Il mare a Berlino

Ascolto le onde del mare.

Le ascolto tra quattro pareti sottili, su questo pavimento di tavole di legno, che scricchiola come te lo immagineresti nella soffitta di una casa in montagna.

Ascolto il vento, dietro queste finestre a prova di rumore, che si affacciano su un cortile con una casa su un albero, come sarebbe in qualsiasi posto con almeno un albero e almeno un bambino. Magari nascosto nel corpo di un adulto, ma pur sempre un bambino dentro una casa su un albero.

In mezzo a tanti palazzi, in mezzo al silenzio della notte.

Immagino tante pareti sottili eppure silenziose e tanti pavimenti di legno solido eppure scricchiolanti. Immagino la brezza umida di salsedine che mi lascia le sue gocce sulla pelle, mentre avanzo verso l’acqua con la mia tavola da surf, scrutando le increspature più lontane, alla ricerca del punto in cui nasce l’onda che cerco. Per scoprire che anche lei cercava me, nel suo orizzonte opposto al mio.

Qualcuno potrebbe obiettare che immaginare sempre di essere in un altro luogo è come andare a letto con qualcuno e immaginare di essere con qualcun altro. Può darsi.

Berlino non è bella. Non è la mia Roma, non è la mia Calabria, non è la mia Siviglia. Ma è tanto altro. Non credo che sarà la città della mia vita, ma credo che avremo ugualmente una bella storia. La stiamo già costruendo.

E poi, credo che se qualcuno le facesse notare che non è poi così bella, lei risponderebbe come una mia ex compagna di classe: “Sono una brutta che piace”. Della serie: continuate a fare le fighe, tanto scopo più di voi.

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