Paura e collirio: #1 Stronzo Pride

Testa di medusa - Paura e arte

Come si smette di avere paura?

Affrontandola.

Eh, pare facile. Eppure ci dovremmo provare, credo, una volta ogni tanto. Almeno con una paura, almeno una. O una alla volta.

Ho paura:

  1. di una relazione stabile
  2. del giudizio degli altri
  3. di sbagliare
  4. degli insetti che volano
  5. di guidare
  6. di restare sola

E se ci penso ancora un po’ la lista si allunga. Ma, come ho detto, una cosa per volta.

Oggi mi concentro sulla prima.

Hai mai pensato che esci solo con uomini che hanno mille donne e che ti trattano come se fossi sostituibile perché ti comporti allo stesso modo? Te lo chiedo, perché io esco sempre con “mammoni”. E ho pensato che sia perché sono “papona”.

In pratica: Esci con gli stronzi, perché anche tu sei una stronza.

A parlare non è la mia vecchia, esausta coscienza, bensì una giovane (quasi 8 anni meno di me) e bellissima ragazza di Roma, che si sta trasferendo a Berlino e mi ha chiesto una mano per i primi tempi. Siamo uscite a cena insieme e il discorso sugli uomini del passato e del presente ha surclassato ben presto il fascino delle mie scoperte berlinesi.

Non ci avevo mai pensato.

Così ha risposto, mentendo spudoratamente, la mia coscienza. In realtà, non credevo che la psicologia, neanche quella spicciola, seguisse i meccanismi dello “specchio riflesso”. Quello non era il karma?

Penso, piuttosto, che i problemi relazionali che ci si ritrova ad affrontare da adulti siano il frutto dei modelli familiari o di traumi più o meno gravi avuti da piccoli.  Tanto per farsi un’autodiagnosi su Google (che non è un dottore, ma spesso e volentieri indicizza articoli attendibili e non solo fuffa) scopro che sono un caso da manuale: cresciuta senza padre, insicura, promiscua (ebbene sì, mi sono proprio divertita e se qualcuno avesse da ridire, lo rimando direttamente al punto numero 2, ricordandogli che sto cercando di affrontare piano piano anche quello, quindi, voi ridite e io rido), incapace di immaginare che debba per forza esistere una figura maschile per la sopravvivenza. Aggiungiamo che il secondo marito di mia madre non aveva l’aureola e mia madre, invece, aveva altre cose sulla testa. Quindi, se il secondo modello di famiglia doveva suggerirmi qualcosa, beh, ho recepito.

Ma trovare delle motivazioni valide, anche supportate scientificamente, non significa accettare il problema e punto. Quello è il primo passo. Il secondo, nel mio, caso è stato accettare che ho una paura fottuta di affrontare il problema.

Ed è vero, faccio coming out: sono una stronza.

E’ stato facilissimo spezzare il cuore di chi voleva stare con me (e non per forza essere il mio carceriere, come pensavo) e perdere la testa per chi non mi vorrà mai. Paura fottuta. Sì, penso sia la definizione esatta. La mia coscienza era la bella addormentata che non voleva essere svegliata, il mio bisogno artistico di avere una vita pregna di pathos si considera più che soddisfatto (ahhh quanto inchiostro, quanti tasti, quanti tormenti!) e anche il mio fegato non si è mai lamentato, bile in abbondanza da scaricare sui malcapitati e alcol a sufficienza per disinfettare le ferite. Quindi, che problema c’era? Per gli occhi gonfiati da troppe lacrime ho chiesto aiuto al collirio alla camomilla (scoperta meravigliosa).

Sono una stronza e ho paura di legarmi. Doppio coming out.

E come faccio a superare la mia paura di una relazione stabile, se quando mi dicono che sono una stronza, lo prendo come un complimento? (Sono arrivata a organizzare uno stronzo pride, insomma).

Per dare un po’ di costruttività a questa riflessione, ho deciso di non limitarmi a formulare dei buoni propositi finali. No, ci voglio provare davvero.

Nella prossima settimana, mi impegno a richiamare l’ultimo ragazzo a posto (carino, intelligente e simpatico) a cui ho dato il numero e poi ho ignorato spudoratamente quando mi ha chiesto di uscire. Gli chiederò scusa e gli darò una possibilità. O, meglio, la darò a me. Sempre se non mi manda a fanculo.

Speriamo di no. Poi diventa stronzo ed è un casino.

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Fuck my brain

Mi piace molto l’inizio di una nuova storia. Mi piace il cambiamento, l’adrenalina, la paura, l’istinto che mi porta a scrutare, conoscere, cercare, assorbire. Mi piace, un mese dopo, anche l’istinto che mi ha fatto partire i nervi alla festa in cui gli ho sbroccato per le sue vere e presunte altre donne. Perché era l’inizio di un territorio da scoprire e (chi lo sapeva allora? chi lo può sapere ora?) poteva essere un campo tanto minato. E mi piace anche se non diventa mai una storia, ma all’inizio c’è la speranza che lo sia, c’è l’ansia per un contatto.

Tra me e lui c’erano sguardi profondi e frettolosi, messaggi sussurrati da pelle d’oca. Anche lo sforzo di non guardarsi per non perdersi nel desiderio di una o dell’altro.

Ora c’è un’altra notte di sesso, great sex,  per carità. Ma solo quello. I suoi messaggi sono spariti piano piano, il mio cercarlo si è arreso davanti alla sua palese dimostrazione di richiesta fisica e non mentale. E io, in questo, sono quasi categorica. Ho bisogno di fare sesso nella testa prima che nel resto del corpo, di immaginarlo mentre mi pensa, mentre mi desidera. Di non vedere l’ora di spogliarlo ancora, tra una risata e una parola soffiata sul collo. Voglio passione, non solo sesso grandioso.

Non so se è ancora in tempo. Vorrei che oggi stesso si rendesse conto che ci poteva essere molto altro, di molto più ampio, più profondo, più intenso, tra di noi.

Vorrei che lo facesse oggi stesso, perché sento svanire il sussulto che provavo appena ricevevo un messaggio e vorrei che tornasse. Probabilmente, anche gli ultimi attimi di brividi che mi provocava il suo odore sono andati.

Non è più l’uomo da scoprire. E’ l’ennesimo ragazzino che fa il brillante con tutti, a cui piace tenere le donne su un filo. Dopo neanche due mesi, vedo la sua fragilità e penso che avrei voluto sostenerla, accarezzarla e capirla.

E invece no, perché mi sono già stufata.

fuck-my-brains-out

Caro Cioè

Che poi, pensandoci, io avevo scelto giornalismo perché volevo fare l’inviata di guerra. O l’inviata sportiva negli spogliatoi delle squadre che vincevano lo scudetto. Tutti in mutande a stappare champagne.

Ma, sinceramente, anche la posta del cuore di qualunque giornale per teen agers mi sarebbe andato bene. Sai che risate, che dolcezza. A ‘na certa pure che noia. 

Sì, perché se c’è una verità in questo mondo, è che non siamo mai soli. Anche quando lo pensiamo, c’è sempre qualcuno che vive qualcosa di simile a quello che stiamo passando noi. E le letterine a CioèTop Girl  ne erano l’esempio lampante: tutte a vivere gli stessi problemi, in modo diverso ma uguale, tutte a farci mille domande e anche quando leggevamo le risposte date alle nostre simili, pensavamo sempre che ci fosse qualche consiglio in più che ci sfuggiva, che doveva essere rivolto soltanto a noi. Ecco il perché di tante lettere così imparentate. Non può bastare il consiglio che sentiamo dare a un’altra, l’oracolo dietro la risposta alla nostra domanda DEVE essere per noi.

Questa settimana la mia posta del cuore è stata la mia migliore amica. L’ho massacrata di telefonate, che si erano concluse, l’altro ieri, con la frase: “E’ arrivato il momento di capire che non mi vorrà vedere mai più”.

L’ho lasciata in pace per un giorno. Ieri mi ha chiamata lei, per chiedermi scusa, perché per tutta la settimana mi aveva nascosto una cosa: anche lei stava vivendo un momento triste con l’uomo che le ha fatto perdere la testa. Una settimana di litigi, delusioni, insulti pesanti e pianti, pianti, pianti. Allora, scusa gliel’ho chiesto io, visto che avevo monopolizzato le nostre conversazioni. Adesso tocca a me fare un po’ la posta del cuore con lei, come ha fatto lei con me. Tocca a me dirle di stare calma e ritrovare la sua serenità e la sua autostima. Tocca a me dirle che non è sola, qualsiasi cosa accada. Perché grande o piccolo che sia il problema, io ci sarò sempre.

E poi, le ho anche detto che lui si è fatto sentire. Che non è vero che non mi vuole più vedere. E che dopo una settimana in cui lei mi ha detto di stare calma, lo sono un po’ diventata davvero e quando ho letto il messaggio con cui lui mi invitava a parlare davanti a una birra, non mi sono sentita graziata. No. Quello che ho pensato è stato: “Smart guy”.

Bravo. Ora vediamo se davvero riusciamo a meritarci.

 

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

 

In cenere

Tremo. Sei così bello nel mio letto, che penso di voler scappare. Ma sciogliersi dal tuo abbraccio è difficile e, in realtà, non così allettante come mi suggeriva la paura.

Quindi, no. Decido di non farlo. Decido di stare incatenata al tuo corpo e chiedo al sole di farti restare accanto a me, così, per sempre. Glielo chiedo con la speranza che mi ascolti, come ha fatto la luna la sera prima, quando guardandola nel suo pieno splendore le ho chiesto di farti arrivare fino a me. E lo ha fatto, dopo neanche un’ora. Mi sentivo nel bel mezzo di un miracolo.

Sorrido, mentre ti guardo svegliarti e sorridermi. Quando mi dici che sono meravigliosa. Quando ti sento respirare sulla mia pelle. Quando ti abbraccio su un’amaca e ho le ciglia sul tuo collo e tu hai le ciglia che guardano il cielo senza nuvole. E mi baci. E mi baci e mi dici quanto stai bene.

Piango. Ho rovinato tutto. La paura di perderti, di non essere abbastanza, la paura che tu sia come lui, come gli altri. Il sospetto, vedendoti con lei, mi fa andare fuori di testa. Ti presenta la parte peggiore di me e, di certo, non dici che è un piacere. Quello che dici è che ti piaccio davvero, ma ora non sarai più come prima. Quello che so è che ti ho cacciato via. Con la mia solita follia. Provo a spiegarti che sono una donna, non una ragazzina. Che le esperienze negative mi tornano a trovare ogni volta che si affaccia quella voglia di felicità, la speranza del miracolo.

Torna lui, non mi vuole lasciare. Il fantasma di una storia mai iniziata e mai finita, che mi ha ridotta in cenere e ha distrutto tutte le altre storie che potevano cominciare, ma non l’hanno mai fatto.

It was so good that I couldn’t believe it was true. I was afraid, I’m sorry.

It was really good. But now I can’t be like I was before, I’m sorry.

I don’t need to persuade you to stay with me. You already know the answer.

Let’s see what the future will bring.

 

 

 

 

Pensieri notturni di prima mattina

Ti voglio dire,
che ti voglio
dire, che ti
voglio dire, che
voglio dirti, che
ti voglio dire,
che ti voglio.

Dichiarazione, Tibur Kibirov

E’ successo  che ieri mi ha confessato che pensava che fossi una stupida e che poi ha capito che avevo solo un sonno pazzesco.

E’ successo che gli ho spiegato che sono passata dalla notte al giorno in 72 ore, che volevo cambiare radicalmente e l’ho fatto. E basta, non gli ho spiegato altro, non gli ho detto che Mirko diceva che ero più intelligente che bella. O che mia nonna mi ha detto: “Quando trovi uno che ti piace, diglielo che sei meglio di quello che sembri”.

E’ successo che glielo stavo per dire e invece mi sono bloccata come al solito. Sono un’ebete quando parlo con lui.

E’ successo che gli vorrei far vedere chi sono, ma non a lui, forse al mondo intero. O forse invece proprio a lui.

E’ successo che mi ha abbracciata e io tra quelle braccia impazzivo.

E’ successo che mi sento di nuovo sottovalutata e che stavolta reagisco prima e faccio vedere le unghie e i denti. E il pelo lucente.

Succede che adesso mi sveglio alle sei anche quando non devo lavorare, che mi prende la voglia matta di scrivere e piangere insieme. La voglia matta di svuotarmi e riempirmi.

La voglia matta di un suo messaggio.

Non sono una persona paziente, non lo sono mai stata. Sono una di quelle che fissa la pentola per far bollire prima l’acqua, immaginate cosa succede quando aspetto un messaggio. 

 

Surprise

Cosa ti aspetti dal nuovo lavoro? mi ha chiesto il tizio di non mi ricordo quale ufficio di non mi ricordo quale dipartimento. Non mi ricordo, perché non lo ascoltavo dal momento che sapevo che eri seduto dietro di me e riuscivo a pensare solo al fatto che sicuramente  mi stavi guardando.

Ho abbassato la guardia, da quando sono più tranquilla col lavoro. La mia vita è meno stressata e ho avuto il tempo (30 secondi esatti da quando ti ho visto) per infatuarmi. Ed è successo che mi hai sgamata subito. Le guance che arrossivano, lo sguardo che ti tratteneva, i sorrisi a caso. E hai cominciato a stuzzicarmi, sono diventata una preda inaspettata, che cerchi di catturare con complimenti e giochi da bambino. Ti diverte particolarmente, ad esempio, mettermi in imbarazzo davanti a tutti. Ti diverte vedermi cambiare colore e non riuscire a reggere il tuo sguardo, cercando riparo dietro i capelli.

E’ bastato questo per catalogarti, come faccio con tutti gli uomini. Per decidere che, tanto, neanche di te mi potrei fidare.

Ma, stavolta, prima di provare a forzare la situazione, prima di alzare il muro a cui di solito affido l’incolumità del mio cuore, quello col filo spinato e col cartello che ti invita a stare alla larga, perché basta, grazie, prima di tutto il casino che potrei combinare, voglio vedere che casino riesci a combinare tu. E’ davvero un gioco o l’ironia ti sta solo facendo da scudo?

Cosa ti aspetti dal nuovo lavoro?

Surprise! 

La tua risata, alle mie spalle, mi stava guardando.

E adesso?

Che succede adesso? Ho un lavoro nuovo e sono molto più povera. Ma sti cazzi.

E sì, sono preoccupata del fatto che, spendacciona come sono, non riuscirò ad arrivare con qualcosa sul conto a fine mese. Ma sono felice.

La mia più grande conquista è che, grazie a questo cambiamento radicale, ho quello che mi serve per stare davvero bene; per riuscire a seguire il mio libro, in fase di revisione e successivamente in fase di attacco agli editori; per scrivere su questo blog; per provare a realizzare il sogno di un blog di viaggi; per scrivere gratis sui siti di amici e sconosciuti che cercano collaboratori solo per il piacere di farlo. Sì, insomma, per fare la scrittrice squattrinata:

ho più tempo.

 

New life

Nulla si crea e nulla si distrugge. Sulla mia spalla è impresso a inchiostro e ago, sottoforma di un uroboro. La vita si rigenera, il serpente morde la sua coda in un cerchio infinito.

Venerdì è stata la mia ultima notte da lavoratrice notturna. Una bellissima serata, con tanto di record di incassi, gente divertente da una parte e dall’altra del bancone. Risate, nuove e vecchie conoscenze. Regali, gratitudine. Non poteva esserci serata migliore per concludere un ciclo che è durato dieci anni. Che è cominciato quando ho chiesto lavoro in un locale di Trastevere dove mi aveva portata una cara amica. Era così affascinante la vita notturna. Dopo solo tre sere in quel posto mi sentivo già a casa, avevo mille amici in più, la gente si ricordava di me. Ero felice, in una nuova dimensione. Non ho mai lavorato lì: loro non avevano bisogno di cameriere, ma mi avevano suggerito di chiedere al locale di fronte. E da lì è partito tutto. Ho cominciato a superare nuove sfide contro me stessa, ho conosciuto tante persone che sono ancora nella mia vita e altre che ho lasciato andare.

Il primo messaggio, sabato mattina, è stato alla ragazza che mi aveva portata in quel pub di Trastevere e al primo barman con cui ho lavorato, che mi ha insegnato a essere fiera del mio spirito libero. Mi ha insegnato ad ammettere i miei errori. Mi ha insegnato a festeggiare sempre. Un insegnamento che per un po’ ho dimenticato, ma che adesso voglio ricordare di nuovo, anche lontana dalla mia notte. Anche dall’altra parte di un bancone che più che un confine è una mano tesa. Ora che è finita, sono nostalgica, ma non triste. Abbiamo avuto proprio una bella storia d’amore, io e la notte.

Il passaggio da una vita all’altra ha avuto un nome vero, un nome argentino: Gabriel. Un regalo di tre giorni, pieno di carezze e sorrisi. Un regalo di spensieratezza e gioia, da parte del mio ultimo bancone.

E domani esco di casa mattina presto.

Tornare

Ogni volta che torno a Roma, mi viene una specie d’ansia che mi prende a pugni lo stomaco. Non un attacco costante, ma dei colpi acuti e inaspettati che fanno salire su per l’esofago tutti gli errori passati, come un pranzo sgradito. Mi sono perdonata, questa è la mia grande conquista del 2017, non mi sento più in colpa per le mie notti alcoliche, per le mie cazzate più o meno rilevanti, per i momenti imbarazzanti.

Eppure, tornare a Roma, è ancora come tornare sul banco degli imputati. Molta gente a cui voglio bene e ancora più gente a cui ho dovuto dare spiegazioni per anni e anni. Ho dovuto, perché ho voluto io. Per la mia dipendenza da quello che gli altri pensavano di me, per la mia voglia di perfezione, per l’idea imperante nella mia vita: non meritare di essere amata.

Roma è, purtroppo, ancora tutto questo. E’ la vecchia me che ho perdonato, ma che è ancora dietro l’angolo ad aspettare un momento di debolezza, in cui mi trasformo nel più implacabile giudice di me stessa.

Ho passato qualche giorno lì, per il compleanno della mia migliore amica. Sono stati bei giorni, alcuni, e terribili altri. Un’amica mi ha dimostrato di non fidarsi di me e mi ha spezzato il cuore. Mi ha chiesto scusa e ho scoperto di non essere incazzata, come avrei fatto tempo fa. Ho scoperto di essere ferita. Ho scoperto che ho le piastrine in sciopero e il sangue non si vuole coagulare. Ho scoperto che questa potrebbe essere una ferita aperta, un burrone tra me e lei. Sono molto triste.

Ho saltato la visita al mio bancone notturno, dove per sette anni ho dovuto dimostrare di essere qualcos’altro, per piacere alle persone che a me piacevano tanto. Le persone che ancora mi piacciono, le ho viste al di fuori da quell’irrealtà che ci siamo raccontati per molto tempo. Li ho incontrati altrove, sotto altre luci. Ho scoperto che la scrematura, questa volta, è stata più ampia. Il taglio più profondo.

Stai tagliando i rami secchi, mi ha detto una cara amica.

A me sembrava quasi una deforestazione, le ho risposto, amareggiata.

Se non esageri, non sei contenta. Sono rami vecchi. La foresta sta benissimo e l’albero starà ancora meglio.

Speriamo.

Morning routines

Ci sto provando, giuro. A essere precisa, produttiva, felice, calma, atletica, creativa e sempre piena di energia. Mi sono documentata, ora so come si fa a essere figa come le fighe di Instagram, che fanno yoga con i bambini in braccio, prima di scrivere il loro ultimo libro e gestire i loro business miliardari, con il marito che prepara la colazione coi pancake e i mirtilli e spreme melograni mentre ammira la moglie con occhi a cuore. So come si fa e penso che lo debbano sapere tutti.

Basta avere una morning routine.

Ovvero, svegliarsi la mattina, preferibilmente col sorriso già stampato in faccia e senza borse sotto gli occhi e:

  • Scrivere le vostre Morning Pages. Prima di prendere coscienza, quando ancora il flusso dei pensieri è in dormiveglia e siete meno tentati a nascondervi dietro strategie difensive come l’ironia;
  • Fare yoga e/o meditazione;
  • Fare una ricca e bella colazione;
  • Pianificare la giornata (bullet journal e passa la paura);
  • Leggere frasi motivazionali;
  • Doccia rigenerante;
  • Fare una passeggiata o qualcosa che ami fare, che ne so, due coccole alla tua pianta grassa che fanno bene a entrambi. Ché vabbè che ha bisogno di poche cure, ma farla morire senza acqua né carezze mi sembra eccessivo.
  • Il tutto, ovviamente, mantenendo il sorriso di cui sopra e ascoltando la propria musica preferita.
  • Per ogni fase, ricordiamo la foto per i social così da condividere col mondo la nostra forza di volontà e la nostra gioia mattutina. Potremmo ispirare altra gente confusa come noi.

Vuoi mettere arrivare al lavoro così? Vuoi mettere cominciare le giornate così?

A parte il tono ironico (ho già attivato le strategie difensive), penso che avere delle abitudini mattutine sia un toccasana. Penso che fare almeno una di queste cose appena svegli, ci possa dare davvero la carica e il buonumore per affrontare la giornata in un modo migliore, oltre che stimolare la nostra creatività e la nostra produttività.

Ci sto provando, dicevo, con incostanza e risultati che vanno da una spunta felice nelle voci elencate alla spunta del cuscino sulle guance, perché mi dovete spiegare come fanno quelle della morning routine a farla anche quando si svegliano in hangover, o talmente stanche che anche girarsi dall’altra parte sotto le coperte è un’impresa titanica.

Permettetemi ancora la mia strategia difensiva preferita, carissime fighe creative e produttive di Instagram: ma, ogni tanto, non vi rompete le palle di tutta ‘sta sferzata d’energia? Le foto dei cocktail che postate la sera sono finte, dai. Sennò non si spiega come non sono ancora andati a finire sulle morning pages o sul tappetino yoga.

Mi sfugge qualcosa, ne sono certa. Ci penserò più tardi, intanto continuo a macerare nella mia invidia post-mattutina.

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