Entra nostalgia dalla finestra

Dolores O’Riordan è stata una voce costante nella mia vita, a partire dalla mia adolescenza. Come molte altre persone, potrei ricollegare ogni canzone dei Cranberries a un mio stato d’animo, a un ricordo.

La nostalgia a volte è fredda, altre dà calore. Stasera, appena ho letto della morte di Dolores, la nostalgia che mi è entrata in circolo era una finestra lasciata aperta in queste notti berlinesi: il gelo. Perché, con una folata di vento, mi ha sbattuto in faccia le immagini di un tempo passato, in cui ero già me eppure cominciavo a diventarlo, in cui abbracciavo un cuscino e pensavo a un bacio rubato, in cui sognavo cosa sarebbe stato, in cui scrivevo le mie emozioni e poi correvo a vivere, a mettere pietre sopra, a ossessionarmi e pentirmene e a ossessionarmi di nuovo. Vivere e amare struggendosi, come solo gli adolescenti sanno fare.

Il passato sembra sempre più poetico del presente e, dovunque, sono disseminate petites madeleines a ricordarcelo.

A parte Dolores e i pensieri adolescenziali, oggi è stata una giornata faticosa. Al lavoro, soprattutto. Sono tornata a casa con un mal di testa così forte che mi sono sdraiata a letto e ho solo desiderato il silenzio, il più a lungo possibile.

Cerco costantemente di fare tante cose, per stare bene, per sentirmi soddisfatta, per riempire i vuoti. La controparte è che, non essendo indistruttibile, ho i miei momenti di crollo. Tra i progetti che sto portando avanti, c’è un romanzo che ho quasi finito di revisionare, ma che ha rallentato un po’ a causa di progetti più immediati e concreti. Uno di questi è prepararmi per un colloquio al dipartimento marketing dell’azienda in cui lavoro, un altro è lo studio del tedesco e un altro ancora è un blog di viaggi che è già in partenza. Il mio entusiasmo non frena, ma il mio fisico sì.

Ma che fine fa, in tutto questo, l’amour? Accantonato in un angolo, con la paura a fargli da bodyguard.. Allora molto meglio, adesso, puntare alla realizzazione di me. Non ho tempo per l’amour nella vita reale. 

Nella vita fantasy, invece sì: ricomincerò a scrivere delle avventure dei protagonisti della Leggenda della Perla Rossa. Devo ammettere che cimentarmi con questo genere mi ha fatto molto bene e, anche, che mancava un apostrofo rosa nel racconto. Devo rimediare 😉

Ora vado a farmi un bagno caldo. Tradisco il silenzio per crogiolarmi tra schiuma e pensieri in evaporazione con la voce di Dolores in sottofondo.

 

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Tra sgarri e Smemo

Volevo fare la brava, stare a casa tutta la sera a scrivere e a guardare la quarta stagione di “Vikings”, leggere e fare yoga prima di andare a dormire.

“Sei in giro?”

“No, ma se vuoi ci vediamo”.

(Non fatevi illusioni: lui è solo un amico).

Quanto ci ho messo ad accantonare il mio piano da pigiama e routine da bullet journal? Zero secondi.

Come mai? Perché non mi va proprio di seguire un programma di vita, non mi bastano le scadenze di lavoro?! Ma davvero vanno regolarizzati pure gli hobby?

Ho un agenda, un bullet journal per dirlo alla stregua della moda statunitense. Quando ho scoperto la creatività che poteva venire fuori da una semplice agenda, sono andata in estasi. Ma… aspettate un attimo? Ma… davvero lo dovevo scoprire? Davvero me lo dovevano dire i blogger e youtuber made in USA e made 15 anni dopo di me? Per carità, le idee giovanili svecchiano questo mondo a volte impossibile da svecchiare.

Ma l’agenda no, vi prego. Scrivere poesie e citazioni, disegnare, scarabocchiare, impiastricciare ecc ecc ecc ecc su una cavolo di agenda è un’idea meravigliosa, vecchia come il cucco (e altrettanto immortale del cucco, con mia somma gioia). Prendiamo i miei diari di scuola, ad esempio. Le mie povere SMEMO che dalla prima media al quinto liceo hanno vissuto l’esperienza dell’usura da troppa creatività adolescenziale e troppi segreti da nascondere, in barba all’evidenza sottolineata da cuoricini e saette di inchiostro.

Lasciando da parte il momento malinconico per l’età passata e le Smemo adorate, dicevo: ho un’agenda. Significa che mi sono preoccupata di scriverci sopra anche cosa voglio fare e come, ma soprattutto quando.

L’unica utilità che trovo nel fare programmi è godere dei momenti di sgarro.

Ci ho provato, ma, guardiamo in faccia la realtà: non sono solo le morning routines che mi vengono male, sono le routines a tutte le ore. E’ la parola routine che mi mette tristezza, ho già il sospiro pronto appena ci penso.

In barba ai piani di relax e tempo libero impigiamato e programmato, sono uscita a farmi due birre e due chiacchiere.

E quanto mi ha fatto bene!

 

Paura e collirio: #3 sbagliando… si sbaglia

La paura è pura fantasia e pura realtà. Forse, solo l’amore riesce ad essere altrettanto inspiegabile, inesistente eppure vivo e tangibile. Torno a parlare delle mie paure e del mio adorato collirio alla camomilla, che in questo caso, non ha lenito le pene di occhi tristi, bensì sedato le ire di bulbi oculari furibondi, tenuti a bada non con poco sforzo da palpebre impreparate. Ebbene sì, oggi vi parlerò della mia paura di sbagliare, compagna di viaggio fin dalla più tenera età, superata con una miracolosa autoironia e un vassoio in mano. Già, chi lo avrebbe mai detto: fare la cameriera nei locali notturni dona agilità, prontezza di riflessi e di spirito e larghi consensi.

Di me, molte persone per cui ho lavorato, hanno detto: “Non fa lo stesso sbaglio due volte”. Ahimè, solo nel campo lavorativo (in quello amoroso, è tutto il contrario).

Quindi, arrivando al succo, quello che è successo è che la paura di sbagliare mi ha fatta diventare una perfezionista. Io, che vivo col caos sulla scrivania. Io, che non mi sono mai preoccupata di avere i ricci spettinati. Io, una perfezionista. E non una che va a cercare il pelo nell’uovo. No. Una che viene disturbata dall’uovo stesso, che le dice: “Guarda, lo vedi questo pelo? Non dovrebbe stare qui, ora che si fa?”. Si smadonna, ecco che si fa.

I primi mesi nell’ultimo ristorante in cui ho lavorato a Roma sono stati invivibili, sempre sull’attenti a controllare che tutto filasse liscio e che non ci fossero sbavature nel servizio. Ma sono stati anche il grilletto che mi ha sparato in testa la domanda delle domande: “E se sbagliassi a non voler sbagliare?”. E a pretendere che gli altri non sbaglino, mettiamoci anche questo.

Questo è stato uno dei lavori più difficili che ho dovuto fare con me stessa: smettere di esigere il 200% e permettermi di riposarmi un po’. Permettermi di guardare i miei errori e, ogni tanto, addirittura, accarezzarli senza inorridire.

Il più grande errore che si può fare nella vita è quello di avere sempre paura di farne uno.
(Elbert Hubbard)

 

La Leggenda della Perla Rossa (the end)

Eccoci alla parte finale di questo racconto che mi ha tenuta impegnata per tutta la settimana, con mio enorme piacere. Grazie, di nuovo, a Ember per avermi dato una sfida e averne seguito gli sviluppi insieme a me. Grazie a tutti voi che avete letto e supportato ❤ (Missis e Ale siete state meravigliose).

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fuoco

La Tigre degli Abissi era impaziente. La sua ombra si muoveva su e giù per le pareti della caverna, illuminata da un’intensa luce rossa. Si diceva che la Perla riflettesse perennemente il colore del sangue della Figlia della Cascata, con l’intensità del bagliore lunare. Ogni tanto, la Signora si fermava a guardarla, tra i fasci di luce, mentre fluttuava nell’aria della sua gabbia di stalattiti e stalagmiti nere, come la roccia da cui erano nate, armate di appuntiti aculei di cristallo, create con il sale dei Mari Infuocati.

Era impaziente, sì. Sapeva che stava per arrivare il cuore coraggioso di cui aveva bisogno di nutrirsi. Bentruk aveva fallito, avrebbe dovuto far abbandonare David da tutti i suoi uomini e non solo dimezzarli. Avrebbe dovuto farlo arrivare fin lì da solo. “Non che sia un problema far fuori una decina di uomini – pensava tra sé e sé – solo che non voglio perdere troppo tempo. Aspetto dal giorno in cui nacque la Luna. Ma il fuoco farà il suo dovere”. Nel frattempo, scese la prima lacrima. I suoi occhi diventarono un reticolo di linee vermiglie, che si facevano più scure man mano che aumentava la sua sete di sangue. La luce della Perla era accecante. I ruggiti di dolore della Tigre spaventosi. In pochi secondi, riempì la boccetta magica, che già conteneva la soluzione di acqua di mare e rugiada di Fiori Ombrosi. La bevve mentre ancora piangeva. E continuò a stillare sangue e riempire, ancora e ancora. Nel frattempo, il mare che circondava le isole dell’Artiglio era diventato fuoco vivo.

David e i suoi videro levarsi le fiamme da lontano, come un ruggito incandescente. Il silenzio calò sulla nave. Gli uomini, attoniti e impauriti, fissarono lo spettacolo a bocca aperta, terrorizzati e incantati allo stesso tempo. Ognuno con il pugno chiuso su un talismano: c’era chi aveva una zampa di coniglio, chi un anello di famiglia, altri pietre e conchiglie trovate sulla spiaggia al ritorno da un’avventura pericolosa in alto mare. Il Capitano, al timone, il suo talismano lo portava al collo: una gemma blu come l’oceano, che la madre gli regalò qualche giorno prima di essere uccisa dal morso di un serpente velenoso.

Fu David a rompere il religioso silenzio e a ordinare con voce ferma: “Avanti tutta”. Verso il fuoco.

Un urlo di coraggio si levò non appena la nave lasciò l’acqua per navigare le fiamme. David e la sua ciurma continuavano intimoriti ma rassicurati dalla loro nave, immune all’inferno che si agitava sotto di lei. La Strega del Bosco della Vittoria aveva ragione: quel vascello era diventato invincibile. Tuttavia, come avevano appreso precedentemente, gli uomini a bordo non lo erano e temevano le onde più alte. Più si avvicinavano all’Artiglio Nero, più la furia del fuoco si faceva potente. Così potente che, aiutata dal soffio forte del vento, rubò il timone dalle mani di David. Cominciò a girare così velocemente da non farsi più riprendere. “Non abbandonare il timone” si ripeteva il Capitano, ma nonostante la sua determinazione, il vento e il fuoco erano più poderosi e il maleficio fuori dal suo controllo. Le onde rabbiose non tardarono a mietere le prime vittime, scagliandosi sul ponte con lo stesso impeto dell’acqua, carbonizzando tre marinai, all’istante. Gli altri si girarono a guardare David, tremanti. Allora, supportato dalla silenziosa fiducia dei suoi uomini, riprovò ancora e ancora a riprendere il timone, soffocando la rassegnazione che stava conquistando respiri dentro di lui. Questa volta ci riuscì. E gridò: “Avanti! Non fermiamoci!”. Necroz, il marinaio colpito dal fumo nero, si alzò in piedi dopo giorni e tornò alla sua postazione, gridando a sua volta: “Avanti!”. La ciurma seguì l’esempio. Quell’urlo di incitamento pervase la nave e divenne un unico suono. Ciononostante, la violenza delle acque infuocate non si arrestò. A uno a uno uccise gli uomini, lanciando lingue ardenti sull’invincibile imbarcazione. Rimasero in tre: David, Necroz e un mozzo impaurito ma combattivo, Santos detto Il Fringuello, essendo egli sempre il primo a dare il via ai canti da stiva.

Finalmente, con il cuore che batteva all’impazzata, i tre videro il passaggio per arrivare alla caverna della Tigre: un punto in cui il mare cambiava repentinamente colore e il fuoco dipingeva una sorta di Aurora Boreale con i suoi artigli. Calarono l’ancora e presero le armi: David, la sua spada; Necroz i suoi pugnali; Il Fringuello, la sua ascia e la sua borraccia piena di distillato di Girasole. Si tuffarono.

Un sentiero d’acqua li condusse alla grotta, dove videro la Tigre piangere sangue, riempirne una boccetta e bere. L’ampolla si svuotava e la Signora vi versava la soluzione necessaria perché il sangue tornasse nelle vene, poi ricominciava a riempirla dell’inchiostro vermiglio dei suoi occhi. Necroz e Il Fringuello si sarebbero occupati della Tigre, mentre David avrebbe pensato a liberare la Perla Rossa.

Ma la Signora li aveva già sentiti arrivare: la sua stessa cattiveria l’aveva avvisata, facendo esplodere la sete dentro di lei. Necroz si scagliò sulla bestia con tutte le (poche) forze che gli erano rimaste, infliggendole una pugnalata sul dorso, mentre lei, poco sorpresa, si limitò a ruggire e a tenerlo inchiodato a terra, inondandogli il viso di sangue e impedendogli di vederla mentre lo afferrava con gli artigli e lo sollevava, per poi scaraventarlo sulla roccia, uccidendolo.

Il Fringuello aveva approfittato del momento in cui il suo amico distraeva la Tigre per versare il suo distillato di Girasoli nella boccetta magica e nascondersi dietro un masso, aspettando il momento giusto per attaccare. Tuttavia, l’adrenalina gli fece venire voglia di cantare e, improvvisamente, gli salì in gola un motivetto che usava per calmarsi nei momenti di paura. La Tigre lo sentì e con un balzo arrivò dietro il masso, dove il mozzo teneva stretta la sua ascia. Spalancò le fauci in un fortissimo ruggito, che bastava da solo a farlo smettere di cantare e di sperare, ma il marinaio riuscì a richiamare a sé il suo coraggio e a colpirla con la sua arma. La belva urlò, ma poi sembrò quasi sorridere. “E’ indistruttibile, mi ucciderà” pensò Il Fringuello. Eppure, mentre gli si avventava contro con gli occhi insanguinati e la mascella spalancata, pronta a strappargli via la carne, la Tigre si bloccò di scatto. Qualcosa, o meglio, qualcuno era entrato nel suo campo visivo per un istante e lei aveva sentito i suoi stessi battiti accelerare. Le lacrime scendevano ancora più copiose, la sete le ardeva in gola. Il cuore coraggioso di cui aveva bisogno era lì a pochi passi e stava cercando di spezzare la gabbia dentro cui era custodita la Perla Rossa.

David aveva sentito lo sguardo della Signora su di lui e cercava di fare ancora più in fretta. Quella trappola di stalattiti e stalagmiti era molto resistente e, nel suo tentativo di romperla con la spada, alcuni cristalli di sale gli si erano conficcati come frecce sulla spalla destra. Vide la Tigre pronta a spiccare un balzo, per poi fermarsi. Aveva dimenticato qualcosa: doveva bere il suo sangue, ne stava perdendo troppo e, in poco tempo, si sarebbe indebolita. Riempì la boccetta in un attimo e la bevve d’un sorso. Allora, con un scatto, raggiunse David, al centro della grande caverna, colpendolo subito sulla spalla ferita. Il Capitano gridò di dolore ma non si arrese. Riuscì a infliggere alla Signora un taglio profondo sul volto già insanguinato.

La lotta si faceva più violenta, entrambi si battevano con agilità e coraggio. Con un colpo secco, la bestia strappò via l’elsa dalla mano del suo nemico e lo scaraventò a terra, lanciandosi su di lui. David era immobilizzato. “Finalmente – disse la Tigre – mangerò il tuo cuore e diventerò il re dell’Universo. Tutta la natura obbedirà al mio volere. La magia più possente risiederà in me. E io sarò invincibile, immune a ogni pericolo, estraneo a ogni fallimento”. “Tu sei già immortale” rispose David. “No, non è così – ruggì la Signora – la Perla mi ha dato longevità, potere, ma anche autodistruzione. Solo grazie alla mia boccetta magica sono riuscita a prolungare ancora la mia forza e la mia vita, bevendo il mio stesso sangue. E ora, è arrivato il momento che tanto ho atteso” disse, mentre apriva le sue fauci e piangeva le ultime lacrime di sangue. David vide nello stesso istante la Tigre che si abbassava su di lui e un’ascia che le apriva la schiena. Il Fringuello, ancora nascosto dietro alla roccia, aveva atteso il momento giusto per correre in soccorso dell’amico. La belva si girò irata. “Finisco con te in un attimo – disse al mozzo – ho già bevuto il mio sangue e non posso indebolirmi, la tua ascia può solo graffiarmi”. “Funziona anche se nel sangue c’è distillato di Girasole?” chiese tremante l’altro. “Certo che no! Ma cosa vuoi fare? Distrarmi? Queste domande assurde non ti salveranno, stupido idio…”. Non fece in tempo a finire la frase, che vacillò sulle zampe e si accasciò esausta al suolo. “Hai bevuto sangue e distillato di Girasole, Tigre” disse Il Fringuello, guardando il felino improvvisamente inerme, mentre David, recuperata la spada, lo trapassava da una parte all’altra del corpo, uccidendolo.

I due amici si guardarono con sollievo. “Ora, dobbiamo prendere la Perla Rossa” disse il Capitano. Rimosse l’ascia dalla carne della Signora e cominciò a colpire senza sosta la gabbia, finché non riuscì a spezzare una stalattite nera. La Perla fluttuò fuori, ma per quanto provassero a stringerla tra le mani, essa sgusciava via. Non ci potevano credere: tutta quella fatica e la Perla non voleva andare con loro. Andò, invece, a sfiorare la sagoma di Necroz, che si risvegliò dalla morte, e continuò a volare verso l’uscita della caverna, dove arrestò la sua fuga. La luce allora si fece più accecante, i tre uomini si dovettero coprire gli occhi per non perdere la vista.

Dopo qualche secondo, il bagliore cessò. Dove prima restava sospesa la Perla Rossa, c’era una splendida fanciulla. David e i suoi rimasero attoniti, non riuscirono a emettere suono alcuno, anche se Il Fringuello avrebbe cantato di gioia molto volentieri davanti a quella visione. Parlò lei: “Sono la Figlia della Cascata. Grazie a voi, al vostro coraggio e alla vostra amicizia, posso rivivere e tornare alla Cascata da cui sono sgorgata. Non lo dimenticherò mai”. Sorrise e si girò verso l’uscita della grotta. Allora David provò a fermarla: “Non puoi andare – le disse – abbiamo bisogno di te per salvare il nostro popolo, vittima del Fumo Nero dello Stregone Bentruk. Ti prego, vieni con noi, poi ti lasceremo libera”. “Il tuo popolo è già salvo, David – rispose la Figlia della Cascata -Vai a vedere tu stesso, la tua nave ti aspetta per portarvi a casa, su un mare che non sarà mai più fuoco”. E si tuffò fuori dalla grotta.

Allora, Il Fringuello cominciò a cantare.

The end, maybe.

La Leggenda della Perla Rossa (part three)

Siamo giunti al penultimo capitolo. Il coraggio e le buone intenzioni dei marinai sono messe alla prova da stanchezza e malefici. Ma si continua a navigare. E vediamo che succede 😉

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luna-nave

Il sole brillava nel cielo e il vento era decisamente a favore. David e i suoi marinai si sentivano invincibili e pronti a combattere contro qualunque tempesta fino alla sfida finale, quella contro la Tigre degli Abissi. Ciò che non potevano immaginare era che, nonostante la nave fosse ora invincibile, come aveva predetto la Strega del Bosco della Vittoria, gli uomini a bordo non lo erano. Nemmeno il Capitano, la cui forza riesedeva nel suo cuore coraggioso. E quale coraggio potrebbe avere un uomo invincibile?

Ben presto, la ciurma scoprì che la notte della Grande Tempesta aveva avuto un ospite. Lo Stregone Bentruk era lì con loro. La violenta onda, insieme al vento e ai lampi, aveva avuto rispetto dell’Urlo della Sconfitta e dell’ultimo albero della Perseveranza. Al contrario, la magia crudele del protettore della Tigre degli Abissi non faceva differenze, a guidarla era solo il desiderio del male. Così, mentre quel massiccio muro d’acqua si scagliava sulla nave, lo Stregone soffiava fumo nero.  Con il suo potente fiato maligno era riuscito a scassinare le pupille del marinaio Nocrez, il più benvoluto tra quegli uomini, e a far avanzare dentro di lui lo stesso male che stava uccidendo il popolo di Treeluv.

Il giorno dopo, con il vento a favore e il mare amico, le canzoni si facevano più allegre e i sorrisi più larghi, ma Nocrez non vi partecipava, non parlava con nessuno, evitava gli sguardi altrui: sentiva il male, ma se ne vergognava, pregava in silenzio che non fosse quello che nel profondo di sé sapeva essere. Le sue ferite bruciavano, ben nascoste dagli indumenti. Finché non gli si aprì la fronte.

Gli amici di sempre si scansarono, spaventati. Lo insultarono, come se avesse portato di proposito la malattia sulla barca. Solo David e altri due marinai gli si avvicinarono, per proteggerlo dagli altri e per aiutarlo a togliersi i vestiti. Disinfettarono le piaghe con acqua di mare e distillato di foglie di Salice Allegro.

David fu costretto a ordinare ai suoi uomini di non aggredire il loro compagno. “Tutt’altro – disse loro – vi ordino di cercare in tutti i modi di aiutarlo a prolungare la sua vita, finché non raggiungeremo la Perla Rossa, che lo salverà. Mi duole darvi un comando che avrebbe dovuto darvi il vostro cuore, ma non ho altra scelta”.

Eppure, la paura era forte, così forte da vincere l’obbedienza al Capitano e l’affetto per l’amico morente. Ben undici uomini si uccisero in mare due giorni dopo, tormentati dal terrore di patire le sofferenze che erano toccate a Nocrez e dalla vergogna di provare quello stesso terrore.

Ormai rimasti in dieci, di cui uno non esattamente in forma per la battaglia, si avvicinavano ai Tre Mari Infuocati. I canti di allegria erano diventati un modo per fingere che di non tremare al pensiero che il peggio non era ancora arrivato.

Un’altra notte e sarebbero giunti alla loro meta. Quella notte, David pregò la Luna perché non li abbandonasse. “Non ti abbandonerà, ma non abbandonarti tu per primo” disse una voce. David, che pensava di essere solo, si guardò intorno per capire chi avesse parlato. Non vide nessuno. Si rigirò verso il timone, che stringeva tra le mani.  All’improvviso, il Gufo si materializzò sopra di esso. Gli occhi arancioni fissavano David,  severi come la sera in cui gli aveva annunciato la missione. “Non lasciare il timone” gli disse infine. E volò via.

La Leggenda della Perla Rossa (part two)

Vi devo chiedere ancora un po’ di pazienza miei cari, la ricerca della Perla Rossa non si è rivelata per niente facile. E David e i suoi hanno bisogno di almeno un’altra puntata prima di riuscire ad avvicinarsi al loro destino. Metteteci pure che io ci sto prendendo gusto… Ma prometto di non farvi aspettare troppo 😉


ivan - aivazosky

David non aveva mai bramato il potere. Desiderava solo continuare a navigare, per conoscere nuovi luoghi, ma anche per pescare in nuovi mari e trovare nuove terre da coltivare. Pensava che al di là dell’isola di Treeluv, dov’era nato e cresciuto, ci fosse un mondo di scoperte e avventure. Tuttavia, adesso, c’era qualcosa di più urgente a cui pensare: aveva bisogno dei poteri della Perla Rossa. Era l’unico modo per debellare il male che stava uccidendo il suo popolo: un fuoco nero che si insinuava negli occhi della sua gente e apriva ferite nei loro corpi. Ferite che, in breve tempo soffiavano via le anime. Così, era morto suo padre, uno dei primi a essere colpito da quel maleficio. Un altro regalo all’umanità da parte di Bentruk, a quanto si sapeva.

Il Mago Gufo era apparso a David la notte stessa in cui il giovane capitano aveva perso il suo vecchio e gli aveva affidato il compito di sfidare la Tigre e liberare la Perla Rossa. Il balsamo che sarebbe sgorgato dai suoi occhi, una volta avutala con sé, avrebbe curato le ferite degli ammalati e il coraggio del suo cuore avrebbe scacciato per sempre il fuoco nero. Così aveva detto il potente Mago, fissandolo attraverso le tenebre con i suoi bulbi arancioni. David accettò senza chiedere alcunché. Il giorno dopo, la Strega del Bosco della Vittoria bussò alla sua porta, con i venti uomini che avrebbero fatto parte della spedizione, per condurli, innanzitutto, all’albero della Perseveranza.

In poco tempo, David e la sua nuova ciurma costruirono la nave. E adesso, erano pronti per salpare. “Arriverà la sconfitta, prima della vittoria – lo aveva ammonito la Strega – ma ricorda che la disfatta è la via per rendere la tua nave invincibile e capace di solcare i Tre Mari Infuocati”.

Arrivò il giorno della partenza. Non c’era nessuno al porto a salutare gli eroi dell’isola. La maggior parte della popolazione era ammalata e la restante parte la stava accudendo come poteva. Il cielo minacciava tempesta, tanto per rendere l’impresa ancora più imprevedibile. Ma nessuno dei marinai, tanto meno il Capitano, ne fu turbato. Salparono. Sul ponte e sotto coperta si lavorava e si cantava. Il mare aveva loro insegnato ad accettare gli imprevisti e a non privarsi dell’allegria per timore di quello che poteva accadere. Eppure, quando le tenebre si fecero più cupe e il vento più forte, le canzoni cessarono e cominciarono i comandi a voce alta, i fischi delle vele che provavano a resistere alla furia della tempesta che si era scatenata così all’improvviso che nessun “manuale dell’accettazione dell’imprevedibile” poteva porre rimedio alla paura che aveva capovolto i cuori della ciurma. Anche David aveva tremato, quando aveva visto le sue vele squarciate. Poi, fu come se il vento cessasse e si sentisse solo uno strano rumore dal mare, come se stesse trattenendo il fiato. David sentì che la forza di gravità diminuiva la sua spinta verso il basso e li teneva quasi sospesi. Un’ombra terribile si ergeva sopra di loro: ventuno teste guardarono verso l’alto e fecero in tempo a vedere muro d’acqua stava scendendo in picchiata sulla nave. Un urlo spaventoso si levò verso l’alto. L’urlo della sconfitta.

David non ci poteva credere: erano vivi. E la nave non aveva subito danni. Gli squarci delle vele erano un incubo ormai passato. Prese nuovamente il comando del timone, che poco prima lo aveva scaraventato via, e continuò a navigare contro la furia del cielo e del mare.

All’alba, erano fuori dalla tempesta. Sfiniti, ma salvi. E quello, era stato solo l’inizio del viaggio.

Stay tuned, cercatori di Perle…

La Leggenda della Perla Rossa (part one)

Quando avevo sette anni, mi sono avventurata, con la mia penna e il mio quaderno, nel mondo fantasy. E’ stata la prima e l’ultima volta per molti anni.  Oggi, è la seconda volta. Affronto di nuovo un genere che mi affascina moltissimo e lo faccio con la scusa di partecipare alla challenge lanciata da Ember.

Il prompt che ho scelto per questa prima parte del racconto mi chiede di usare tre parole: perla – lontano – sospiro.

A presto per il seguito. Spero che vi piaccia.

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Le isole dell’Artiglio Nero lo eccitavano da lontano. David aveva sempre desiderato spingersi fin lì, dove nessun uomo aveva mai osato spingersi. Costruì la sua nave con il legno dell’ultimo albero della Perseveranza, sacrificato per il suo nobile scopo, col permesso della Strega del Bosco della Vittoria. “Perché la tua nave sia invincibile – aveva sussurrato la strega – devi forgiare il legno del timone con l’urlo della sconfitta. Solo allora potrai solcare le terribili acque governate dalla Signora dei Tre Mari Infuocati, la Tigre degli Abissi”. La ciurma aveva tremato solo al sentirla nominare, quella Signora. Eppure, nessuno dei venti marinai aveva abbandonato l’impresa. Credevano nel loro Capitano. Credevano anche nella Strega del Bosco della Vittoria, che già aveva dato prova di tenere alla salvezza degli uomini, quanto a quella dei suoi alberi. Aveva sacrificato l’ultimo esemplare della famiglia della Perseveranza, per impartire una lezione importante a David e per dargli una nave forte, tanto da condurlo nel luogo più pericoloso del mondo, per trovare l’amuleto più potente del mondo: la Perla Rossa.

Si raccontava che, a proteggere quel gioiello portentoso, ci fosse la Tigre stessa, che non lasciava mai, nemmeno per un attimo, la caverna dove lo custodiva dalla lontana e lunga notte in cui la mente luminosa del Mago Gufo aveva creato la luna. Il buon Mago, guardiano delle ore più oscure, voleva che tutti gli animali notturni, anche quelli più anziani (con la vista meno agile di un tempo) vedessero facilmente al buio e  decise di creare per loro una luce che illuminasse le tenebre più impenetrabili.

Quella stessa notte, Iridia, una delle Figlie della Cascata d’Avorio, vide quella luce e uscì dal suo nascondiglio notturno, per tuffarsi nelle acque da cui era lei stessa sgorgata, ma fu così rapita dalla visione della luna nel cielo, da lanciarsi nel vuoto guardando verso l’alto e non verso il basso. Così, la bellissima fanciulla si schiantò sulle rocce e morì. Le acque si ritirarono sulla montagna, con uno spaventoso sospiro, e la luna pianse per la giovane. Dal cielo, scese una lacrima che, toccando la roccia insanguinata, diede vita alla Perla Rossa. Come la Tigre se ne impossessò è un racconto triste e macabro: pare che fosse arrivata alla Cascata fiutando i resti del corpo smembrato, ma una volta avvicinatasi, la fame di carne sparì, vinta dalla sete di potere che la Perla aveva fatto irrompere nel suo stomaco.

David conosceva bene quella storia e tutte quelle che venivano dopo, con cui suo padre lo aveva svezzato. Sapeva bene, ad esempio, che la Tigre aveva scavato, grazie ai poteri dell’amuleto, una caverna negli abissi, proprio sotto l’Artiglio Nero, che si ergeva spaventoso nella parte occidentale dell’isola più piccola, l’isola di Kintam.

“La Perla Rossa – gli aveva raccontato il padre – dona poteri diversi a seconda di chi la possiede. Trasforma le lacrime in sangue, quando il cuore desidera il sangue altrui e, allo stesso tempo, accresce la cattiveria, in un circolo che, presto o tardi, porta alla disfatta di quell’anima miserabile. Trasforma, invece, le lacrime in un balsamo che guarisce le ferite, quando il cuore di chi la possiede desidera la salvezza delle altre creature”.

Tuttavia, la Tigre degli Abissi aveva trovato il modo di rallentare gli effetti delle numerose lacrime insanguinate, grazie all’incantesimo dello stregone Bentruk, abile cacciatore di gufi e pipistrelli, che aveva regalato una boccetta magica alla malvagia Signora dei Tre Mari Infuocati. Bastava raccogliere il sangue sgorgato dai suoi occhi in quella boccetta e diluirlo con qualche goccia di acqua salata mista a  rugiada dei Fiori Ombrosi e l’effetto della Perla poteva essere ritardato, seppur non indebolito. Quando gli occhi della Signora svuotavano buona parte delle sue vene, le onde del mare attorno alle tre isole diventavano lingue di fuoco, per proteggere la Tigre da eventuali attacchi nel momento di maggiore debolezza e darle il tempo di recuperare bevendo dalla boccetta incantata.

“Presto o tardi – l’aveva avvisata lo Stregone – la Perla Rossa avrà la meglio e annegherai nel tuo stesso sangue”. “Non importa – aveva risposto la Tigre – perché prima che questo accada ruberò il coraggio dal cuore della più impavida delle creature e, con esso, troverò la roccia che per prima fu illuminata dalla luna. Così, diventerò più potente dell’amuleto: anche il cielo ubbidirà al mio volere”.

 

To be continued (con l’anno nuovo)…

 

Motivi per festeggiare

La settimana del mio compleanno è appena passata. Quest’anno, più degli altri anni, ho sentito la necessità e, soprattutto, la voglia di festeggiare. E’ stato un anno di grandi cambiamenti e di forti conferme. L’anno in cui ho avuto trentatré anni lo ricorderò così, come un viaggio verso l’inizio di un nuovo viaggio. E allora ogni giorno di questa settimana ho trovato un motivo per festeggiare e, volendo, potrei continuare all’infinito.

Lunedì – Day One Una cena a casa con il mio coinquilino. Lui imbracciava una chitarra elettrica e io versavo il vino nei calici. Abbiamo brindato alle cose semplici e importanti. Al cibo, al vino, alla musica e al sentirsi a casa.

Martedì – Day Two Mi sono fatta un regalo: sportswear nuovo di zecca per la mia pratica di yoga e le lezioni di pole dance e un maglione caldo per l’inverno che arriva. Una mia collega, alle 11 di mattina, è andata a prendermi un bicchiere di glühwein al camioncino all’angolo della strada. Un buongiorno caldo e speziato. Un brindisi al calore quando fuori fa freddo, al lavorare col sorriso, alle nuove conoscenze, ai pensierini per se stessi.

Mercoledì – Day Three  Avevo in programma di andare alla festa di compleanno della ragazza di un mio amico, ma sono crollata sul cuscino. Salvo svegliarmi quando, più tardi, mi ha raggiunto il mio Toy Boy. Che bello il letto, il luogo in cui i sensi si addormentano e si riaccendono.

Giovedì -Day Four Seratina decisamente alcolica con un amico appassionato come me di birre artigianali. E il brindisi non poteva che essere alle passioni da condividere.

Venerdì – Day Five Dopo il lavoro, ho invitato i miei colleghi e altri amici in un locale vicino all’ufficio. Facce nuove e facce un po’ più conosciute a festeggiare la bellezza delle nuove amicizie, dei rapporti che cominciano. 

Sabato – Day Six Il giorno del mio compleanno. Ero talmente ubriaca di gin tonic e di vita e di amici, che ho perso il cellulare. Poteva andare peggio. Poteva essere la dignità, potevano essere i documenti, poteva essere un dente. Abbiamo brindato alla gioia di festeggiare, alla buona compagnia, alla fine dei sensi di colpa per godersi la vita. Abbiamo brindato alle persone su cui contare.

Domenica – Day Seven Serata tutta femminile. Serata di brindisi al sesso, insomma.

Non ho potuto evitare di notare che è stato il primo compleanno, dopo anni, in cui non mi è venuta voglia, a un certo punto, di mandare tutti via, di incazzarmi, di piangere, di urlare.

Forse la psicoterapia ha funzionato, o forse è Saturno che va via. Forse è semplicemente che ogni tanto fa bene ricominciare da zero.

 

Dicembre, Saturno e Tinder

Saturno è entrato nel segno del Sagittario nel Dicembre del 2014 e, finalmente, va via tra qualche giorno.

Spero che abbia fatto tante foto ricordo, perché pare che torni tra 30 anni. L’ultima volta, avevo qualche mese di vita, quindi non si sarà fatto troppe risate. Stavolta, invece, mi ha beccata in pieno. Nel bel mezzo delle mie scelte “migliori”.

La mia vita è sempre più riassumibile nella frase: prendere in pieno. Ho preso in pieno la crisi del lavoro (faccio parte della generazione che non si è potuta permettere troppo facilmente una carriera né una famiglia, figuriamoci conciliarle – sulla seconda ho spinto poco per la verità). Ho preso in pieno la crisi dell’uomo che giustifica la sua mollezza e/o la sua allergia alle relazioni, puntando il dito contro l’indipendenza femminile, che spesso identifica con la stronzaggine.

E io sono stronza davvero – mi piace ripeterlo, lo so – ma mica do la colpa a TUTTI loro (solo a qualcuno e alla lettura compulsiva di Cioè).

Sono stati anni faticosi, che finalmente volgono al termine. Il succo è questo: il 20 dicembre questo simpatico pianeta si leva di torno e io mi prendo le mie soddisfazioni. Sì, sì. Champagne!

Lo dicono tutti: Branko, Simon, Fox e pure Breszny (lui in modo un po’ più poetico). Cosa dite? Mi regala un anello? Ma no, Saturno è tirchio.

Universo e “oroscopari” a parte, il mese del mio compleanno è sempre molto impegnativo, perché (più o meno) festeggio tutto il mese. Più champagne, dunque. Più soldi spesi bene. Più allegria. Più convincersi che sempre si può andare avanti.

Anche quando, nel mese dei festeggiamenti, perdi qualcuno che ha avuto un ruolo molto importante nella tua vita. Come scrive John Niven (non testualmente, non ricordo la citazione a memoria e ho prestato “Maschio, Bianco, Etero” a un’amica): la morte ci insegna a vivere.

Prima di questo, però, ci fa guardare dentro e ci fa fare mille domande autolesionistiche, come ad esempio: ho fatto abbastanza? E’ il momento del game over, in cui al massimo puoi chiedere scusa per quello che non hai fatto o hai fatto male alla persona che hai perso. Che non si sa se ti sente o no, ma tu comunque ci provi. Io credo negli spiriti. Mi è sempre piaciuto crederci. Quindi niente, parlo quando posso con loro.

Saturno o no, i calci in culo arrivano anche nel mese del compleanno. Arrivano anche quando non ti sembra possibile, perché pensi che tutto dipenda da te, che hai messo le basi per qualcosa di nuovo, che credi di più in te stessa, che prendi il mondo a morsi, ecc ecc. Insomma, il risveglio di Wonder Woman. E intanto, la vita continua il suo corso.

Ma adesso, quello che davvero dipende da me è capire la lezione di Saturno e quella di 34 anni di vita.

Come primo atto della mia nuova consapevolezza, quindi, mi sono fatta Tinder.

E se ve lo steste chiedendo: no, non ho ancora voluto incontrare nessuno dei miei match.

Vai a sapere Saturno come ci è riuscito.

Spensierami, baby

Ho messo gli occhi su un nuovo Toy Boy.

gnente, possiamo dire che il 2017 segna il mio passaggio dal reparto geriatria al reparto “fai un salto fuori dall’adolescenza”. Che io abbia smesso di cercare una mia figura paterna e stia diventando l’altrui figura materna?

Il malcapitato mi ha attraversato la strada durante il mio cammino verso la positività (“mi creda, Vostro Onore”), mentre passeggiavo un po’ beata e un po’ no, con un vaffanculo sulla parte posteriore della mia t-shirt (se vogliamo rendere l’immagine più realistica: sulla parte posteriore del cappotto che sta sopra il maglione, che sta sopra il maglioncino, che sta sopra la maglietta. Non chiamatelo vestirsi a cipolla, chiamatelo mutazione in matrioska).

Dicevamo… ah, il vaffanculo. Parola che, insieme all’altrettanto taumaturgico ‘sti cazzi, mi ha slacciato più volte le scarpe, me le ha sfilate, ha fatto cascare dei sassolini rompipalle, e me le ha rimesse e riallacciate. Il cammino è nuovo e, come sempre, non se ne vede la fine. Non si vede un fico secco, in realtà. Di luce ce n’è poca. Pochi lampioni, per fortuna. Si sa, noi falene ci andiamo a sbattere in continuazione, grande perdita di tempo e di salute. Molte di noi ci restano stecchite. Molto più desiderabile la luce della luna, che non ci fa alla griglia e ci permette di vedere il necessario per mettere un passo dietro l’altro. E ci fa mirare in alto, che ve lo dico a fare.

Ma torniamo a noi. Cammina, cammina, cammina… Mi era venuta sete e sono andata a comprare una birra in un negozio. E chi ci trovo? Il fanciullo, appunto. Un giovane studente di ingegneria con tanto di lavoro notturno e testa sulle spalle (grandi spalle). Tecnicamente, quindi, forse non è lui che ha attraversato, ma io che ho fatto una deviazioncina. A mia discolpa, dirò che sembra davvero un mio coetaneo (“Vostro Onore, ho una foto da qualche parte, gliela mando e poi mi dice se non sto forse dicendo il vero!”).

Tutto ciò per confermare quello che già sospettavo: c’è Toy Boy e Toy Boy.

E ribadire quello che ho pensato io tutte le volte che sono riuscita a pensare fuori dal focus della lente di ingrandimento del resto del mondo: la spensieratezza è una condizione magica. Non manda via i pensieri, li alleggerisce. Tramuta i macigni in nuvolette carine carine che prendono forme carine carine.

Contemplo questa condizione, deliziata e soddisfatta. Soprattutto perché io, nelle nuvole, ci vedo sempre montagne di panna e schiere di muffin.