Faccio la cameriera. Per scelta.

È come dire che sei single per scelta, non ci crede nessuno.

Un pornoattore, anni fa, mi raccontò del disagio di andare alle rimpatriate coi compagni di scuola e dover spiegare che lavoro faceva. Vista la continua indignazione dei commensali, negli incontri successivi, aveva cominciato a mentire, inventandosi un precariato dietro l’altro. Quindi sì, c’è molto di peggio che dover dire: “faccio la cameriera”. Tuttavia, nel mio caso, ci sono diverse aggravanti: parlo tre lingue (oltre all’italiano e il mio dialetto), mi sono laureata con 110 (senza lode, eh!, mica come fanno tutti), ho fatto la quasi giornalista per 4 anni e sono calabrese. Le prime due aggravanti sono abbastanza comprensibili, le altre ve le devo spiegare. Non sono mai diventata nemmeno pubblicista, nonostante avessi tutti i requisiti (ovvero mille milioni di firme), perché mi rifiutavo di pagare per stare in un albo che mi voleva sottopagata ed esaurita. E anche perché, girava voce, che se avessi avuto quel titolo, il giornale avrebbe dovuto farmi almeno una specie di contratto e, magari, pagarmi una nticchia de più. Era probabile quanto riuscire ad adottare un unicorno che mi preparasse la colazione ogni mattina. Ho deciso di sudare per pochi spicci, ma per passione. Allo stesso tempo, mi sono messa alla ricerca di un lavoro che mi permettesse di mantenermi a Roma, dove abito da sola da quando avevo 18 anni.

Fare la cameriera in un pub a Trastevere era quasi uno status symbol. Vuoi mettere tutte le public relations, tutti i ragazzi che ti fanno il filo e quanto ti senti figa a vent’anni quando dici: “Di giorno scrivo per un giornale, ma di notte (DI NOTTE!) faccio la cameriera a Trastevere”? Adesso suona in modo diverso, ma ai tempi, vi assicuro, mi sentivo davvero figa. Quindi,perché no? È andata avanti per un po’, poi ho spaccato le tastiere di due computer per i nervi e ho smesso di dormire, pertanto ho deciso di tenere un solo lavoro, quello notturno. Che mi ha mantenuta e fatta appassionare da matti.

E qui arriviamo all’ultima aggravante (Calabria mia). Vi sembra facile tutto questo per una mamma calabrese che si è separata dalla secondogenita ancora diciottenne? Una diciottenne che andata via con la scusa/promessa di studiare e diventare una giornalista affermata? Ecco, ho rovinato tutti i piani. Da un giorno all’altro, non ero più la figlia che scriveva per un giornale, ma quella che puliva i tavoli di Trastevere e tornava a casa tardi. E in Calabria, il lavoro di cameriera, non è di quelli più ambiti. È quello che ti trovi quando non sai fare niente e non hai uliveti da curare. Ma se mi metto adesso a parlare di mentalità, non finiamo più.

Famiglia a parte, che dopo anni non si è ancora abituata, solitamente il lavoro che ho scelto di fare non provoca grandi entusiasmi, bensì sguardi di pena, spesso seguiti da: “che peccato”. Ci ho fatto l’abitudine, nonostante possa dire con orgoglio di essere diventata una professionista del servizio di sala, con ottime conoscenze di food and beverage, oh yeah (leggi: soldi straspesi in ristoranti, locali, fiere e viaggi). Oh yeah di nuovo.

Ho deciso di parlarvi di questo nel mio primo post, perché il mio lavoro mi assorbe completamente e mi ha fatta un po’ sua. Sono una falena, come dice un mio amico: un animale notturno, una che sbatte sulle luci artificiali, perché la disorientano. In effetti, il mio dopolavoro prevede, di solito, i miei gomiti sul bancone di un locale poco illuminato.

Ah, dimenticavo, ho quasi trentatré anni. E sono anche single. Entrambe le cose, non proprio per scelta.

Il resto, per ora, ve lo risparmio.

Benvenuti!

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