Ho baciato le strade di Roma

Ho baciato le strade di Roma

questa notte,

come ho baciato te

ieri notte,

quando ti ho baciato

come se non ti vedessi da una vita,

come se non ti dovessi vedere

per un’altra vita.

Così, con lo stesso sguardo

con gli occhi chiusi.

Ho baciato le vie di Prati, il Lungotevere,

i sampietrini, i palazzi,

il Cupolone e i lampioni,

l’aria e le fontane,

il cielo e Trastevere.

I ricordi e tutti i bicchieri mandati giù,

le sigarette succhiate e spente

sbuffando nuvole,

i citofoni che mi hanno premuto il dito,

gli ascensori presi con la schiena sullo specchio.

I tavoli apparecchiati e i miei tacchi

sui sampietrini e sotto i tavoli,

sotto gli sgabelli.

Ho baciato tutto quello che ci siamo dati

io e Roma.

L’ho baciato tutto, mentre baciavo le sue strade

e i semafori

e i nostri locali notturni,

le nostre stelle e il nostro blu,

i miei soprannomi e le stranezze,

le mie firme e le mie reputazioni,

le abitudini e gli imprevisti.

Ho baciato tutto con la foga

di trattenere il ricordo,

di non mollarlo,

di dire ciao e mai addio,

anche se si somigliano,

anche se dovrei dirlo

che mi mancherà da diventare matta

Roma.

Come mi mancherai tu.

Anche se a me addio non piace

non è nel mio destino

non è nella mia natura.

E ci siamo baciati così.

Senza dire Addio,

senza una parola,

sfiorandoci i lineamenti, in silenzio,

perché se dovessimo baciarci ancora con quello sguardo,

con le palpebre che nascondono gli occhi,

io e Roma ci vogliamo riconoscere subito

come ci riconosciamo io e te.

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A 1240 km da casa

I miei ubriaconi non mettono tristezza. I miei ubriaconi sono quelli che hanno scelto la vita da bancone, sia da una parte che dall’altra. Non è gente che si ubriaca per dimenticare, anzi, vorrebbe ricordare tutti gli attimi di una serata tra amici, ogni parola, ogni risata. Non è gente che si ubriaca bevendo di merda, anzi, cerca sempre il meglio (e se non c’è, si sceglie il male minore). E’ gente che vorrebbe continuare a bere senza ubriacarsi mai troppo, al massimo vorrebbe diventare brilla, ebbra di vita, di amicizia e, ovviamente, di brindisi. Ma non penso che ci sia un termine per descriverci, quindi ci dovremo accontentare di dare un’accezione solo positiva a quello che ci ritroviamo.

Sono appena tornata da una festa in Piemonte. L’organizzatore è un mio amico, un birraio della vecchia scuola, appassionato e amante delle cose semplici. Ci ritroviamo lì, almeno due volte l’anno, arriviamo dal nord ma anche qualcuno dal sud (non a sud quanto me), per passare qualche giorno di buon bere, buon mangiare e abbracci sinceri. In un mondo in cui il cibo non si mangia, ma si fotografa, i bicchieri si giudicano prima di arrivare alla bocca e i ragazzini che si sono messi a fare birra o a venderla pensano di essere degli attori di Hollywood, a me piace fare la vecchietta. A me piace incontrare persone che fanno cose buone per il piacere di farle e, sì, anche per soldi, ma prima di tutto per passione; persone che privilegiano gli abbracci alle polemiche; persone che mi fanno sentire come mi sono sentita in questo fine settimana: a casa, a 1240 km da casa.

 

 

Apnea

Lui sta già con un’altra, dopo neanche una settimana dal nostro ultimo incontro. O forse, già si vedevano. Magari è l’ex. Vabbè, chissenefrega.

Qualche tempo fa, mi sarei data mille colpe: mi ha vista piangere, mi ha vista incazzata, gli ho mostrato i miei punti deboli, pensa che sono pazza, non mi dovevo lasciare andare, ecc. Oggi no. Non mi pento di niente. Mi ripeto che se non ho trovato il coraggio per scommettere su di noi, anziché sul mio futuro col punto interrogativo in un altro paese di cui ancora non parlo neanche la lingua, un motivo c’è, giusto? Anzi no. Ce ne sono due. Il primo me l’ha suggerito il mio istinto e si basa sull’assunto che quando un uomo ti dice “Con me non puoi permetterti di essere gelosa” è perché sa benissimo che ti darà più di un motivo per esserlo. E poi, dai, quella volta che ha invitato la sua amica alla nostra scampagnata in due… no, non si fa. Il secondo motivo è che ha fatto esattamente quello che volevo che facesse. Quello che volevo da tutti quelli che sono passati prima di lui: che mi abbandonasse. Tra le belle cose che salvo di questa storia breve e intensissima, c’è anche la riflessione finale (di cui parlerò a fondo con la mia psicoterapeuta, tranquilli, a voi l’accenno e basta). Sono andata molto indietro nel tempo e ho aperto gli occhi su tutti i miei rapporti con il genere maschile: ho rifiutato tutti, lasciandomi ossessionare solo da chi non mi voleva. Sono più gelosa di me stessa che degli altri. Eh sì, sono psicopatica e masochista, ripetiamolo ogni tanto.

La verità è che quando ho letto il messaggio in cui mi diceva che non era più single, mi è arrivato un pugno allo stomaco. Uno di quelli forti, che non sai se ti hanno lacerato qualcosa, qualsiasi cosa tu abbia nella zona addominale. Sai solo che ti aspetti di sputare sangue da un momento all’altro. Ci avevo creduto, a tutte le emozioni che ho provato. Ci ho creduto anche quando elencavo le ragioni per cui non aveva senso, anche quando facevo vincere la paura.

Ho fissato il messaggio senza respirare. Poi, però, ho respirato. Ho respirato come si fa dopo un’apnea: profondamente. Ho posato il telefono e mi sono sentita sollevata. Vigliacca e sollevata.

Io che scambio l’alba col tramonto

E se si trattasse solo di scambiare il momento in cui il sole accende le luci sulla nostra pista e quello in cui se ne va a fare baldoria dall’altra parte del globo, andrebbe tutto bene. Per i meno cinici, che credono ancora che prima di sorgere dalle nostre montagne il sole stava dormendo e ci ritornerà non appena si ritufferà nel nostro mare (sto in zona tirrenica), non rovinerò il vostro pensiero romantico. Continuate a crederci. Come quando noi donne ci sforziamo di credere a un uomo che ti dice che il 31 dicembre è stato tutto il giorno con l’ex ragazza fuori città e la sera è andato a letto presto. “Non mi andava di fare niente”. Forse voleva dire nient’altro. Beh,  non gli sarebbe dovuto andare neanche di stare tutto il giorno con lei. E poi sarà pure andato a letto presto, ma forse non da solo. Ma tanto non stiamo insieme, parto tra poco, bla bla bla, ho 33 anni e non 15. Quindi vaffanculo, niente scenate, becco e porto a casa. La cosa strana in questo rapporto è che mi sento in diritto di essere gelosa, che gli ho scritto un messaggio da Berlino per dirgli che mi mancava e che quando ci siamo rivisti, venerdì scorso a Roma, sono scoppiata a piangere e gli ho urlato di non toccarmi. Nello specifico, eravamo a letto e non per giocare a carte. La cosa ancora più strana è che lui non mi abbia portata al Cim/denunciata/uccisa.

La mia evoluzione in falena mi continua a far scambiare l’alba col tramonto, a seguire le luci più di notte che di giorno. La mia natura vampirica mi porta a scambiare un bacio sul collo per un tentativo di inzupparci dentro i canini. E la mia maledetta impulsività a far uscire fuori la mia insicurezza nei momenti peggiori: a letto, quando dovevano essere lacrime al massimo per una pacca più forte del solito sul culo e solo urla di piacere. Bene, il suo vicino adesso conosce anche un’altra parte di me. Quella piagnona.

Nonostante gli abbia dato la certezza di aver a che fare con una squilibrata, lui continua a cercarmi. Mi asseconda come si fa coi matti o è masochista. Fatto sta, che per recuperare un po’ di autostima, oggi mi sono messa a compilare una lista dei miei pregi e dei miei difetti e sono arrivata alla conclusione che, anyway, il bastardo non si può lamentare. E io non mi lamento. Non perché non ne abbia il diritto, ma perché non l’ho trovato nella mia lista dei difetti. L’irascibilità, però, c’è. Posso scambiarli?

Vin rouge

Labbra vinificate in rosso

 mentre parlo francese con un uomo

 che mi ha fatto sentire donna

 senza sfiorarmi.

Mentre parlo inglese con uno straniero

 tatuato

 che mi chiede di fare un giro in moto.

Mentre parlo spagnolo

 a una donna

 che solleva le mie palpebre davanti al destino.

 Mentre bacio un promesso sposo a un’altra.

Mentre scrivo un libro

 che sarà un successo.

Bevo da un bicchiere rotto,

 che non fa male quando vi poggio la bocca.

Non lascia andar via il mio vino.

Una goccia sola

 scivola sul mento e dal mento

al principio del collo e poi giù,

verso il mio seno.

Lo lasciano andare le mie labbra vinificate in rosso.

 Le mie labbra colorate di tannini

e frutti di bosco.

Che sorridono mentre corrono su una moto,

mentre ballano in aria,

 mentre il corpo si contorce.

Che si aprono e si chiudono

 su un ricordo,

un odore,

una benedizione,

un cambiamento.

 Su una poesia che vive

 a denti stretti.

Bianco come…

Bianco come la neve che ho visto dalla mia finestra, appena sveglia. Come i fiocchi che sono scesi tutta la notte e continuano a posarsi sui tetti, sugli alberi, per le strade, sui miei capelli e sui cappucci dei miei nipotini mentre giochiamo fuori. Bianco come immagino siano i binari della stazione a cui dovevo arrivare circa un’ora fa. Bianco come il treno FrecciaBianca che è partito senza di me. Come la mia faccia, quando mio fratello ha sentenziato che la Panda (prevedibilmente) non poteva affrontare tutta quella neve e mio zio ha detto che non riusciva a mettere in moto la jeep. Bianco come chi va in bianco: io e Mirko, che stasera avevamo appuntamento a Roma. E non pensavo di avere questo sguardo spento, davanti a tutto questo bianco, perché aspettavo di vederlo ancora una volta prima di Berlino, perché un addio frettoloso davanti a un tram non mi era bastato, non lo avevo valutato all’altezza di una storia così carica di… di… non so, di storia e basta.

Bianco come dovrebbe essere il Natale, non la Befana.

Eccheccazzo.

 

 

Grandi e meritati VAFFANCULO

Il 2016 è finito con mia sorella che dormiva appoggiata alla mia spalla, i miei nipotini che guardavano i fuochi d’artificio e i botti coi nasi incollati ai vetri, mia cugina che sbadigliava chiedendo “quanto manca?” e mia nonna che rispondeva “mancano 45 minuti, adesso è facile”. E’ finito con venti persone attorno allo stesso tavolo a ricordare quando eravamo trenta, a volte anche di più. Il Capodanno era la festa che aspettavo di più da piccola, di più del Natale.

Del Natale aspettavo la mattina in cui correvo su e giù per le scale per vedere quanti regali c’erano per me, non solo sotto il mio albero, ma anche sotto gli alberi dei miei zii. Così facevano anche i miei cuginetti (siamo quindici cugini, cresciuti tutti nello stesso palazzo). Del Capodanno aspettavo altro. Era una festa per piccoli e grandi insieme. C’erano le bottiglie stappate, da cui rubavamo un sorso con il benestare dei nostri genitori, per buon augurio. E, soprattutto, c’erano i dieci minuti prima della mezzanotte, in cui noi bambine scappavamo da casa di nonna per salire le scale di corsa, arrivare ognuna nella sua stanzetta e cercare le mutandine rosse. Tornavamo con l’intimo porta fortuna appena in tempo per sentire Fabrizio Frizzi che faceva il conto alla rovescia.

Adesso siamo grandi, il Capodanno in famiglia è una festa meno frenetica, con meno pretese, senza l’obbligo delle mutandine rosse. Ma erano anni che non lo passavo nella mia prima casa (negli anni scorsi, se non lavoravo, preferivo fare baldoria in giro) ed è stata una bellissima festa, piena di sorrisi e di affetto. La giusta calma di cui avevo bisogno per ripartire. Devo ricaricare le pile, dopo troppi anni passati a spremere le energie e a inventarmele quando non usciva più una goccia di succo.

E’ il secondo giorno del 2017 e ho già fatto tante cose che adoro fare: scrivere, yoga, mangiare, abbracciare i miei nipoti, parlare con i miei amici, fare biglietti aerei e sognare ad occhi aperti. Le altre cose che amo dovranno aspettare qualche altro giorno. E poi avrò altri 363 giorni per rifarle. E altri giorni ancora per ricominciare a farle.

L’inizio di un nuovo anno è sempre una bella illusione, si crede di poter resettare tutto e ripartire. E’ come l’iscrizione in palestra del lunedì, ci crediamo davvero mentre lo diciamo. Il mio augurio a me stessa è di riuscire a impegnarmi davvero per ciò che lo merita e lasciare andare il resto. Non voglio più concedere tempo, energie, amore e soldi a cose e persone che non meritano così tanto. Sembra facile a parole, lo so. Tocca dare un’occhiata ai fatti, so anche questo. Ma se sono riuscita a imparare ad arrampicarmi su un palo e a farci le piroette attorno, solo per passione, se sono riuscita a lasciare il lavoro della mia vita, perché mi faceva stare male, e la casa in cui sono le mie radici, perché volevo le ali… be’, allora, forse riesco anche a mandare dei grandi e meritati VAFFANCULO ai giusti indirizzi.