La Roccia della Luna (part Five)

Chiedendo perdono per la lunga attesa, eccomi tornata con il quinto capitolo. Non vi farò aspettare i prossimi così a lungo, promesso! Dov’eravamo:

I cinque Maghi tendono una trappola a David, per strappargli il cuore dal petto e grazie ad esso trovare la portentosa Roccia della Luna e salvare il mondo da Bentruk e i suoi malefici una volta per tutte. Anche Bentruk vuole il suo cuore per trovare la Roccia: gli servirà per diventare ancora più potente e liberarsi dall’incantesimo che lega la sua sopravvivenza a quella di Sfunf, il quale, pur trovandosi dalla parte dei “buoni”, sa bene che la fine dello Stregone sarà la sua stessa fine. 

Se non avete letto i capitoli precedenti o volete fare un ripasso:

La Roccia della Luna (incipit)

La Roccia della Luna (part One)

La Roccia della Luna (part Two)

La Roccia della Luna (part Three)

La Roccia della Luna (part Four)

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Vittoria canticchiava e disponeva,in ordine di importanza, gli estratti di piante che crescevano nel suo bosco, con le quali amava inventare nuove pozioni e sperimentarne i differenti risultati. Il tavolo di legno massiccio che dominava la capanna adibita a laboratorio magico diventava ogni giorno più affollato. “Una vera strega – pensava, spolverando l’ampolla di liquido viola succhiato via dai fiori che curavano la mente dai pensieri cattivi del passato – deve sempre cercare di migliorare la sua magia e di inventare nuovi incantesimi. C’è bisogno di novità in questo mondo di bacchettari” rise  tra sé, ripetendo l’epiteto con cui Sfunf si rivolgeva ai maghi del suo mondo.

“Mediti di avvelenarci tutti con le tue erbacce?”. Il folletto, cavalcioni sul davanzale della finestra aperta, la guardava sornione. “Imparerai mai a bussare?” lo rimproverò la Strega, con poca convinzione. “Sono venuto a vedere come stai – continuò lui, ignorando il rimprovero – ma dal sorriso e dalla melodia che ho trovato nella tua capanna, direi che stai benone”. La Strega ridacchiò arrossendo. “Mi ha perdonata, Sfunf. Questa è la cosa più importante, è ovvio che sono felice. Pensavo non volesse vedermi mai più – fece una piroetta seguita da riverenza – e invece…”. “E invece, ora ti ama?” il tono sarcastico la infastidì. “Non ho mai chiesto tanto”. “Dovresti” si fece serio Sfunf.

Mentre le lucciole e le stelle illuminavano il bosco della Vittoria in quella notte senza luna, David si perdeva con lo sguardo nel mare e cercava di ideare un piano per arrivare a Bentruk con le sue forze. Ma due pensieri lo distraevano: Iridia e Vittoria. Innamorato profondamente della prima, non voleva spezzare il cuore dell’altra. Le parole di Sfunf gli tornavano in mente come una triste cantilena: “L’hai già uccisa mille volte”.

Non era mai stato un uomo da grandi conversazioni. Era abituato a pescare e a lavorare il legno, attività in cui aprire la bocca non serviva. A volte, com’era stato sette anni prima, i maghi o il suo stesso popolo gli avevano chiesto di prendere il comando di una nave. E, per essere un buon capitano, le parole dovevano essere poche ed efficaci. David era una scultura scolpita nel silenzio dei suoi segreti, la scultura di un uomo forte e deciso, che all’interno celava una grande debolezza: non essere riuscito a salvare la vita della madre, uccisa dal morso di un serpente velenoso, e del padre, quando Bentruk aveva attaccato Treeluv col suo sortilegio. Lo stesso anno in cui era riuscito a salvare, invece, la Perla Rossa. La sua Iridia.

Il mare era calmo quella notte, ma lontano dalla superficie ingannevole, in profondità, la lotta era iniziata. Non c’era stato tempo per riflettere oltre, la Fata Murice aveva già indossato la Coda a Tre Pinne e si preparava a difendere il suo regno. Le radici mortali del maleficio di Bentruk erano arrivati fino al vascello fortezza e, col suo passaggio, aveva ucciso molte creature marine. “Ci siamo” disse Murice alla Sorella dei Fondali. “Ci siamo” rispose l’altra. Si voltarono entrambe a guardare l’esercito di donne con le branchie, dalla pelle color argento e le pinne taglienti come lame, sirene dall’armatura di aculei, pronte al loro canto capace di stordire e terrorizzare, e donne conchiglia, la cui arma era un veleno che paralizzava il nemico per il tempo necessario a distruggerlo e il cui scudo era il loro proprio guscio, considerato inattaccabile.

“Forse non avremo bisogno di David, né della Roccia della Luna” disse con fierezza la Fata.

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L’anatra

Il lago si stropiccia

tra le mani del mio amico sconosciuto,

il mio nemico conosciuto.

L’anatra è sola,

sulla superficie satinata di vento.

Si guarda attorno come un’ospite

che poco a poco prende coscienza di essere prigioniera.

Sgomenta

senza muovere un muscolo del corpo adagiato, 

solo i movimenti della testa malcelano la paura.

Mentre studia la sua nuova casa.

Occhi stranieri la guardano

e la ignorano.

Si scrolla il vento dalle ali

e torna composta,

adagiata.

Il suo sguardo misura il perimetro.

Lo stesso perimetro da un tempo uguale, da punti diversi,

da case diverse.

Cercando i suoi simili e i diversi da lei,

la non solitudine,

nel cosmo di uno specchio d’acqua e plastica.

Piccolo e quieto. A volte, stropicciato.

Cercando il centro.

Non tutti gli autogol vengono per nuocere

Ho scritto una poesia su un’anatra. Con la schiena appoggiata ad un albero, gli occhiali da sole e il vento che scompigliava le parole.

Ho fatto molte passeggiate, visto molti amici. Bevuto tanto. Speso tantissimo.

Uscita con tre ragazzi e scappata a gambe levate da tutti e tre.

Ho baciato un pompiere conosciuto in un pub. Ho anche fatto qualcosa come cinque autogol a biliardino, nello stesso pub.

Ho riso tanto e ho provato a scrivere il racconto che ho cominciato qui, i miei pensieri, una bestemmia. Non ci sono riuscita. Le mani tremavano di nuovo, ogni volta che sentivo il bisogno di scrivere. Finché non mi sono incantata a guardare un’anatra in uno specchio d’acqua satinata.

Ecco cos’ho fatto in queste settimane di assenza dal blog.

La cosa più divertente, devo ammetterlo, sono stati i cinque autogol. E il bacio che mi sono meritata subito dopo.

P.S. Un pompiere!!!

Sogni di carta

Tutto si riduce a oggi. Cioè, all’altro ieri. L’altro ieri camminavo per Köpenicker straße e pensavo, appunto: “Tutto si riduce a oggi”.

Non in modo riduttivo, né in modo conclusivo. Pensavo più a un momento culminante.

L’altro ieri ho preso un sogno dal cassetto e l’ho messo sulla scrivania, l’ho tenuto insieme con un elastico, chiuso in una busta e messo nello zaino. Con quel sogno di carta sulle spalle, sono andata al lavoro. L’ho appeso allo schienale della mia sedia.

Dopo otto ore, me lo sono rimesso sulle spalle e sono andata a spedirlo. Il destinatario è una casa editrice che ha indetto un concorso letterario.

Ho fatto tutto con tranquillità, pensando solo tutto si riduce a oggi. Dove tutto sono gli anni più confusi e nervosi e arrabbiati della mia vita, pieni di tentativi andati male e di burroni evitati per miracolo, di amori non corrisposti e di fiducia sprecata. In questi anni avrei potuto scrivere tanti romanzi, o forse uno più lungo di quello che ho scritto, se non lo avessi cestinato e ripreso da capo mille volte. Se non lo avessi guardato schifata, per poi chiedergli scusa e riguardarlo con amore. E ricominciare. Un’odissea, insomma. Ma non è dipeso assolutamente da quelle pagine, che in realtà ho amato in tutte le versioni che hanno provato a sopravvivere alla mia insicurezza isterica e drastica.

Fin quando non ho deciso che la mia ricerca della perfezione doveva arrivare a un punto e quel punto doveva permettere a un sogno di vivere e a me stessa di incassare tutti gli eventuali rifiuti del mondo, senza, per un momento, rinunciare a crederci.

Sono tornata a casa e non riuscivo a infilare le chiavi nella porta, l’altro ieri. Mi tremavano le mani. E ho pianto senza ragione, con un milione e mezzo di motivi.

Mi sento felice.

La Roccia della Luna (part Four)

Abbiamo lasciato David in attesa della visita della Strega del Bosco della Vittoria, decisa a farsi perdonare per il tradimento. E li lasciamo ancora lì, perché, nel frattempo, gli altri Maghi si interrogano su come sconfiggere Bentruk. Ché va bene il coraggio, ma non ci vorrà anche qualcosa in più? Inoltre, un vecchio amico è andato a trovare il minaccioso Stregone. 

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I tentacoli del maleficio di Bentruk avanzavano prepotenti sotto il mare delle Isole dell’Artiglio Nero, nella direzione di Treeluv. Dall’orizzonte cupo si avvicinava inarrestabile una impenetrabile nube di fumo. La Fata Murice aveva chiamato a raccolta tutte le creature marine sopravvissute e le aveva fatte nascondere nel vascello segreto. Molti figli del mare erano morti, schiacciati dal peso delle ramificazioni maligne, intrappolati tra i fitti intrecci e trafitti dagli aculei che dagli stessi scattavano violenti. “Sono pronta a indossare la Coda a Tre Pinne” disse Murice alla Sorella dei Fondali, che aveva annuito in modo solenne.

“Sta accadendo prima del previsto”. La Regina dei Gelsomini, a colloquio con il Mago Gufo, non nascose la sua preoccupazione. “Non ci resta molto tempo, qual è il piano?”. “Il Gufo scosse la testa. “Non c’è nessun piano, se non quello di combattere. Noi con la magia, David con la forza e l’ingegno. Ma, soprattutto, non ci resta che sperare che il suo cuore sia ancora l’esca appetibile che era quando era la Tigre degli Abissi a guidare il gioco”. “Un esca, sì, perfetto. Bentruk non rinuncerà all’unica chiave esistente per arrivare alla Roccia della luna. Un’esca è quello che ci vuole. Fece una pausa, sbattendo le palpebre, riflessiva, per poi sgranare gli occhi su quelli arancioni dell’amico e chiedere, tutto d’un fiato: “Ma per quale trappola?”. Il Mago abbassò lo sguardo sulle sue mani vuote.

Avevano bisogno di un piano.

“Davvero era necessario tutto questo trambusto per prendere il cuore di un uomo?”. La voce alle spalle di Bentruk continuava da un’oretta buona a provare a fargli cambiare idea sulla distruzione già in atto. “Non basta sorprenderlo mentre solca i mari, mentre costruisce una barchetta, neanche quando la debolezza lo fa genuflettere davanti alla Cascata e alla sua Figlia più bella. Quel David è un uomo così comune! A volte persino più noioso e ingenuo degli altri suoi simili. Eppure, nelle situazioni di reale pericolo, quando è richiesto un grande sacrificio, il suo cuore si deforma per contenere il suo proverbiale coraggio, una forza mai vista gli pompa il petto e a guardarlo ci si stupisce della magia che può generare un puramente umano, che dalla magia che conosciamo noi stregoni non è mai stato sfiorato”. Tra la polvere grigia dell’immensa nube che nascondeva ormai la vetta dell’Artiglio Nero, le due ombre fluttuanti discutevano di David e del suo valore, volgendo lo sguardo all’isola di Treeluv. “Se ti ho permesso di venire qui – continuò Bentruk – senza porre fine alla tua ormai inutile vita, è solo perché ancora non ho perfezionato l’incantesimo che mi libera dalla catena che ha legato i nostri destini, la notte del lungo mantello. Ora, però, vattene. Non posso ucciderti, ma ti posso fare del male. Tanto male. La tua presenza mi infastidisce enormemente, Sfunf”.

Il Folletto si smaterializzò nella tenebra dei suoi pensieri, in cui sapeva bene che se i Maghi avessero sconfitto Bentruk, sarebbe finita anche per lui. La notte in cui il lungo mantello era crollato su Treeluv, paralizzando la vita dell’isola, il Folletto e lo Stregone, ai tempi amici inseparabili, erano riusciti a rimetterlo al suo posto, prima che l’effetto della catastrofe fosse definitivo. Ma l’incantesimo creato per salvare il loro mondo, a cui, a quei tempi, era affezionato anche il malefico, aveva creato una catena indistruttibile tra le vite dei due. Tuttavia, Bentruk aveva trovato il modo per liberarsene. Gli serviva solo un potere più grande: quello a cui l’avrebbe condotto il cuore di David.

Sfunf si materializzò di nuovo nel bosco della Vittoria. Voleva sapere cosa si erano detti la Strega e David, ma si fermò a riposare, preoccupato, sul ramo di un albero, sotto la luce della luna che illuminava Treeluv. Ancora per poco.

 

La Roccia della Luna (part Three)

Dov’eravamo? Ah, sì. Eravamo al momento dell’amour! David capisce che i Cinque Maghi gli hanno teso una trappola e vogliono strappargli il cuore per trovare la Roccia della Luna e salvare il mondo dal maleficio di Bentruk. Con la ferita del tradimento che brucia forte, si rifugia tra le braccia della splendida Iridia, la Figlia della Cascata.


 

“Vi dava fastidio il sole? Ecco, oggi vi darà fastidio il diluvio”. Il Fringuello era a dir poco contrariato, pensava che la pioggia torrenziale fosse frutto dell’ira di qualche mago con il potere di cambiare il tempo in base al suo umore e, in quel caso, in base a quanto lo scocciavano gli esseri umani con le loro continue lamentele. David, invece, non sembrava essersi accorto della pioggia torrenziale, continuava a masticare nervosamente le foglie del Perdono, sperando che lo aiutassero nell’intento di capire perché i Maghi lo avevano tradito. Soprattutto, perché la Strega del Bosco della Vittoria era in combutta con loro. Che il ricordo di quando erano ragazzi fosse già svanito? Forse la magia aveva ormai modificato ogni parte di lei. “Adesso – si crucciava David – le importa solo il raggiungimento dello scopo, non il mezzo. Mi sacrificherò io stesso per sconfiggere Bentruk una volta per tutte, non era necessario che architettassero una stupida trappola. Mi hanno teso un’imboscata! E lei ne è responsabile quanto loro!”.

La Strega non era come gli altri Maghi. Era nata puramente umana, unica eccezione al mondo, e aveva acquisito i suoi poteri piano piano, crescendo. C’era in lei il seme della magia, senza dubbio. Tuttavia, quando sua madre l’aveva data alla luce, la bimba aveva pianto proprio come tutti gli altri bambini, senza che il primo ditino mosso o i pugni stretti provocassero esplosioni, né la mutazione di oggetti inanimati in rospi saltellanti, o qualunque cosa facessero i neonati con poteri magici. David se lo ricordava bene, quanto aveva pianto Vittoria (sì, era il bosco ad aver preso il suo nome e non viceversa!). Lui aveva solo quattro anni, ma ancora nella sua testa riecheggiava quel grido arrabbiato. Era la prima volta che vedeva un umano appena nato, aveva visto nascere già altre creature, soprattutto quegli strani uccelli imbranati che avevano fatto il nido sul tetto di casa sua. Ogni volta che nasceva un nuovo uccellino, uno dei fratelli rotolava dal nido e alla madre toccava lasciare l’ultimo arrivato per salvare dal baratro un altro cucciolo. Ma Vittoria non aveva fratelli, quindi non rotolò nessuno. Non ne ebbe neanche in futuro, visto che la madre morì dopo averla regalata al mondo e il padre si lasciò spegnere per la disperazione. Vittoria crebbe come un gatto randagio che la gente nutriva e accarezzava a turno. Crebbe, insomma, nelle case di tutte le famiglie del popolo. Quando entrò nella casa di David, aveva già 5 anni e lui ricordava quell’anno come uno dei più belli della sua vita. Divennero amici inseparabili. Fu proprio in quel periodo, tra l’altro, che Vittoria cominciò a capire che poteva fare quello che gli altri esseri umani non potevano. Far cadere dolcemente nel suo cesto i frutti dagli alberi, aprire varchi tra le rocce e innalzare muri di cespugli dove prima c’era solo terra arida e nuda, per giocare a nascondino e non farsi trovare.

Aveva vissuto a casa della famiglia di David solo per un anno, ma i due bambini divennero ragazzi e poi adulti insieme. Inseparabili, non esistevano l’uno senza l’altra. E insieme vissero grandi avventure e grandi segreti da condividere, come quando scoprirono un passaggio segreto nel mare: un punto in cui l’acqua si apriva e li inghiottiva senza inondarli. Un passaggio molto simile a quello che aveva trovato, molti anni dopo, David nelle acque infuocate in cui si tuffò per combattere la Tigre degli Abissi. Il primo varco trovato tra le onde, invece, li aveva portati dritti fino al vascello delle Sirene: una nave sepolta nei fondali, dove le creature marine si nascondevano quando esseri mostruosi o sortilegi le minacciavano. In tempo di pace, tuttavia, il vascello era “solamente” il nascondiglio della Sorella dei Fondali, immortale guardiana della leggendaria Coda a Tre Pinne, un’armatura d’oro che, si diceva, aveva aiutato la Madre delle Sirene a sconfiggere l’attacco di un feroce mostro marino, le cui fauci potevano tritare una scogliera al primo morso.

Ebbene, indossando la Coda a Tre Pinne, la Madre delle Sirene aveva distrutto, con un colpo ben piazzato alla mascella, le duecento zanne appuntite di quella creatura crudele e, con un altrettanto ben piazzato colpo al cranio, lo aveva fatto sprofondare sotto la sabbia. Allora, la nave era scesa giù, ingoiata dalla superficie, e aveva sigillato la sua tomba.

David e Vittoria, che conoscevano la leggenda, non potevano credere ai loro occhi, quando si imbatterono nella grandiosa scoperta. Giurarono di non parlarne con nessuno e di tornare di tanto in tanto ad ammirare la Sorella dei Fondali, che, fiera ed eretta, difendeva il tesoro più prezioso per il popolo del mare. Era compito delle donne con le branchie, infatti, di combattere quando gli abissi fossero stati in pericolo. Tranne in alcuni casi: come quando, ad esempio, era richiesta la forza di un uomo coraggioso per sconfiggere il male. Era stato così quando David aveva dovuto uccidere la Tigre e sarebbe stato così nella lotta imminente contro Bentruk.

Pensando al sentiero che avevano percorso così tante volte da ragazzi, Vittoria si animò a parlare con il suo amico e si presentò a implorare il suo perdono.

Ma prima che la Strega giungesse a lui, vi arrivò Sfunf. Il folletto trovò il capitano che provava a calmarsi e a non spaccare le tavole di legno con cui stavano per costruire una barca per Nocrez. “Una barchetta – aveva detto il mozzo – per quando voglio stare da solo, andare a pesca e riflettere. Senza troppa gente intorno. Se non ci sono ospiti, non ho bisogno di troppo spazio”. E i tre amici si erano messi al lavoro, dentro una capanna abbandonata che avevano adibito a cantiere e dentro la quale stava entrando non poca acqua. Avevano costruito una tettoia di rami e foglie, per offrire un riparo più efficace alla legna, ma non era risultata molto efficace.  Lavoravano in silenzio, il capitano e Nocrez, mentre il Fringuello a volte cantava e a volte riattaccava la ramanzina del “colpa vostra se oggi diluvia”. Tuttavia, stavano per abbandonare l’opera, a causa della pioggia che si spandeva sulle tavole di legno e, goccia a goccia, le stava ingrossando, quando udirono quella voce tanto conosciuta quanto poco apprezzata.

“Hey, uomo coraggioso” l’intruso apparve dentro la capanna, appoggiato alla porta, senza che nessuno di loro lo avesse sentito aprirla. Tanto meno bussare. David alzò gli occhi continuando a lavorare, visibilmente infastidito. “Cosa vuoi?” disse con un tono così sprezzante che i suoi amici stentarono a riconoscerlo e si scambiarono occhiate interrogative, affinando l’udito per capire cosa stesse succedendo.

Sfunf non era certo il più simpatico dei Maghi, né il più simpatico dei folletti. Né, a dire il vero, il più simpatico tra tutte le creature. Ma David non gli si era mai rivolto con sgarbo, per rispetto all’amicizia che legava quell’essere alla sua amica Vittoria. Questa volta, qualcosa era cambiato.

“Ti posso parlare in privato?” chiese all’uomo di mare. “Non ho intenzione di ascoltarti, vattene” e la risposta, urlata a denti stretti, fece vacillare le gambe di tutti i presenti. “Non devi perdonare me, ma lei – cominciò allora Sfunf, deciso a intercedere per il cuore della sua cara Strega – è stata una decisione a cui non si poteva opporre, ma ti assicuro che ci ha provato. Sai quanto la sua debolezza nei confronti di un puro umano l’abbia penalizzata nella sua vita nel regno della magia. Sai che antepone l’affetto che prova nei tuoi confronti a tutto il resto. Ma questa volta aveva le mani legate. E tu – sputò con rabbia – lasciatelo dire, non meriti un’unghia della sua mano, né una goccia del sangue del suo cuore. Le sbatti in faccia il tuo amore per Iridia e non noti neanche per errore la tristezza che le inonda gli occhi!”. “Ma cosa dici?”. David era su tutte le furie e non capiva il nesso che la Figlia della Cascata aveva con il tradimento della Strega. “Cuore coraggioso, sì, ma cervello inutile – bofonchiò il Folletto – mi vuoi dire che non ti sei mai accorto di come ti guarda? Che mentre tu la trattavi come la sorella mai avuta, per lei tu eri l’uomo che avrebbe voluto accanto per la vita?”. Fu come se qualcuno avesse fatto cadere un sacco pieno di pietre sulla sua testa. David rimase stordito, la mente annebbiata e la saliva azzerata, per qualche istante.

Sentirono, allora, uno strano rumore, che si insinuava tra i tuoni e lo scrosciare dell’acqua che veniva giù dal cielo, simile alla cascata che si tuffava in picchiata sulle rocce dove Iridia lo conduceva quando la andava a trovare nelle ore buie. Lo strano rumore diveniva sempre più vicino al fruscio che potrebbe produrre un bouquet di fresie trascinate a testa in giù sull’erba bagnata del mattino. “Sta arrivando, non rifiutare la sua richiesta di perdono” chiese Sfunf, pronto a sparire. “Ma mi stava per uccidere!” sibilò David. Il mago folletto rise: “Tu l’hai già uccisa mille volte”. E svanì, mentre Nocrez e Il Fringuello combattevano, senza esito, con i loro nervi, per riuscire a sbattere le palpebre.

Si udì bussare alla porta.

Immagini del passato che non se ne vanno, perché hai deciso di non perdonare.

Le mie unghie tracciano un percorso.

Strappano le strade dalla tua pelle

affinché anche lei si perda

e non si ritrovi,

si svuoti e si riempia solo di sgomento.

Non voglio che sappia dove si trova,

mentre si trascina in un sentiero di piacere,

sotto di te.

Strappo la strada del mio perdono,

nessuna mappa la ricostruirà.

Pelle rubata al mio dolore.

Dimmi tu su cosa devo piangere

Un bicchiere, una pagina, una tela, un pentagramma.

O una scrivania piena, disordinata.

I miei gomiti piantati,

i capelli nella trappola delle mie dita.

Fisso la collana che si aggrappava al suo collo

e lì, sui suoi colori, infine piango.

Tra le sue sfere, 

bramo la morte.

 

 

 

Una finestra aperta

Mi stacco per un momento dal mio racconto, per scrivere un po’ di me.

Ho sempre bisogno di volare con la fantasia per vivere la realtà e ho bisogno di fare il processo inverso per vivere meglio la fantasia.

E’ un periodo affascinante. Mi esploro tanto, tanto da rischiare di perdermi dentro me stessa. Trovo risposte a domande. Me le rifaccio. Trovo altre risposte. Arrivo a soluzioni. Sfascio tutto di nuovo.

Interrogo il mio passato e guardo al futuro. Avida di conoscenze, bramosa di ignoto.

Tuttavia, oggi mi sono resa conto che spesso mi sfuggono i dettagli del presente.

Allora, ho visto il suo sorriso, il suo maglione bianco, i suoi occhi che mi guardavano mentre ridevamo. Non ho visto solo me stessa che si fa domande anche mentre parla con lui, che si sente fuori posto e poi va in bagno a guardarsi allo specchio, pensando: come sarà stato per lui guardarmi? Oggi no. Lui è lo stesso di qualche mese fa, quello che chiedevo alla luna di far restare nel mio letto. Quello dal cui abbraccio non mi liberavo ma volevo scappare. Lo stesso al quale ho detto: “Non posso stare con uno come te, ne ho avuti troppi, restiamo amici”. Mi sta riuscendo abbastanza bene, ma altrettanto bene mi è riuscito tormentarmi chiedendomi perché mai non si è innamorato di me alla follia. Ché siamo così simili e così stronzi. E così impauriti dall’amore e così liberi da catene. Così allegri e così intraprendenti. Fragili e orgogliosi. E allora, perché mai non si è innamorato di me?

Non si è innamorato. Punto. Sono una che ha difficoltà a farsi amare, sono sempre sfuggente e poi quando fuggono li cerco. Ho da sempre una paura fottuta dell’amore. Non si è innamorato di me, ma nemmeno io, a dirla tutta, mi sono innamorata di lui. Inseguivo, per abitudine, l’uomo che più di tutti, nel mucchio, mi avrebbe fatta sentire viva e il giorno dopo morta. Inseguivo l’instabilità emotiva unita al meraviglioso piacere carnale. L’adrenalina. E mentre lo inseguivo, scappavo per paura di me stessa.

Oggi le parole erano quelle che abbiamo detto, non indizi su cui indagare.

Lui ha un bel sorriso, dei begli occhi e indossava un bel maglione. Io ho un bel sorriso, dei begli occhi e indossavo una camicia fighissima. Il sole entrava attraverso i vetri. E per un breve momento, non mi sono fatta domande. Ho smesso di scavare per capire. Ho goduto del presente. Mi ha ridato aria, è stato come aprire una finestra dopo un tempo troppo lungo dentro una stanza chiusa, a respirare aria viziata.

La Roccia della Luna (part Two)

Mi scuso per l’attesa. E’ stata una settimana di bisbocce con vecchi amici, ritorno in famiglia e, infine, di paracetamolo e antibiotico. Sono stata, dunque, trascinata fuori dal mondo virtuale e ho avuto poco tempo per scrivere. Ma rieccoci qui, a cercare di capire cosa vogliono i Cinque Maghi da David e se, questa volta, riuscirà a salvarsi.


 

“Bentornato, David”. La Strega del Bosco della Vittoria lo aveva detto con non troppa convinzione, giocherellando con la sua collana di ametista e volgendo lo sguardo alle foglie dell’albero cui si era appoggiato l’uomo nell’attesa che lei arrivasse. “Amo quando sono illuminate in parte dalla luce crepuscolare” si giustificò, rispondendo agli occhi inquisitori di David. “Perché sono qui?”. La Strega abbassò lo sguardo, non riusciva a guardarlo. Disse, infine: “Devo affidarti un’altra missione. Il concilio dei Cinque Maghi ha deciso che sei l’unico che può aiutare il nostro mondo a sopravvivere. Bentruk – continuò – non si arrende, la sua sete di potere e distruzione non si placa. Gli umani delle Isole dell’Artiglio Nero sono già andati via. Quella terra è morta e il maleficio si sta espandendo con i suoi grossi tentacoli anche nei fondali marini e presto arriverà a Treeluv”. “Cosa posso fare?”. Apparve, allora, la Fata Murice. “Puoi fermare i tentacoli che stanno divorando il mio mare”. “Come?” chiese David. “Bella domanda!” commentò Sfunf, dondolando a testa in giù da un ramo. “Sfunf” lo rimproverò la Regina dei Gelsomini, che si era materializzata alle spalle di David. Il capitano non capiva cosa stesse succedendo. “Dov’è l’altro bacchettaro?” continuò a sbruffare il folletto. “Eccolo, l’altro bacchettaro“. Il Mago Gufo era arrivato sotto forma volatile sullo stesso ramo di Sfunf e lo fissava con i suoi bulbi arancioni, tanto intensamente da farlo guardare per terra. Si unì, poi, al cerchio che si era formato attorno al più coraggioso e anche Sfunf lo seguì.

“Siamo tutti qui per fare un incantesimo che ti protegga, caro David” disse il Mago Gufo. “No!” strillò la Strega. “E’ necessario!” continuò il Gufo alzando la bacchetta. David li guardava con gli occhi sbarrati, sentiva il dubbio crescere e la fiducia venire meno. “Mi volete uccidere?” disse, istintivamente. Il Mago abbassò la bacchetta. Era un sì. “Fatemi morire combattendo, non come un sacrificio umano. Non vi permetterò di farlo”. “Abbiamo bisogno del tuo cuore, David” spiegò la Fata. “Per cosa?” “Per trovare la Roccia della Luna. E’ lo stesso motivo per cui la Tigre degli Abissi ti stava aspettando, sette anni fa. Voleva il tuo cuore per trovare la roccia portentosa” disse il Mago. “Perché proprio il mio cuore?” incalzò l’umano. “Perché sei l’uomo più coraggioso – intervenne la Regina dei Gelsomini – l’unico che poteva affrontare la Tigre e Bentruk, l’unico che poteva salvare Iridia, la Figlia della Cascata d’Avorio. Sei l’unico che può salvare il nostro mondo”. Calò il silenzio. La Strega continuava a tormentare la sua collana con le dita, le lacrime pronte a staccarsi dalle lunghe ciglia. “Stanno calando le tenebre” pensò David, vedendo che la luna si rendeva visibile nel cielo. “Salverò questo mondo, ma, se è necessario che io muoia, lo farò combattendo. A cosa vi serve il cuore di un uomo coraggioso, se lo catturate in un tranello, quando è ignaro del pericolo e non può mostrare il suo sguardo fiero in faccia alla paura della morte? Tornerò nelle Isole dell’Artiglio Nero e sconfiggerò Bentruk. Se non dovessi riuscire, sarò io stesso, in punto di morte, a supplicarvi di strapparmi il cuore per trovare la Roccia della Luna. Ma non ho intenzione di morire qui, adesso”. Girò le spalle ai Cinque Maghi e andò per la sua strada. “David!” urlò, tendendo il braccio verso di lui come per trattenerlo, la Strega del Bosco della Vittoria. Ma David non si fermò. La ferita del tradimento bruciava nel suo petto.

Prima di tornare a casa, decise di fare una lunga passeggiata verso le montagne di ametista. Camminò per ore,  riflettendo sul da farsi e cercando di placare la rabbia contro i Maghi, che prima di quella sera riteneva amici. A un tratto, vide in lontananza la Cascata d’Avorio. Decise di far visita a colei che aveva liberato dall’incantesimo della morte. “Se dorme – pensò – mi limiterò a contemplarla nel sonno e andrò via”.

La trovò ai piedi della Cascata, seduta su un masso, circondata da gelsomini. Guardava la luna e sorrideva. Anche se sveglia, David scelse di non disturbarla, si avvicinò quel tanto che bastava per spiarla per qualche minuto e poi si voltò per andare via. Ma lei lo aveva già visto e pronunciò il suo nome ad alta voce, cercando di sovrastare il rumore di sua Madre, le cui acque precipitavano da un’altezza molto elevata. La Figlia della Cascata lo inseguì saltellando da un masso all’altro e ben presto lo raggiunse. Gli prese la mano. David si girò verso di lei e, guardandola, le preoccupazioni abbandonarono il suo viso. Si abbracciarono in silenzio. “Perché stavi andando via?” gli chiese. “Eri così bella, persa nei tuoi pensieri, che non volevo rompere l’incanto”. “Ora sono meno bella?” lo punzecchiò lei. “No, no, no – arrossì il lupo di mare – non volevo dire questo, perdonami!”. Lei rise. “Sai che sono molto felice quando vieni a trovarmi e capita molto raramente”. David capì che non si era mai accorta di tutte le notti che, negli ultimi sette anni, aveva passato a guardarla dormire. “Vieni – gli disse – andiamo a sederci ai piedi della Cascata”. Gli mostrò i gelsomini appena sbocciati e le creature luminose che popolavano i boschi attorno a quelle rocce. Gli mostrò la caverna dove era solita nascondersi nei momenti in cui desiderava stare da sola e non voleva farsi trovare dalle sue nuove sorelle. “Nuove?” chiese lui. “Sì, certo. Noi non siamo esseri immortali, ricordi? Sei tu che mi hai salvata dalla morte. E se la luna, quella notte, non si fosse commossa, non mi sarei mai trasformata nella Perla Rossa, non avresti mai potuto farmi rivivere. Sarei morta e basta. Quindi – tornò al punto – le mie sorelle di quel tempo lontano non ci sono più, ma la Cascata fa nascere nuove figlie. Solo lei è immortale, perché le sue acque si rigenerano continuamente. Mio padre è morto prima ancora che io nascessi. Era un uomo coraggioso, di cui mia madre si era follemente innamorata. Anche lui la amava, tanto da decidere di morire, quando ormai era vecchio, lasciandosi trascinare da mia madre fino al precipizio e sacrificandosi ai suoi piedi. Quella notte siamo nate noi, le prime Figlie”. David la guardava affascinato, ma il viso gli si scurì di colpo. “Iridia – le confessò – devo affrontare di nuovo Bentruk. Questa volta, se non riesco a sconfiggerlo da vivo, lo dovrò fare da morto. I Maghi hanno bisogno del mio cuore per trovare la Roccia della Luna e mettere fine ai suoi malefici e alla sua esistenza”. Lei non muoveva più le palpebre, aveva paura che potesse uscire fuori il fiume di lacrime che stava aspettando dietro la diga. “Non so neanch’io – disse riprendendo il controllo di sé – dove si possa trovare la Roccia. Non lo so più. Dalla notte in cui sono morta, anch’essa è sparita nel nulla”.

Si abbracciarono. Lei gli accarezzò il volto. Senza staccare le pupille da quelle di David, si alzò in piedi e fece scivolare via l’abito color avorio, mostrandosi finalmente all’uomo di cui si era innamorata. E non ci fu più bisogno di dire qualcosa di sensato.

La Roccia della Luna (part One)

Prima parte di questa nuova avventura. David, Nocrez e il Fringuello sono impegnati in un’impresa “particolare”, quando ricevono una visita inaspettata. Non sanno ancora che i Cinque Maghi hanno bisogno del cuore di David per salvare le Isole e tutte le creature dal potente maleficio di Bentruk.

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Bella, tu sei bella

o procace sirenella.

Bella, così bella

che mi viene da cantar!

La mia voce sentirai

e quel giorno tu saprai

che bella, sei tanto bella

che mi hai fatto innamorar!

(liberamente tratto dal “Canto del Fringuello alla Sirena”)

Il sole era una gigantesca palla di fuoco. Un giorno così luminoso non c’era mai stato. Per la troppa luce, gli abitanti di Treeluv si riparavano gli occhi facendosi ombra con le mani o con delle enormi foglie rubate agli alberi del Sollievo (che, davvero, quel giorno, stavano dimostrando di saper onorare il loro nome) e non sapevano se gioire o soffrire per un cielo così speciale. David ne soffriva. Non si sentiva a suo agio senza il controllo visivo di ciò che accadeva attorno a lui. Il Fringuello e Nocrez, invece, se ne beavano. Il primo non aveva smesso di cantare neanche per prendere fiato. Neanche quando David gli aveva chiesto di aiutarlo a spostare quel grosso masso fingente che si era messo a far finta di dormire proprio davanti alla porta della bottega della zia di Nocrez, donna conosciuta non certo per il carattere docile. In quella famiglia, l’allegria e la gentilezza del mozzo erano visti come una stranezza che non si sapeva da dove fosse arrivata. I suoi genitori erano spesso rimasti impigliati tra i rami del loro albero genealogico alla ricerca dell’antenato che aveva osato portare la gioia di vivere in quella famiglia. Un’enorme pietra che faceva finta di dormire davanti a una porta era certamente una seccatura per chi viveva al di là di quella porta. Ma se la porta era quella della bottega della zia di Nocrez era una seccatura per tutta l’isola. Anzi, più che una seccatura, era un’emergenza di vitale importanza: le urla e le imprecazioni della donna avevano riempito i vicoli e le spiagge, svegliato i poppanti e spaventato gli animali. Tutti avevano fretta di risolvere il problema. Tutti, tranne il masso responsabile. Se c’era una cosa che David aveva imparato da quelle creature, era che a volte è quasi impossibile discernere tra verità e menzogna. Ma era chiarissimo, in quel giorno così luminoso da non permettere di fidarsi della propria vista, che se quel masso stesse dormendo sul serio, al sentire la voce della signora che era andato a disturbare, si sarebbe svegliato all’istante e così impaurito da rotolare fino al mare e cercare di imbarcarsi per fuggire lontano o, con molta più probabilità, andarsi a nascondere giù giù sul fondale più profondo. E invece no. Stava fermo, impassibile, mentre David e il Fringuello provavano a spingerlo forte per farlo rotolare fuori dalla portata dell’urlatrice e Nocrez cercava di calmare la zia parlandole dolcemente dalla finestra e lanciando fiori appena colti dentro la bottega. Inutile dire che questi gesti gentili la facevano adirare ancora di più. Come la fece adirare la voce del Fringuello che continuava a cantare felice, dando al masso una scusa ancora per fingere il sonno profondo: qualcuno lo stava cullando con una melodia. David si rese conto di aver appena capito un’altra cosa riguardo i massi fingenti. Mai dar loro una scusa per fingere, la prendono al volo e poi ti danno la colpa.

Dopo ore a spingere e a convincere la pietra dispettosa, accadde una cosa inaspettata, come una magia. La zia smise di urlare. Non perché non volesse o si fosse stancata. No, aveva perso la voce. Ci fu un silenzio mai sentito prima, anche il Fringuello smise di cantare. Fu allora che l’essere che aveva creato quel cataclisma acustico finse di svegliarsi da un sonno profondo e rotolò via, sbandando un po’.

Qualcuno, dal tetto della bottega, ruppe il silenzio. “Era ora, le urla di questa indemoniata mi hanno fatto cascare con una noce di cocco dal ramo dove mi ero appisolato”. Sfunf scivolò giù, fece un inchino decisamente pittoresco ai tre uomini e disse: “David, la Strega del Bosco della Vittoria ha un piccolo favore da chiederti. Vai a trovarla domani, al crepuscolo, conta fino al settimo albero a nord del Bosco della Vittoria, partendo dal Lago dei Pensieri Oscuri, è lì che ti aspetterà. Non è qui con me, perché ha le orecchie molto delicate e arrivare in questa apocalisse oggi non le avrebbe fatto bene. Io, più che per l’udito, sono preoccupato per la mia vista, ché con tutta questa luce non riesco a vedere neanche dove metto i piedi. Che giorno fastidioso!” si lamentò, come al solito. Si congedò dai marinai e concluse: “Non ringraziatemi troppo per la gentilezza che vi ho concesso oggi”. Lo guardarono dubbiosi. “Mi riferisco, ovviamente, alle corde vocali dell’indemoniata. Le ho spente per tre giorni”. “Grazie” dissero in coro.