due temi, però, spesso coincidono. Come nel mio caso. Mi innamoro a ogni viaggio, a ogni viaggio in modo diverso. Di Copenaghen, vissuta solo per due giorni, mi sono innamorata istantaneamente. Mi ha fatto lo stesso effetto meraviglioso che ho avuto quando sono atterrata la prima volta a Siviglia. Lo so, sono molto diverse, ma il sentimento è stato di quel genere: quello che ti fa camminare per strada col sorriso, anche se hai la febbre alta. Tu cammini e sorridi e ti perdi. In questi due giorni sono riuscita a scoprire tanto della città e tanto altro di me stessa. E no, non ho preso nessuna decisione importante. Se non quella di continuare a perdermi, come ho fatto per le vie di Norrebro, come ho fatto davanti (finalmente) al mare, come ho fatto guardando l’orizzonte da Dronning Louises Bro.

Tornata a Berlino, mi sono permessa di non pensare più a dove ho sbagliato, almeno per un po’. Di non pensare neanche più a come correggermi. Ho setacciato il web per cercare i consigli giusti, le pillole di saggezza, le scorciatoie, per guarire dai miei traumi sentimentali e mettere ordine nella mia vita. E passando da un life coach a un altro, mi sono chiesta quando ho smesso di permettermi di sbagliare, di essere infelice. Quand’è cominciato il rifiuto per ogni lamentela, il disprezzo per le mie lacrime? Ho fatto una foto, a Copenaghen, che mi ha fatto riflettere molto. Davanti a un negozio, c’era un cartello a cui erano appesi dei vestiti. Sul cartello c’era scritto: Happiness is Homemade. Esatto. Non è un preparato industriale e non è né surgelata né precotta. E’ come la maionese, che a volte viene fuori da paura, gustosa e delicata, un altro giorno risulta un po’ più pesante. Altri giorni impazzisce, lascia proprio stare. Ma comunque ci riproviamo sempre.

Happiness is Homemade
Viaggio a Copenaghen

A Copenaghen sono stata felice, perché facevo una cosa che amo fare (viaggiare) e ho scoperto una città che mi ha catturata, delle persone interessanti e piacevoli, dei dolci buonissimi. Eppure, sono stata a volte stanca per via della febbre alta e irritata a causa dei rumorosissimi giovanotti irlandesi che dormivano in ostello con me.

Ah, promemoria: basta ostelli, sono vecchia.

A Berlino sono felice. Ma sono anche triste, arrabbiata, delusa. Come potrei essere in ogni parte del mondo. Le emozioni non sono statiche, perché ho anche solo pensato per un attimo di renderle tali?

Lui, nel frattempo, mi ha ignorata. Ma alle mie amiche, che hanno chiesto solerti durante tutto il weekend, ho detto che mi aveva scritto. Ho avuto paura, ancora una volta, di essere giudicata, di sentirmi dire: “Non ci dovevi andare a letto; non lo dovevi invitare a cena; non dovevi dire questo; non dovevi fare quello… Ora devi…”. Lo facciamo un po’ tutti. Quando un amico è un po’ giù cerchiamo di fare il massimo per risollevarlo. Beh, a volte il massimo è un po’ troppo. Questa volta, ho voluto gentilmente zittire tutte le persone che mi vogliono bene e vogliono darmi consigli per vivere meglio. Ho detto una piccola bugia, ma non mi sento per niente in colpa.

Non so ancora come mi comporterò con lui. Non sono brava a rispettare i programmi di un viaggio, figuriamoci quelli di una storia (o quello che è). Ma, oggi, cerco di non preoccuparmene più, il suo pensiero aggiunge solo confusione alla mia vita.

Vi auguro una felice preparazione della vostra felicità. E vi lascio con il mio life coach preferito.

Razzolare benino

Bagaglio a mano pronto, tra poco parto per Copenaghen. Due giorni di stacco, non dallo stress (o non solo), ma dal mio ripetermi. Viaggiare da sola ha sempre avuto un effetto catartico su di me. Forse un po’ su tutti, ma parlo per me.

In cosa mi ripeto è facile da spiegare: pensavo di essermi liberata dall’ultima trappola amorosa, invece, è bastato un suo messaggio, pieno di pentimento e buoni propositi e di quanto gli manca parlare con me e di quanto è bello stare con me. E vediamoci per una birra, ma no facciamo una cena.

Quindi, è venuto a cena da me. Una serata pazzesca, non sono mai stata così bene con un uomo in vita mia. Ero rilassata, allegra, senza ansie. Mai successo, giuro. Nessuna paura di sbagliare, tra le chiacchiere easy e la musica classica. E una specie di karaoke improvvisato mano nella mano.

E la mattina successiva, dopo il bacio e il “ci vediamo al lavoro” sparisce tutto. La carrozza ci ha messo un po’ di più a tornare zucca, ma alla fine quella è e quella rimane.

Mi dico che sono cambiata, che sono più sicura di me, che nessun uomo mi farà più sentire inesistente a sua discrezione. Eppure, eccoci qui.

Ho due giorni liberi dopo Copenaghen, gli ho scritto di vederci. Mi fa sapere questo weekend. Ho provato a darmi un’altra possibilità, a dirmi: Vedi, come al solito, fai tutto da sola. Vedrai che vuole vederti anche lui.

Però la me che sta dentro di me, quella ferita, triste e incazzata, continua a ripetermi che tanto lo so che non gliene frega niente.

Non dico che voglio razzolare come mi faccio le prediche, mi accontento di passare da razzolare male a benino. Ma forse mando a me stessa il messaggio sbagliato.

Non ruzzolare, razzolare, eh.

‘Sto cazzo di T9.