I multipotenziali

Mi sono imbattuta poco tempo fa in uno TED Talk di Emilie Wapnick. Si tratta di un’artista e imprenditrice che si è inventata una carriera partendo dalla consapevolezza di essere una multipotenziale.

Emilie si rivolge a tutti coloro che non hanno un solo interesse, che si annoiano dopo un po’ che si sono dedicati a una cosa specifica e che si sentono in colpa per questo motivo. Perché non si sentono realmente specializzati in niente. Perché alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” rispondono “Tutto”.

Durante la visione del video, mi veniva voglia di urlare: “Eccomi, Emilie!”. Eccomi. Non mi sono ancora rassegnata all’idea di fare solo una cosa nella mia vita e, anche per questo, cambio spesso. Sono una cameriera professionista, un’ex giornalista, una scrittrice inedita, una Customer Care Specialist, una blogger a tempo perso, una pittrice amatoriale (anche piuttosto scarsa), un’aspirante fotografa. Sto leggendo Delitto e Castigo, un manuale di criminologia e un saggio sui vini naturali, simultaneamente. Ah, sto studiando anche tedesco. E sono nevrotica. Strano, vero?

Spesso mi sono vergognata di non aver saputo scegliere o di non aver scelto bene. Tuttavia, scoprire che c’è tanta gente come me – più furba di me, per carità – mi fa sentire meno sbagliata. Ho sempre ammirato chi riesce a dedicarsi a una sola cosa e ad eccellere in essa per tutta la vita.

Ma ecco, ho appena scoperto che neanche il mio caos di interessi e progetti è malaccio :))

Vi lascio il video del Ted Talk originale di Emilie Wapnick e una traduzione in italiano.

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Come Bridget Jones

Dall’ultima volta che ho scritto qui, è finita un’estate, è trascorso un autunno, iniziato un inverno e un anno nuovo. Soprattutto, ho compiuto 35 anni.

Come al solito, ho festeggiato a più non posso, annegando in alcol e risate i classici interrogativi da zitella, con un stipendio non milionario, troppi sogni da seguire e una vita sentimentale instabile.

Il primo tra i temuti interrogativi è stato: “Mi sono trasformata in Bridget Jones?”. No, anche perché lei è contesa da Colin Firth e Hugh Grant. Io, invece, ho il 25enne turco che si dice intrappolato in una storia decisa dai genitori, con una ragazza che non vuole perdere la verginità fino al matrimonio e che non sa che lui ci prova costantemente con me e chissà quante altre. La castità costa caro oggigiorno.

Ho anche il pompiere 42enne che si esprime per emoticon e il padre divorziato che cambia foto sui social ogni 20 secondi e ogni tanto non mi scrive perché ha un “nervo schiacciato”. Immagino che sia un nervo che blocca l’uso delle dita esclusivamente su What’s App, ma ti permette comunque di fare vagonate di selfie.

Bridget Jones aveva anche un bel lavoro. Io ne ho uno che mi fa vivere, in cui mi trattano molto bene e non mi fa guadagnare granché. Che mi ha fatto guardare da lontano il mio lavoro precedente, quello di cameriera, e me ne ha fatto distaccare per un po’. Mi sono rilassata molto in questo anno e mezzo lontana da tavoli e banconi. Tuttavia, udite udite, si è verificato quello che temevo: il mio lavoro mi manca. Mi mancano i clienti felici e non, educati e non. Mi mancano gli chef creativi e simpatici, ma anche creativi e isterici. Mi mancano i miei colleghi, con cui parlare di quel vino assaggiato, di quel piatto nuovo e, dopo il lavoro, in whisky veritas, di libri e attualità. Mi manca fare un lavoro che mi massacra e mi appassiona.

Mi manca la notte e i lampioni su cui sbattere in volo.

O forse, mi manca solo la bussola.

Ho 35 anni suonati e ballati con allegria e nei miei nuovi progetti ci sono tanti altri cambiamenti, più di quanti ne abbia fatti negli ultimi tempi. Un anno ancora a Berlino, a meno che la città non mi dia altri stimoli che non posso certamente prevedere, e poi chissà.

Davvero credevo di arrivare a questo momento della mia vita con qualcosa di “sistemato”? Come se non mi conoscessi!

Non credo di essere l’unica della mia generazione a dover affrontare il temuto bilancio con un enorme punto interrogativo a fare da fulcro. D’altronde, ci siamo trovati in mezzo a un mondo che cambiava, a una crisi che bloccava possibilità di carriera e possibilità di dedicarsi a una famiglia. Ognuno è sopravvissuto a modo suo. C’è chi ha vinto, c’è chi si sente un perdente, c’è chi continua a tentare. Io rientro nell’ultima categoria. E mi auguro che la creatività e le palle non mi abbandonino mai.

P.S. Magra consolazione: faccio yoga tutti i giorni e non sono a dieta come Bridget.

La testimone di nozze

Sono l’amica di sempre, quella di cui si raccontano ancora le follie del periodo universitario, ma anche quelle del periodo liceale e post-universitario. Sono la stagione senza fine di Sex & The City, quella che quando le altre si “accasano”, racconta ancora le avventure di una o qualche notte. Quella che dà il pepe alla telefonata, quella che si condivide con le altre amiche, anche quelle che non mi conoscono, perché c’è davvero tanto da parlare di me, ho sempre fatto di tutto per non avere una vita noiosa e ci riesco ancora, nel bene e nel male.

Sono stata la testimone di nozze di una delle mie migliori amiche. Ci conosciamo dal primo giorno di università, ormai 16 anni fa. Abbiamo vissuto insieme per 3 anni. E continuiamo, nonostante i chilometri di distanza, a raccontarci tutto senza filtri. Di materiale per un minuzioso e accattivante storytelling ce n’è parecchio. Il giorno del matrimonio, tutti i suoi amici sapevano tantissime cose di me e non facevano che dirmelo, non facevano che ripetere i racconti delle nostre follie, di cui, tuttavia, ero diventata l’unica protagonista. Mi sono sentita a disagio, tra il palcoscenico e la gogna. Sottoposta al giudizio di gente sconosciuta, che rideva alle mie battute e sotto sotto pensava che “non ho la testa a posto”.

Amo raccontare storie, amo anche quando a raccontarle sono persone a cui voglio bene e di cui mi fido, ma, ecco, quel giorno mi sembrava di essere sempre e solo la persona incosciente di qualche tempo prima, non la testimone di nozze che avrebbe dovuto sistemare il velo e stare vicina alla sposa. Per questo c’erano le altre, molto più brave di me.

Tra pochi giorni vado a trovare la mia amica e mi sento nervosa.

Per ricevere dagli altri la considerazione che voglio, dovrei prendermi un po’ più sul serio, forse. O un po’ meno. O provare con più forza a farla finita, con questa storia della considerazione.

 

Raccontami di te

“Parlo sempre io, raccontami qualcosa di te”.

“Ma che dici, se tutte le volte che ci vediamo ti attacco un pippone su qualsiasi tema tiriamo fuori”.

“Non dico di parlarmi di arte, di musica, di attualità. Dico di parlarmi di te. E’ successo qualcosa oggi, ad esempio? O nei giorni scorsi? Se vuoi dirmelo”.

“Niente di interessante, al massimo ti posso raccontare di questa persona che per me era importantissima e mi ha lasciata sola, in un momento in cui era l’unico che volevo vicino, l’unico che poteva difendermi” ho detto infine.

E gli ho raccontato di un amico che ho adorato, con il quale ho condiviso dei momenti indimenticabili, bellissimi. E dei momenti indimenticabili, bruttissimi, come la morte di un nostro amico. Ci siamo aggrappati l’uno all’altro, molto più di quanto avevamo fatto prima. Disperazione, senso di colpa, impotenza davanti all’irreversibile: ci siamo buttati tutto addosso e l’abbiamo curato come potevamo, ma superficialmente. Ci siamo spinti a vicenda verso la sopravvivenza, verso il ritorno alla normalità. Siamo diventati più che amici, per un periodo breve, che abbiamo imputato alla necessità di avere amore in un momento così complicato.

Gli ho raccontato di lui, che si è messo con una donna ed è sparito per un anno. E quando è tornato, mi ha chiesto di fare le 6 di mattina al pub insieme, come facevamo spesso prima. Ho detto di sì, mi mancava da morire. Il giorno dopo la sua ragazza è venuta a cercarmi al lavoro, dandomi della puttana. Mi ha minacciata, mi ha insultata per tutta Roma, insieme ad altra gente che reputavo mia amica. E lui non ha detto niente. Non ha fatto niente. E’ sparito di nuovo. Due anni di silenzio e di astio, questa volta.

Ho raccontato di lui a un mio collega, con cui si sta instaurando un bel rapporto di amicizia, dopo aver visto una bella mostra (“Roots and Wings”) in una galleria di Berlino.

Gli ho raccontato di lui, perché proprio quel giorno, dopo due anni, si è fatto rivedere. Instagram, di punto in bianco, mi ha detto che mi segue. Nessuna parola, solo la scelta di rispuntare dal nulla per farmi sapere che c’è e mi guarda.

“Hai visto? Meglio quando parlo d’arte”.

“Dovresti parlare un po’ più di te, invece”.

E boh. Non mi va di parlare di me, perché mi fa sentire a disagio.

E non mi va neanche di non sapere cosa fare se un giorno lui mi scriverà qualcosa.

Ma tanto si sa: a volte ritornano. Il problema è come.

Sola

Ci ho pensato un po’ prima di scrivere questo post, perché so che sarà un po’ deprimente. Tuttavia, qui non voglio fingere che tutto vada bene, al contrario. La scrittura mi aiuta a riconciliarmi con me stessa, con il mio mondo. Quando scrivo non mi sento mai inutile e mi sento meno sola, anche se poi, in realtà, mi ritrovo a parlare con me stessa. Da sola, in effetti.

Anni fa, nel locale che frequentavo dopo il lavoro, un habitué molto colto, un poeta perennemente ubriaco, mi disse: “Tu sei come me: sempre in mezzo a tanta gente, ma sempre da sola”. Ci rimasi un po’ male, per la verità, ma aveva ragione.

Tutto quello che faccio è galleggiare nella mediocrità, senza abbastanza spinta per fare i salti che voglio fare, senza troppo coraggio per lasciarmi andare davvero con qualcun altro. Poi, al massimo, ricomincio da zero. Scappo di nuovo. E si sa che da se stessi non si può scappare. E allora bevo, che è ciò che ho imparato a fare meglio e mi sento stupida.

Le stelle nei cuori dei papaveri

Disfarsi  dell’imbarazzo dopo una notte che non doveva esserci, tra due persone che quella notte non dovevano stare nemmeno nelle vicinanze, invece si trovano avvinghiati in un abbraccio imprevisto, non è cosa facile. Scrivo io o scrive lui? Cosa dire? Quando?

Per fortuna, ha scritto lui. Imbarazzo spazzato via con qualche risata formato emoticon, una pacca sulla spalla virtuale. Uno “stiamoci lontani” non detto ad alta voce. La distensione del ritorno alla normalità per accordi presi e perché io (cioè l’enorme parte di me stessa scottata da uomini che amano troppe donne, quella con l’autostima frantumata da un posto sempre in mezzo a tante, quella che non si è mai sentita abbastanza meritevole di attenzioni da pretenderle) camminerei con una collana di teste d’aglio appesa al collo se servisse a scacciare la ricaduta nella stessa rete.

Quella versione di me, insicura e bisognosa di amore, non l’ho mai accettata. Fino adesso. Sto imparando a coccolarla, a rimproverarla senza astio. Come faccio con la versione di me che fin dalla pubertà ha scacciato il mostro della timidezza e del giudizio altrui, grazie a litri di alcol e valanghe di sorrisi, tonnellate di sì, scudi di ironia e spade avvelenate dal sarcasmo. Sono le versioni più deboli del mio essere, quelle che hanno avuto la meglio sul resto per circa vent’anni.

Una volta, qualcuno mi ha detto: “Questa non sei tu”.

Oh sì, invece, sono proprio io.

Le persone che mi vogliono bene tendono a convincersi che quando faccio qualcosa di sbagliato non sia mai frutto di un mio errore, ma di una volontà sovrannaturale, di complotti astrali o chissà cosa. Potrei definirmi fortunata, allora. E  certamente lo sono. Sono circondata da gente pronta a negare la realtà pur di non farmi sentire inadeguata.

Purtroppo per loro, ho un passato da bambina capricciosa e terrorizzata dalla solitudine, cresciuta con l’idea che essere consolati significasse essere compatiti. Quindi, questa negazione della realtà l’ho vissuta come una specie di insulto, un contentino. Non lo è. Al contrario, vuole essere un abbraccio affettuoso, che io rifiuto come un animale ferito.

Ciò non toglie che si tratti di una valutazione errata. Perché questa sono realmente io: manipolata dalla paura, dalla sopravvivenza, dal piacere, dalla curiosità estrema, dal dolore, dalla follia, dall’amore, dalla rabbia, dalla vita intera. E pur sempre io.

Ci sono versioni di me che potremmo definire migliori, più affidabili, meno bisognose di aiuto. Più accettabili da tutti. Quelle versioni, da sole, non costituiscono neanche una bozza del mio essere.

Rifiutare di vedere la mie debolezze è stato come rinnegare tutto il pacchetto. Con il tentativo di accettarle, punto a smettere di vergognarmi di quello che non sarò mai: perfetta. Miro a fare una carezza alla bambina che si nasconde ancora dietro i respiri che si gonfiano in gola e i nodi all’esofago. Una bambina che cercava papaveri per imprimere sulla sua fronte il loro cuore a forma di stella e diventare un giorno una principessa guerriera.

Ecco cosa desideravo essere da grande, a prescindere da lavoro, passioni, progetti, figli o non figli: non una donna perfetta, ma una donna coraggiosa.

C’è ancora un po’ di lavoro da fare, ma le mie versioni ce la stanno mettendo tutta.

(Post per buona parte ispirato dalla Challenge di giugno di Ember. Chiaramente, tra i writing prompts suggeriti per questo mese, ho scelto di sviluppare il tema: “Esistono infinite versioni di te stessa/o”)

La Roccia della Luna (The End)

Avrei voluto farvi aspettare meno del solito, invece sono passati due mesi. Ma eccoci alla fine. Spero che valga il vostro perdono 😉

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Dopo poche ore dall’inizio del combattimento, il mare era inchiostro nero di tenebre, della densità del sangue delle vittime. La Fata Murice vide con chiarezza che neanche la Coda a Tre Pinne sarebbe durata a lungo sotto i colpi della furia dei tentacoli maligni. La forza di Bentruk frustava i fondali e ne squarciava le creature. Alla Fata non restava che battere la ritirata, aiutare quello che restava del suo esercito a prendere uno dei sentieri subacquei che li avrebbero portati oltre Treeluv, verso le Isole Invisibili, dove avrebbero potuto rifugiarsi in acque più tranquille. Almeno per il momento. Richiuso il sentiero della salvezza, dietro l’ultima donna con le branchie che era riuscita a far scappare, fuggì lei stessa, attraverso un altro sentiero: lo stesso che David e Vittoria avevano scoperto da bambini. Sulla rive di Treeluv depose la Coda portentosa, che questa volta non era stata sufficiente a difendere il suo regno. Si voltò a guardare il mare. E pianse. “Non c’è tempo – disse ricomponendosi – non c’è tempo”. Chiuse gli occhi e cacciò fuori un urlo acuto e sibilante, spaventoso. Un momento dopo, la Strega del Bosco della Vittoria, il Mago Gufo, Sfunf e la Regina dei Gelsomini erano attorno a lei. “Presto, non c’è tempo. Il momento è arrivato. Sta raggiungendo la terraferma e ogni istante che passa diventa più forte”. “Si nutre delle sue vittime – la interruppe Sfunf – Bentruk si nutre di vita e di paura, di coraggio e di speranza, di odio e amore”. “Come fai a saperlo?” chiese la Strega. “La pozione dell’empatia l’abbiamo messa a punto insieme, da ragazzi. Era l’arma per indebolire i nemici, rendendoli capaci di sentire tutto il dolore e il terrore che infliggevano agli altri. Le nostre intenzioni erano di usarla quando saremmo stati attaccati da una ombra maligna. Non ci era mai successo, ci preparavamo al peggio. Ma dopo qualche tempo, fu Bentruk a diventare quell’ombra e quello che fece alla nostra pozione fu di invertirne l’effetto: non più una debolezza, ma una forza crescente, al crescere dei sentimenti altrui. Pare che gli sia riuscito bene”. “Non capisco, come mai tu e Bentruk…” continuò la Strega. “Ma come, cara, Sfunf e lo Stregone erano amici inseparabili da piccoli, lo sanno tutti – precisò la Regina dei Gelsomini, che tardò qualche secondo ad accorgersi dello sguardo di fuoco che le indirizzava il Folletto – ma forse non proprio tutti” concluse chinando il capo. “Non c’è tempo! Chiamiamo David” riprese la parola Murice. Il Mago Gufo guardò Vittoria, la quale annuì e si smaterializzò, per ricomparire dopo pochi istanti insieme a David.

“I fondali sono stati annientati. Bentruk si avvicina per colpire anche Treeluv e il suo popolo – il Mago Gufo fissava David senza sbattere le palpebre e i suoi occhi arancioni sembravano voler diventare grandi quanto la luna – Tieni, ti servirà per combattere”. Gli porse un pugnale dalla lama sottile quanto una foglia dell’albero della sensibilità. Pensò al Fringuello, che quelle foglie profumate e leggere le regalava alle donne per conquistarle e a Nocrez che ne doveva stare lontano, perché di sensibilità era già colmo e potevano avere un effetto devastante. Tornò con la mente al presente, quando Sfunf brontolò: “Il pugnale ammazzamago… Non sarà inutile contro Bentruk?”. Sembrava stesse per continuare la frase, ma si interruppe, come se volesse tapparsi la bocca lui stesso, questa volta. Il Gufo gli rivolse un muto rimprovero. “E’ l’arma più utile in questo frangente. E noi saremo qui a combattere con David, con tutta la magia a nostra disposizione”. Il Mago e l’uomo si guardarono scambiandosi un gesto d’intesa abbassando il capo e serrando le mascelle in una specie di aspirante sorriso. “Ora vai a chiamarlo, Sfunf”. “Non è necessario, sta arrivando” disse il Folletto indicando la nube nera che avanzava verso la spiaggia a grande velocità.

Un rumore di mille tuoni li stordì e lo Stregone prese forma davanti a loro. La Strega del Bosco della Vittoria lanciò ai suoi piedi un’ampolla che, rompendosi, sparse un liquido verde da cui nacquero forti radici che immobilizzarono il nemico. La Regina soffiò un vento di gelsomini, che lo stordì, mentre il Mago Gufo si alzava in volo e sbatteva così forte le ali da creare un vortice d’aria perenne attorno al malvagio Bentruk. Infine, toccò alla Fata Murice imprigionarlo, con un solo gesto delle dita, dentro una conchiglia da cui non sarebbe uscito facilmente. Intanto, David aveva già puntato il pugnale al petto dello Stregone e si scagliò su di lui con una forza sovrumana.

Bentruk rise così forte da far indietreggiare i Maghi.

La lama si era fermata a qualche millimetro dall’obiettivo. E David con lei. Era impietrito e una strana forza lo staccava dal terreno, portandolo verso l’alto. Non poteva voltarsi per vedere Sfunf che lo pilotava con le sue mani, portandolo a un’altezza tale da renderlo inoffensivo, anche se avesse potuto muoversi. Bentruk si liberò di gelsomini, conchiglie, radici e vortici in un colpo solo, pronunciando dei suoni irripetibili e terrificanti. Un attimo dopo, i Maghi erano imprigionati nei loro stessi sortilegi, impotenti e disorientati, furiosi e sgomenti. Non poterono fare altro che guardare David precipitare al suolo, per mano di Sfunf.

Lo Stregone, allora, si avvicinò all’uomo coraggioso, si chinò su di lui e disse: “Voglio il tuo cuore”. Posò una mano sul suo petto e lo squarciò, mentre il grido disperato di Vittoria squarciava la notte.

Prese quello che voleva.

“Povero Sfunf – disse Bentruk reggendo l’organo vitale tra le mani – hai fatto tutto questo per salvarti, ma non saresti morto comunque”. Rise con arroganza e continuò: “Ho terminato di preparare la pozione che ha separato i nostri destini. Tanto tempo fa. Ah, ma sapevo, sapevo, sapevo! – rise ancora avvicinandosi all’amico di tempi scomparsi – sapevo che la tua paura di cessare di vivere sarebbe stata più forte di qualsiasi sentimento, di qualsiasi intento, di qualsiasi ideale. E di ogni altro istinto. Pare che io non sia l’unico cattivone qui, che ne pensi? La tua disperazione per la sopravvivenza ha reso più facile la mia. Dopotutto, i nostri destini sono rimasti incatenati, non credi?”. Sfunf non riusciva a muoversi, tanto era grande la vergogna, tanto era profondo il senso di colpa. Trovò la forza per guardare Vittoria e chiederle scusa senza proferire parola, prima di bere il veleno che aveva portato con sé. La Strega, già trafitta dal dolore per David, intrappolata in un groviglio di radici, non ebbe più fiato per gridare. Rimase con la bocca aperta in un urlo silenzioso, disperato.

Fu allora che arrivò Iridia, circondata da una fitta nebbia di luce lunare. Avanzava piano sulla spiaggia, pesante e leggera allo stesso tempo. “Il cuore del più coraggioso tra gli uomini ti farà trovare la roccia della luna – disse lo Stregone, ripetendo, compiaciuto, l’antica profezia – ma ha fatto molto di più: l’ha portata da me”. Alzò le mani tra le quali teneva il cuore, aspettando il suo premio: la pietra che la Figlia della Cascata d’Avorio portava al collo. Non accadde. Al contrario, fu investito dal fascio di luce così violento che gli sembrò di essere stato scaraventato in un’altra dimensione. Invece, era ancora lì, ma non riusciva a vedere altro che luce. Iridia stava usando la scheggia di Roccia della Luna che, quella stessa notte, la Madre le aveva donato, confessandole di aver nascosto il masso poderoso per un tempo che sembrava ancora immortale.

La fanciulla la usò per rimettere a posto il cuore del suo amato e farlo rivivere, per liberare i Maghi e intrappolare per sempre Bentruk in quella luminosità senza scampo.

“Ti prego – le disse in lacrime la Strega del Bosco della Vittoria – ti prego, salva Sfunf. Se lo Stregone non merita la morte, non la merita neanche lui. Ti prego, dagli una seconda possibilità”. “Ha ucciso David!” fu la risposta. Nessuno dei Maghi osò contraddirla con le parole, ma le loro pupille cercavano una soluzione, un compromesso, una strategia per porre fine a quella morte che nessuno voleva, nonostante l’errore di Sfunf. La paura della morte era una costante nella vita dei Folletti, vulnerabili quasi quanto gli uomini. I meno privilegiati tra gli esseri magici.

David lo capiva più degli altri, nonostante la rabbia per il tradimento e quella che sembrava essere la certezza che lui “non l’avrebbe mai fatto”. Ma, d’altronde, come poteva esserne sicuro? E poi, non si erano mai piaciuti. Soprattutto, non riusciva a guardare Vittoria in quello stato. Prese la mano di Iridia e le disse: “Ti prego, amore mio, salvalo”. Sospirando, Iridia si avvicinò a Sfunf e la Roccia della Luna fece il resto.

Si risvegliò, così stordito da restare, per la prima volta, senza parole. Riuscì solo a guardare con dolcezza la Strega, che sorrideva di gioia pura, mentre il Gufo lo fissava con gli occhi arancioni e gli diceva: “Bentornato, bacchettaro”.

La Roccia della Luna (part Five)

Chiedendo perdono per la lunga attesa, eccomi tornata con il quinto capitolo. Non vi farò aspettare i prossimi così a lungo, promesso! Dov’eravamo:

I cinque Maghi tendono una trappola a David, per strappargli il cuore dal petto e grazie ad esso trovare la portentosa Roccia della Luna e salvare il mondo da Bentruk e i suoi malefici una volta per tutte. Anche Bentruk vuole il suo cuore per trovare la Roccia: gli servirà per diventare ancora più potente e liberarsi dall’incantesimo che lega la sua sopravvivenza a quella di Sfunf, il quale, pur trovandosi dalla parte dei “buoni”, sa bene che la fine dello Stregone sarà la sua stessa fine. 

Se non avete letto i capitoli precedenti o volete fare un ripasso:

La Roccia della Luna (incipit)

La Roccia della Luna (part One)

La Roccia della Luna (part Two)

La Roccia della Luna (part Three)

La Roccia della Luna (part Four)

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Vittoria canticchiava e disponeva,in ordine di importanza, gli estratti di piante che crescevano nel suo bosco, con le quali amava inventare nuove pozioni e sperimentarne i differenti risultati. Il tavolo di legno massiccio che dominava la capanna adibita a laboratorio magico diventava ogni giorno più affollato. “Una vera strega – pensava, spolverando l’ampolla di liquido viola succhiato via dai fiori che curavano la mente dai pensieri cattivi del passato – deve sempre cercare di migliorare la sua magia e di inventare nuovi incantesimi. C’è bisogno di novità in questo mondo di bacchettari” rise  tra sé, ripetendo l’epiteto con cui Sfunf si rivolgeva ai maghi del suo mondo.

“Mediti di avvelenarci tutti con le tue erbacce?”. Il folletto, cavalcioni sul davanzale della finestra aperta, la guardava sornione. “Imparerai mai a bussare?” lo rimproverò la Strega, con poca convinzione. “Sono venuto a vedere come stai – continuò lui, ignorando il rimprovero – ma dal sorriso e dalla melodia che ho trovato nella tua capanna, direi che stai benone”. La Strega ridacchiò arrossendo. “Mi ha perdonata, Sfunf. Questa è la cosa più importante, è ovvio che sono felice. Pensavo non volesse vedermi mai più – fece una piroetta seguita da riverenza – e invece…”. “E invece, ora ti ama?” il tono sarcastico la infastidì. “Non ho mai chiesto tanto”. “Dovresti” si fece serio Sfunf.

Mentre le lucciole e le stelle illuminavano il bosco della Vittoria in quella notte senza luna, David si perdeva con lo sguardo nel mare e cercava di ideare un piano per arrivare a Bentruk con le sue forze. Ma due pensieri lo distraevano: Iridia e Vittoria. Innamorato profondamente della prima, non voleva spezzare il cuore dell’altra. Le parole di Sfunf gli tornavano in mente come una triste cantilena: “L’hai già uccisa mille volte”.

Non era mai stato un uomo da grandi conversazioni. Era abituato a pescare e a lavorare il legno, attività in cui aprire la bocca non serviva. A volte, com’era stato sette anni prima, i maghi o il suo stesso popolo gli avevano chiesto di prendere il comando di una nave. E, per essere un buon capitano, le parole dovevano essere poche ed efficaci. David era una scultura scolpita nel silenzio dei suoi segreti, la scultura di un uomo forte e deciso, che all’interno celava una grande debolezza: non essere riuscito a salvare la vita della madre, uccisa dal morso di un serpente velenoso, e del padre, quando Bentruk aveva attaccato Treeluv col suo sortilegio. Lo stesso anno in cui era riuscito a salvare, invece, la Perla Rossa. La sua Iridia.

Il mare era calmo quella notte, ma lontano dalla superficie ingannevole, in profondità, la lotta era iniziata. Non c’era stato tempo per riflettere oltre, la Fata Murice aveva già indossato la Coda a Tre Pinne e si preparava a difendere il suo regno. Le radici mortali del maleficio di Bentruk erano arrivati fino al vascello fortezza e, col suo passaggio, aveva ucciso molte creature marine. “Ci siamo” disse Murice alla Sorella dei Fondali. “Ci siamo” rispose l’altra. Si voltarono entrambe a guardare l’esercito di donne con le branchie, dalla pelle color argento e le pinne taglienti come lame, sirene dall’armatura di aculei, pronte al loro canto capace di stordire e terrorizzare, e donne conchiglia, la cui arma era un veleno che paralizzava il nemico per il tempo necessario a distruggerlo e il cui scudo era il loro proprio guscio, considerato inattaccabile.

“Forse non avremo bisogno di David, né della Roccia della Luna” disse con fierezza la Fata.

L’anatra

Il lago si stropiccia

tra le mani del mio amico sconosciuto,

il mio nemico conosciuto.

L’anatra è sola,

sulla superficie satinata di vento.

Si guarda attorno come un’ospite

che poco a poco prende coscienza di essere prigioniera.

Sgomenta

senza muovere un muscolo del corpo adagiato, 

solo i movimenti della testa malcelano la paura.

Mentre studia la sua nuova casa.

Occhi stranieri la guardano

e la ignorano.

Si scrolla il vento dalle ali

e torna composta,

adagiata.

Il suo sguardo misura il perimetro.

Lo stesso perimetro da un tempo uguale, da punti diversi,

da case diverse.

Cercando i suoi simili e i diversi da lei,

la non solitudine,

nel cosmo di uno specchio d’acqua e plastica.

Piccolo e quieto. A volte, stropicciato.

Cercando il centro.

Non tutti gli autogol vengono per nuocere

Ho scritto una poesia su un’anatra. Con la schiena appoggiata ad un albero, gli occhiali da sole e il vento che scompigliava le parole.

Ho fatto molte passeggiate, visto molti amici. Bevuto tanto. Speso tantissimo.

Uscita con tre ragazzi e scappata a gambe levate da tutti e tre.

Ho baciato un pompiere conosciuto in un pub. Ho anche fatto qualcosa come cinque autogol a biliardino, nello stesso pub.

Ho riso tanto e ho provato a scrivere il racconto che ho cominciato qui, i miei pensieri, una bestemmia. Non ci sono riuscita. Le mani tremavano di nuovo, ogni volta che sentivo il bisogno di scrivere. Finché non mi sono incantata a guardare un’anatra in uno specchio d’acqua satinata.

Ecco cos’ho fatto in queste settimane di assenza dal blog.

La cosa più divertente, devo ammetterlo, sono stati i cinque autogol. E il bacio che mi sono meritata subito dopo.

P.S. Un pompiere!!!