Sesso debole

Qualche anno fa lavoravo in un ristorante con un’ampia scelta di birra artigianale (che è una delle mie specialità, professionalmente parlando). Una sera come tante, col pienone, mi sono trovata in una situazione piuttosto irritante.

Tavolo di quattro persone (due coppie di adulti). Mi ordinano da mangiare, poi le donne mi chiedono aiuto per scegliere la birra e comincio a consigliarle secondo i loro gusti. Nel frattempo, sento uno dei due uomini chiamare un mio collega, sporgendosi con la sedia. “Scusa, scusa” urla. Lo guardo fisso. “Mi dica” gli chiedo, spostandomi per inserirmi nel suo campo visivo. Lui insiste, vuole l’attenzione del mio collega. “Lo conosce? Lo vuole salutare?” gli chiedo allora, un po’ confusa. “No – mi risponde – voglio ordinare da bere”. “State già ordinando a me, sono qui al tavolo -gli dico ridendo, per sdrammatizzare – In ogni caso, lui non può prendere le comande. Un po’ di pazienza e arrivo da lei, finisco di far scegliere le signore. Può aspettarmi qualche secondo?” gli sorrido, perché, come mi ripeto sempre, è facile essere gentili con le persone gentili, è con gli altri che ti guadagni la medaglia della professionalità. Eppure, il cliente sente la necessità di spiegarmi il motivo per cui non vuole ordinare da bere a me. “Ma lei è una donna! Si sa che gli uomini ne sanno di più di birra”. Il resto della conversazione non è rilevante, continuiamo a parlare inutilmente per qualche minuto. Nonostante l’imbarazzo del resto dei commensali (se non altro, su quattro persone, il troglodita è uno solo) e la mia determinazione a vincere quella stupida medaglia, l’uomo non indietreggia di un passo dalla sua convinzione. Evito di dirgli che il suo cameriere preferito è astemio e guarda dall’alto in basso chiunque beva alcolici  e decido semplicemente di fare il mio lavoro. Ovvero, scelgo la sua birra, senza che se ne renda conto. Nel corso della cena, ne chiederà altre due, come quella buonissima che ha ordinato prima.

Era il 2014, non il 1950. E ci trovavamo al centro di Roma, non a Kabul.

Perché l’ho scritto? In parte, per sfogarmi, di nuovo, a distanza di tempo. E poi? Per fare una denuncia? Sì. Lo so che c’è di peggio e che io non mi posso neanche lamentare troppo, nonostante gli episodi che avrei da raccontare non si limitino a questo.

Nonostante tutti i nonostante del mondo, quando anche un atto semplice, come ordinare una birra in un ristorante, diventa l’occasione per sbattere in faccia a una donna che può essere la professionista migliore del mondo, ma è sempre un gradino sotto a un uomo, beh, allora, mi preoccupo. E, se permettete, un po’ di preoccupazione la voglio far venire anche a voi.

 

 

 

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