Paura e collirio: #2 La scrittrice

Due anni fa, una donna con cui stavo per diventare socia di un ristorante, figlia di un editore, mi ha detto: “Non puoi fare la scrittrice, se fai anche un altro lavoro”. E le ho creduto.

Qualche anno prima, un tipo in un bar, che si vantava di aver scritto un libro di poesie, mi ha detto: “Se non hai mai finito di scrivere una tua opera, non sei una scrittrice, sei una scribacchina”. E gli ho creduto.

La quantità di gente che mi ha presa in giro per quello che dicevo, per come mi vestivo, per i miei difetti fisici o, a volte, addirittura perché ero troppo educata, non riesco a contarla. Col tempo ho capito che chi ti sminuisce per sentirsi migliore di te è una persona da lasciar marcire nell’invidia. Ma non è per niente facile. Per niente.

Perché quando mi fanno notare qualcosa che non va bene in me, il mio primo pensiero è ancora che probabilmente hanno ragione. Per fortuna, adesso, dopo qualche secondo ci penso e la mia testa li manda a fanculo. Ma quante cose mi sono persa perché qualcuno mi ha detto che ero inadatta, incapace, non voluta e io ci ho creduto?

Quando un uomo mi ha detto che mi voleva bene così com’ero, con tutti i miei difetti, non ci ho creduto. E l’ho trattato come se stesse cercando di fregarmi. Non ci casco, stronzo.

Eppure, molto tempo prima, una figlia di papà mi aveva detto che non avrei mai fatto la giornalista, perché non avevo i “contatti” che aveva lei. Ma io l’ho fatto lo stesso.

Quando ero una ragazzina, sempre con la testa tra i libri e la palestra, ero così imbranata che darmi un bicchiere pieno d’acqua in mano significava che l’acqua sarebbe finita a terra, con o senza il bicchiere. E poi ho voluto a tutti i costi imparare a fare la cameriera, dimostrare che sapevo essere veloce, sveglia e non solo quella con la testa nel suo mondo fantastico. No, anche una con i piedi per terra. Sono diventata brava, sono arrivata ad avere un mio locale (andato male), ma l’ho fatto. Ho detto a me stessa: “lo voglio fare”. E l’ho fatto.

Allora, perché mi è costato tanto sentirmi una scrittrice? Perché è la cosa più intima che ho. E’ il luogo dove si trovano i miei spazi vuoti, i miei mostri, i desideri bloccati tra la necessità di non implodere e la paura di esplodere. E’ stato più facile credere a quello che mi dicevano gli altri. Che scrivere è un lavoro, che scarabocchiare pagine non concluse non ha senso, che se nessuno pubblica una tua opera non sei uno scrittore (che poi, a volerla dire tutta, una volta un mio racconto è stato pubblicato, solo che invece di vantarmene, me ne sono stata zitta e immobile, paralizzata dal terrore che qualcuno potesse leggermi dentro o non giudicarmi brava abbastanza).

Ma sapete che c’è? C’è che, invece, NO.

Sono una scrittrice da quando avevo 7 anni, da quando ho cominciato a scrivere un racconto e dopo pochi giorni era diventato un quaderno di racconti.

Adesso, il mio libro è quasi compiuto. L’ho scritto mentre facevo altri lavori, full time. Forse non sarà pubblicato, forse sì. Ma è una mia creatura e non potrei amarla di più.

La paura del giudizio degli altri ha influenzato e influenza tutti gli ambiti della mia vita, ma sto combattendo questa paura, piano piano, tra vittorie e fallimenti. Col collirio alla camomilla, sempre a portata di mano. Perché gli occhi ogni tanto si gonfiano, quando non ce la faccio più a essere la donna che non piange mai e allora apro i rubinetti.

Nei ringraziamenti del mio libro saranno presenti anche i vampiri energetici che ho incontrato e incontro nella mia vita, questi signori che hanno passato il tempo a darmi consigli e scoraggiamenti non richiesti. Senza di voi, scriverò, non avrei avuto la rabbia necessaria per provarci, massa di imbecilli repressi.

 

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La nostra breve poesia

Quando non sapevo ancora che sarebbe andata a finire in niente di fatto, in scappatoie e giochi fin troppo prevedibili, quando mi brillavano gli occhi e mi mancava la voce, quando mi ammalavo di infatuazione feroce e speranzosa, le parole per te mi sono uscite, brevemente, dalle mani.

Cose che vorrei dirti:

che mi piace il tuo sorriso

che mi piace il tuo viso

che mi piace il tuo respiro

sulla mia schiena e poi mi giro

di fronte per guardarti meglio

mentre dormi

mentre sogni

mentre nel sonno mi stringi

e con le dita dipingi

il tuo volere sui miei fianchi

la tua debolezza sui miei seni

le tue labbra sul mio collo.

Vorrei dirti che mi piaci

Quando mi ascolti e ridi

Quando mi parli e mi chiedi: “Ti fidi?”.

Vorrei dirti che la nostra storia fa un po’ rima

e un po’ no,

che ha un bel ritmo

e a volte no.

 

Che è una poesia nuova,

di lenzuola stropicciate e abbracci mattutini.

Una poesia nuova, 

nata sulla luna.

 

Sono in età da Toy Boy

Nove anni di differenza.

Nove è un numero, mi hai detto.

Vero, in molti casi è solo un numero. Ed ecco il motivo per cui il mio Perché no? ha battuto il mio Perché? e ho deciso di uscire con te.

E poi sì, lo ammetto, ho pensato anche:

  • Beh, con il 25enne argentino questa estate sono stata benissimo
  • Beh, Demi Moore è un grande esempio
  • Beh, posso sempre seguire i consigli di Lory Del Santo su YouTube
  • Vabbè, dai, sì, è un sacco carino
  • Vuoi mettere l’ormone da 24enne? E che i miei coetanei continuano a farmi cadere le braccia? E quelli più grandi… beh, alla fine forse è vero che c’è un motivo se non se li è acchiappati nessuno? (ecco a voi, l’esercito dei cliché accorso in mio aiuto)

Così, ho scoperto, durante una pur piacevole serata, che nel nostro caso nove anni non sono solo un numero. Sono anni di scelte, di persone, di luoghi, di incertezze, di sesso, di storie, di cambiamenti, di strappi, di precipizi, di voli e di cadute, di cacce al tesoro, mosca cieca e nascondino. Di giri su me stessa e occhi in su occhi in giù,  dai un bacio a chi vuoi tu.

Quali sono le tue fantasie? mi chiedi, mentre ascoltiamo i Nouvelle Vague. Ecco qua, è arrivato il momento del questionario erotico. Mi viene da ridere, mentre ti rispondo vagamente che ne ho realizzate tante e ne ho tante altre ancora. E sorrido con tenerezza, tra me e me, realizzando che il tuo proibito non è il mio. Le mie fantasie non cercano più tanto di superare i limiti: cercano la serratura nelle pupille, il sussurro che ti annienta.

E come faccio a spiegarti che non mi siedo a tavolino a parlare delle mie fantasie, perché hanno bisogno di aria e sudore, di nuvole, di brividi e calore, di sguardi e allusioni e non di piani d’attuazione?

Poi, pensandoci, non è tanto l’età. Ché a me, uno che prende appunti per portarti a letto, non mi convinceva neanche a vent’anni e qualcosa. All’età tua. Eppure, ammetto che sei un grande atleta, ma il desiderio non è una performance. Questo lo impari, se e quando scopri cosa significa, per te, intimità.

Non ci rivedremo, non solo perché sono una stronza: anche tu hai sentito la distanza che abbiamo trovato già apparecchiata su quel tavolo. C’era già, non l’ho messa io e non l’hai messa tu.

Ma, forse, il tuo profumo in stile “Tesori d’Oriente” l’ha leggermente aumentata.

 

Paura e collirio: #1 Stronzo Pride

Testa di medusa - Paura e arte

Come si smette di avere paura?

Affrontandola.

Eh, pare facile. Eppure ci dovremmo provare, credo, una volta ogni tanto. Almeno con una paura, almeno una. O una alla volta.

Ho paura:

  1. di una relazione stabile
  2. del giudizio degli altri
  3. di sbagliare
  4. degli insetti che volano
  5. di guidare
  6. di restare sola

E se ci penso ancora un po’ la lista si allunga. Ma, come ho detto, una cosa per volta.

Oggi mi concentro sulla prima.

Hai mai pensato che esci solo con uomini che hanno mille donne e che ti trattano come se fossi sostituibile perché ti comporti allo stesso modo? Te lo chiedo, perché io esco sempre con “mammoni”. E ho pensato che sia perché sono “papona”.

In pratica: Esci con gli stronzi, perché anche tu sei una stronza.

A parlare non è la mia vecchia, esausta coscienza, bensì una giovane (quasi 8 anni meno di me) e bellissima ragazza di Roma, che si sta trasferendo a Berlino e mi ha chiesto una mano per i primi tempi. Siamo uscite a cena insieme e il discorso sugli uomini del passato e del presente ha surclassato ben presto il fascino delle mie scoperte berlinesi.

Non ci avevo mai pensato.

Così ha risposto, mentendo spudoratamente, la mia coscienza. In realtà, non credevo che la psicologia, neanche quella spicciola, seguisse i meccanismi dello “specchio riflesso”. Quello non era il karma?

Penso, piuttosto, che i problemi relazionali che ci si ritrova ad affrontare da adulti siano il frutto dei modelli familiari o di traumi più o meno gravi avuti da piccoli.  Tanto per farsi un’autodiagnosi su Google (che non è un dottore, ma spesso e volentieri indicizza articoli attendibili e non solo fuffa) scopro che sono un caso da manuale: cresciuta senza padre, insicura, promiscua (ebbene sì, mi sono proprio divertita e se qualcuno avesse da ridire, lo rimando direttamente al punto numero 2, ricordandogli che sto cercando di affrontare piano piano anche quello, quindi, voi ridite e io rido), incapace di immaginare che debba per forza esistere una figura maschile per la sopravvivenza. Aggiungiamo che il secondo marito di mia madre non aveva l’aureola e mia madre, invece, aveva altre cose sulla testa. Quindi, se il secondo modello di famiglia doveva suggerirmi qualcosa, beh, ho recepito.

Ma trovare delle motivazioni valide, anche supportate scientificamente, non significa accettare il problema e punto. Quello è il primo passo. Il secondo, nel mio, caso è stato accettare che ho una paura fottuta di affrontare il problema.

Ed è vero, faccio coming out: sono una stronza.

E’ stato facilissimo spezzare il cuore di chi voleva stare con me (e non per forza essere il mio carceriere, come pensavo) e perdere la testa per chi non mi vorrà mai. Paura fottuta. Sì, penso sia la definizione esatta. La mia coscienza era la bella addormentata che non voleva essere svegliata, il mio bisogno artistico di avere una vita pregna di pathos si considera più che soddisfatto (ahhh quanto inchiostro, quanti tasti, quanti tormenti!) e anche il mio fegato non si è mai lamentato, bile in abbondanza da scaricare sui malcapitati e alcol a sufficienza per disinfettare le ferite. Quindi, che problema c’era? Per gli occhi gonfiati da troppe lacrime ho chiesto aiuto al collirio alla camomilla (scoperta meravigliosa).

Sono una stronza e ho paura di legarmi. Doppio coming out.

E come faccio a superare la mia paura di una relazione stabile, se quando mi dicono che sono una stronza, lo prendo come un complimento? (Sono arrivata a organizzare uno stronzo pride, insomma).

Per dare un po’ di costruttività a questa riflessione, ho deciso di non limitarmi a formulare dei buoni propositi finali. No, ci voglio provare davvero.

Nella prossima settimana, mi impegno a richiamare l’ultimo ragazzo a posto (carino, intelligente e simpatico) a cui ho dato il numero e poi ho ignorato spudoratamente quando mi ha chiesto di uscire. Gli chiederò scusa e gli darò una possibilità. O, meglio, la darò a me. Sempre se non mi manda a fanculo.

Speriamo di no. Poi diventa stronzo ed è un casino.

Fuck my brain

Mi piace molto l’inizio di una nuova storia. Mi piace il cambiamento, l’adrenalina, la paura, l’istinto che mi porta a scrutare, conoscere, cercare, assorbire. Mi piace, un mese dopo, anche l’istinto che mi ha fatto partire i nervi alla festa in cui gli ho sbroccato per le sue vere e presunte altre donne. Perché era l’inizio di un territorio da scoprire e (chi lo sapeva allora? chi lo può sapere ora?) poteva essere un campo tanto minato. E mi piace anche se non diventa mai una storia, ma all’inizio c’è la speranza che lo sia, c’è l’ansia per un contatto.

Tra me e lui c’erano sguardi profondi e frettolosi, messaggi sussurrati da pelle d’oca. Anche lo sforzo di non guardarsi per non perdersi nel desiderio di una o dell’altro.

Ora c’è un’altra notte di sesso, great sex,  per carità. Ma solo quello. I suoi messaggi sono spariti piano piano, il mio cercarlo si è arreso davanti alla sua palese dimostrazione di richiesta fisica e non mentale. E io, in questo, sono quasi categorica. Ho bisogno di fare sesso nella testa prima che nel resto del corpo, di immaginarlo mentre mi pensa, mentre mi desidera. Di non vedere l’ora di spogliarlo ancora, tra una risata e una parola soffiata sul collo. Voglio passione, non solo sesso grandioso.

Non so se è ancora in tempo. Vorrei che oggi stesso si rendesse conto che ci poteva essere molto altro, di molto più ampio, più profondo, più intenso, tra di noi.

Vorrei che lo facesse oggi stesso, perché sento svanire il sussulto che provavo appena ricevevo un messaggio e vorrei che tornasse. Probabilmente, anche gli ultimi attimi di brividi che mi provocava il suo odore sono andati.

Non è più l’uomo da scoprire. E’ l’ennesimo ragazzino che fa il brillante con tutti, a cui piace tenere le donne su un filo. Dopo neanche due mesi, vedo la sua fragilità e penso che avrei voluto sostenerla, accarezzarla e capirla.

E invece no, perché mi sono già stufata.

fuck-my-brains-out