Doing the right thing

Buongiorno!

Tra poco devo andare al lavoro, oggi faccio un cosiddetto turno spezzato (ovvero, alcune ore a pranzo e altre la sera). È una giornata splendida e sono di ottimo umore, perché ho capito finalmente una cosa importantissima: anche quando sbaglio, non sono tutta sbagliata. Per molti, potrebbe essere la scoperta dell’acqua calda. Be’, per me non lo è.

Ultimamente, mi hanno elencato spesso i miei presunti fallimenti, le mie presunte scelte sbagliate, mi hanno fatta sentire in torto per peccati non commessi, mi sono autoinflitta punizioni che non meritavo. Perché, secondo qualcuno, avevo fatto delle cose sbagliate. Oggi dovrei cominciare col darmi il buongiorno con una canzone incazzata, con un Fuck You in ogni verso. Invece, preferisco Doing the right thing. Buona giornata piena di errori e di atti meravigliosi.

Cuìdate

In spagnolo, come in inglese, è molto comune salutare gli altri, prima di andare via, dicendo cuìdate take care of yourself. In italiano è più raro. Al massimo si dice riguardati, se stai male, o abbi cura di te, nella stessa situazione o nel caso di un addio. Credo che sia perché in italiano suona un po’ più cinematografico. Eppure, tutti noi avremmo bisogno di ricordarlo gli uni agli altri e, chi ci riesce, ricordarlo a noi stessi.

Mi sono messa il computer sulle gambe e ho cominciato a scrivere, con l’intenzione di scrivere un post il più brillante possibile. Ma appena ho cominciato, ho cambiato idea. Oggi non voglio essere brillante, anche perché è troppo difficile, troppi specchi intorno che riflettono la mia immagine a letto con la febbre, il moccio che cola frequentemente e nessuno che mi spalmi il Vick’s sul petto. I capelli (che di solito sono lo specchio della mia anima) non li descrivo nemmeno. Mi sto prendendo cura di me, per una volta,  disertando il lavoro per lasciar vivere la mia febbre e possibilmente farla morire senza traumi, nella solitudine della mia stanza e non in un ristorante affollato di gente che mi guarda come se uscissi da The Walking Dead.

Non ho fatto niente di eccezionale, ho fatto quello che fanno le persone normali quando stanno male: non vanno al lavoro. Però, no, io di solito non lo faccio. Di solito, al lavoro ci vado lo stesso, perché non voglio lasciare la mia squadra con un uomo in meno, perché mi sento in colpa se vanno in merda (come si dice in gergo) a causa mia. Oggi, invece, sono rimasta sdraiata, per celebrare il momento in cui i miei nervi e il mio fisico sono crollati per un banalissimo virus che si è sposato con la mia famosa stanchezza accumulata. Sono rimasta sdraiata, perché mi sono stancata di dovermi rialzare sempre, subito, per forza.

E dopo una giornata intera a vedere film demenziali, spalmare vick’s e prendere paracetamolo, mi è venuta voglia di vino. Il naso si sta liberando piano piano e posso sentire di nuovo l’odore dell’uva nel mio bicchiere. Vedrò un altro film e farò la larva a letto. Poi proverò a dormire, sperando che la febbre non torni a farmi tremare e provando a non pensare al tradimento di uno dei miei più cari amici, che si è messo dalla parte della mia peggior nemica, una psicopatica che pensa che sia andata a letto col suo uomo e mi sta rendendo la vita impossibile. Ecco, il mio amico sta al suo fianco e non al mio. Ma l’avevo già detto, mi pare, che le falene sbattono sulle luci artificiali, perché pensano di andare verso la luna. Siamo un po’ tonte, a volte.

luna-e-falena

Preferibilmente di notte

Povero ritmo circadiano. Questa settimana lavoro tutti i giorni a pranzo e il mio corpo sballa insieme alla mia mente. Sono una donna distrutta. Mettiamoci anche l’ovulazione in moto sussultorio e avremo una donna distrutta con la fame nervosa. Una balena vestita da falena per imbucarsi a una festa di farfalle: una falenottera. Mi dovevate vedere ieri, a lezione di pole dance, mentre sbroccavo perché il mio corpo non rispondeva e pensavo solo alla confezione di flauti mulino bianco che mi aspettava a casa. Ho interrotto questo gioioso pensiero solamente per maledire la mia compagna di palo, che ha una frequenza di parole al secondo da far invidia a qualsiasi speaker di Radio DeeJay. E quel poco di concentrazione è andata a imbucarsi a una festa di fattoni.

Ma non volevo parlare di questo. In realtà, nel mio blog ideale, vi dovrei parlare dell’ultimo viaggio avventuroso o di quello che sono in procinto di fare, o dare consigli su come vivere in un altro Stato a caso, ecc. Ma non ho un blog di viaggi. E questo perché, pensate un po’, l’ultimo viaggio avventuroso risale ad Aprile (a Fuerteventura) e non ho altri viaggi in programma. Anzi no, in realtà ce l’ho un viaggio in mente, a dicembre. Un viaggio che mi riporta a casa, tra il mare e l’Aspromonte, dalla mia famiglia. Natura e amore. E chissà quante litigate. Ma è quello di cui ho bisogno, almeno fino a quando non partirò per Berlino, dove traslocherò con armi e bagagli. Roma mia, ti lascio! Me ne vado a parlare crucco e a morire di freddo. Me ne vado dai miei luoghi e dai miei banconi. Dai fantasmi no, quelli mi seguono. Insomma, vado a fare altri danni in giro. Preferibilmente di notte.

Faccio la cameriera. Per scelta.

È come dire che sei single per scelta, non ci crede nessuno.

Un pornoattore, anni fa, mi raccontò del disagio di andare alle rimpatriate coi compagni di scuola e dover spiegare che lavoro faceva. Vista la continua indignazione dei commensali, negli incontri successivi, aveva cominciato a mentire, inventandosi un precariato dietro l’altro. Quindi sì, c’è molto di peggio che dover dire: “faccio la cameriera”. Tuttavia, nel mio caso, ci sono diverse aggravanti: parlo tre lingue (oltre all’italiano e il mio dialetto), mi sono laureata con 110 (senza lode, eh!, mica come fanno tutti), ho fatto la quasi giornalista per 4 anni e sono calabrese. Le prime due aggravanti sono abbastanza comprensibili, le altre ve le devo spiegare. Non sono mai diventata nemmeno pubblicista, nonostante avessi tutti i requisiti (ovvero mille milioni di firme), perché mi rifiutavo di pagare per stare in un albo che mi voleva sottopagata ed esaurita. E anche perché, girava voce, che se avessi avuto quel titolo, il giornale avrebbe dovuto farmi almeno una specie di contratto e, magari, pagarmi una nticchia de più. Era probabile quanto riuscire ad adottare un unicorno che mi preparasse la colazione ogni mattina. Ho deciso di sudare per pochi spicci, ma per passione. Allo stesso tempo, mi sono messa alla ricerca di un lavoro che mi permettesse di mantenermi a Roma, dove abito da sola da quando avevo 18 anni.

Fare la cameriera in un pub a Trastevere era quasi uno status symbol. Vuoi mettere tutte le public relations, tutti i ragazzi che ti fanno il filo e quanto ti senti figa a vent’anni quando dici: “Di giorno scrivo per un giornale, ma di notte (DI NOTTE!) faccio la cameriera a Trastevere”? Adesso suona in modo diverso, ma ai tempi, vi assicuro, mi sentivo davvero figa. Quindi,perché no? È andata avanti per un po’, poi ho spaccato le tastiere di due computer per i nervi e ho smesso di dormire, pertanto ho deciso di tenere un solo lavoro, quello notturno. Che mi ha mantenuta e fatta appassionare da matti.

E qui arriviamo all’ultima aggravante (Calabria mia). Vi sembra facile tutto questo per una mamma calabrese che si è separata dalla secondogenita ancora diciottenne? Una diciottenne che andata via con la scusa/promessa di studiare e diventare una giornalista affermata? Ecco, ho rovinato tutti i piani. Da un giorno all’altro, non ero più la figlia che scriveva per un giornale, ma quella che puliva i tavoli di Trastevere e tornava a casa tardi. E in Calabria, il lavoro di cameriera, non è di quelli più ambiti. È quello che ti trovi quando non sai fare niente e non hai uliveti da curare. Ma se mi metto adesso a parlare di mentalità, non finiamo più.

Famiglia a parte, che dopo anni non si è ancora abituata, solitamente il lavoro che ho scelto di fare non provoca grandi entusiasmi, bensì sguardi di pena, spesso seguiti da: “che peccato”. Ci ho fatto l’abitudine, nonostante possa dire con orgoglio di essere diventata una professionista del servizio di sala, con ottime conoscenze di food and beverage, oh yeah (leggi: soldi straspesi in ristoranti, locali, fiere e viaggi). Oh yeah di nuovo.

Ho deciso di parlarvi di questo nel mio primo post, perché il mio lavoro mi assorbe completamente e mi ha fatta un po’ sua. Sono una falena, come dice un mio amico: un animale notturno, una che sbatte sulle luci artificiali, perché la disorientano. In effetti, il mio dopolavoro prevede, di solito, i miei gomiti sul bancone di un locale poco illuminato.

Ah, dimenticavo, ho quasi trentatré anni. E sono anche single. Entrambe le cose, non proprio per scelta.

Il resto, per ora, ve lo risparmio.

Benvenuti!