La felicità è come la maionese

In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare.
(Andrej Tarkowsky)

Si scrive e si è scritto tanto sui viaggi. Non ho statistiche in mano, ma la mia immaginazione mi porta a supporre che solo all’amore siano state dedicate più parole. I due temi, però, spesso coincidono. Come nel mio caso. Mi innamoro a ogni viaggio, a ogni viaggio in modo diverso. Di Copenaghen, vissuta solo per due giorni, mi sono innamorata istantaneamente. Mi ha fatto lo stesso effetto meraviglioso che ho avuto quando sono atterrata la prima volta a Siviglia. Lo so, sono molto diverse, ma il sentimento è stato di quel genere: quello che ti fa camminare per strada col sorriso, anche se hai la febbre alta. Tu cammini e sorridi e ti perdi. In questi due giorni sono riuscita a scoprire tanto della città e tanto altro di me stessa. E no, non ho preso nessuna decisione importante. Se non quella di continuare a perdermi, come ho fatto per le vie di Norrebro, come ho fatto davanti (finalmente) al mare, come ho fatto guardando l’orizzonte da Dronning Louises Bro.

Tornata a Berlino, mi sono permessa di non pensare più a dove ho sbagliato, almeno per un po’. Di non pensare neanche più a come correggermi. Ho setacciato il web per cercare i consigli giusti, le pillole di saggezza, le scorciatoie, per guarire dai miei traumi sentimentali e mettere ordine nella mia vita. E passando da un life coach a un altro, mi sono chiesta quando ho smesso di permettermi di sbagliare, di essere infelice. Quand’è cominciato il rifiuto per ogni lamentela, il disprezzo per le mie lacrime? Ho fatto una foto, a Copenaghen, che mi ha fatto riflettere molto. Davanti a un negozio, c’era un cartello a cui erano appesi dei vestiti. Sul cartello c’era scritto: Happiness is Homemade. Esatto. Non è un preparato industriale e non è né surgelata né precotta. E’ come la maionese, che a volte viene fuori da paura, gustosa e delicata, un altro giorno risulta un po’ più pesante. Altri giorni impazzisce, lascia proprio stare. Ma comunque ci riproviamo sempre.

Happiness is Homemade
Viaggio a Copenaghen

A Copenaghen sono stata felice, perché facevo una cosa che amo fare (viaggiare) e ho scoperto una città che mi ha catturata, delle persone interessanti e piacevoli, dei dolci buonissimi. Eppure, sono stata a volte stanca per via della febbre alta e irritata a causa dei rumorosissimi giovanotti irlandesi che dormivano in ostello con me.

Ah, promemoria: basta ostelli, sono vecchia.

A Berlino sono felice. Ma sono anche triste, arrabbiata, delusa. Come potrei essere in ogni parte del mondo. Le emozioni non sono statiche, perché ho anche solo pensato per un attimo di renderle tali?

Lui, nel frattempo, mi ha ignorata. Ma alle mie amiche, che hanno chiesto solerti durante tutto il weekend, ho detto che mi aveva scritto. Ho avuto paura, ancora una volta, di essere giudicata, di sentirmi dire: “Non ci dovevi andare a letto; non lo dovevi invitare a cena; non dovevi dire questo; non dovevi fare quello… Ora devi…”. Lo facciamo un po’ tutti. Quando un amico è un po’ giù cerchiamo di fare il massimo per risollevarlo. Beh, a volte il massimo è un po’ troppo. Questa volta, ho voluto gentilmente zittire tutte le persone che mi vogliono bene e vogliono darmi consigli per vivere meglio. Ho detto una piccola bugia, ma non mi sento per niente in colpa.

Non so ancora come mi comporterò con lui. Non sono brava a rispettare i programmi di un viaggio, figuriamoci quelli di una storia (o quello che è). Ma, oggi, cerco di non preoccuparmene più, il suo pensiero aggiunge solo confusione alla mia vita.

Vi auguro una felice preparazione della vostra felicità. E vi lascio con il mio life coach preferito.

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Razzolare benino

Bagaglio a mano pronto, tra poco parto per Copenaghen. Due giorni di stacco, non dallo stress (o non solo), ma dal mio ripetermi. Viaggiare da sola ha sempre avuto un effetto catartico su di me. Forse un po’ su tutti, ma parlo per me.

In cosa mi ripeto è facile da spiegare: pensavo di essermi liberata dall’ultima trappola amorosa, invece, è bastato un suo messaggio, pieno di pentimento e buoni propositi e di quanto gli manca parlare con me e di quanto è bello stare con me. E vediamoci per una birra, ma no facciamo una cena.

Quindi, è venuto a cena da me. Una serata pazzesca, non sono mai stata così bene con un uomo in vita mia. Ero rilassata, allegra, senza ansie. Mai successo, giuro. Nessuna paura di sbagliare, tra le chiacchiere easy e la musica classica. E una specie di karaoke improvvisato mano nella mano.

E la mattina successiva, dopo il bacio e il “ci vediamo al lavoro” sparisce tutto. La carrozza ci ha messo un po’ di più a tornare zucca, ma alla fine quella è e quella rimane.

Mi dico che sono cambiata, che sono più sicura di me, che nessun uomo mi farà più sentire inesistente a sua discrezione. Eppure, eccoci qui.

Ho due giorni liberi dopo Copenaghen, gli ho scritto di vederci. Mi fa sapere questo weekend. Ho provato a darmi un’altra possibilità, a dirmi: Vedi, come al solito, fai tutto da sola. Vedrai che vuole vederti anche lui.

Però la me che sta dentro di me, quella ferita, triste e incazzata, continua a ripetermi che tanto lo so che non gliene frega niente.

Non dico che voglio razzolare come mi faccio le prediche, mi accontento di passare da razzolare male a benino. Ma forse mando a me stessa il messaggio sbagliato.

Non ruzzolare, razzolare, eh.

‘Sto cazzo di T9.

Paura e collirio: #2 La scrittrice

Due anni fa, una donna con cui stavo per diventare socia di un ristorante, figlia di un editore, mi ha detto: “Non puoi fare la scrittrice, se fai anche un altro lavoro”. E le ho creduto.

Qualche anno prima, un tipo in un bar, che si vantava di aver scritto un libro di poesie, mi ha detto: “Se non hai mai finito di scrivere una tua opera, non sei una scrittrice, sei una scribacchina”. E gli ho creduto.

La quantità di gente che mi ha presa in giro per quello che dicevo, per come mi vestivo, per i miei difetti fisici o, a volte, addirittura perché ero troppo educata, non riesco a contarla. Col tempo ho capito che chi ti sminuisce per sentirsi migliore di te è una persona da lasciar marcire nell’invidia. Ma non è per niente facile. Per niente.

Perché quando mi fanno notare qualcosa che non va bene in me, il mio primo pensiero è ancora che probabilmente hanno ragione. Per fortuna, adesso, dopo qualche secondo ci penso e la mia testa li manda a fanculo. Ma quante cose mi sono persa perché qualcuno mi ha detto che ero inadatta, incapace, non voluta e io ci ho creduto?

Quando un uomo mi ha detto che mi voleva bene così com’ero, con tutti i miei difetti, non ci ho creduto. E l’ho trattato come se stesse cercando di fregarmi. Non ci casco, stronzo.

Eppure, molto tempo prima, una figlia di papà mi aveva detto che non avrei mai fatto la giornalista, perché non avevo i “contatti” che aveva lei. Ma io l’ho fatto lo stesso.

Quando ero una ragazzina, sempre con la testa tra i libri e la palestra, ero così imbranata che darmi un bicchiere pieno d’acqua in mano significava che l’acqua sarebbe finita a terra, con o senza il bicchiere. E poi ho voluto a tutti i costi imparare a fare la cameriera, dimostrare che sapevo essere veloce, sveglia e non solo quella con la testa nel suo mondo fantastico. No, anche una con i piedi per terra. Sono diventata brava, sono arrivata ad avere un mio locale (andato male), ma l’ho fatto. Ho detto a me stessa: “lo voglio fare”. E l’ho fatto.

Allora, perché mi è costato tanto sentirmi una scrittrice? Perché è la cosa più intima che ho. E’ il luogo dove si trovano i miei spazi vuoti, i miei mostri, i desideri bloccati tra la necessità di non implodere e la paura di esplodere. E’ stato più facile credere a quello che mi dicevano gli altri. Che scrivere è un lavoro, che scarabocchiare pagine non concluse non ha senso, che se nessuno pubblica una tua opera non sei uno scrittore (che poi, a volerla dire tutta, una volta un mio racconto è stato pubblicato, solo che invece di vantarmene, me ne sono stata zitta e immobile, paralizzata dal terrore che qualcuno potesse leggermi dentro o non giudicarmi brava abbastanza).

Ma sapete che c’è? C’è che, invece, NO.

Sono una scrittrice da quando avevo 7 anni, da quando ho cominciato a scrivere un racconto e dopo pochi giorni era diventato un quaderno di racconti.

Adesso, il mio libro è quasi compiuto. L’ho scritto mentre facevo altri lavori, full time. Forse non sarà pubblicato, forse sì. Ma è una mia creatura e non potrei amarla di più.

La paura del giudizio degli altri ha influenzato e influenza tutti gli ambiti della mia vita, ma sto combattendo questa paura, piano piano, tra vittorie e fallimenti. Col collirio alla camomilla, sempre a portata di mano. Perché gli occhi ogni tanto si gonfiano, quando non ce la faccio più a essere la donna che non piange mai e allora apro i rubinetti.

Nei ringraziamenti del mio libro saranno presenti anche i vampiri energetici che ho incontrato e incontro nella mia vita, questi signori che hanno passato il tempo a darmi consigli e scoraggiamenti non richiesti. Senza di voi, scriverò, non avrei avuto la rabbia necessaria per provarci, massa di imbecilli repressi.

 

La nostra breve poesia

Quando non sapevo ancora che sarebbe andata a finire in niente di fatto, in scappatoie e giochi fin troppo prevedibili, quando mi brillavano gli occhi e mi mancava la voce, quando mi ammalavo di infatuazione feroce e speranzosa, le parole per te mi sono uscite, brevemente, dalle mani.

Cose che vorrei dirti:

che mi piace il tuo sorriso

che mi piace il tuo viso

che mi piace il tuo respiro

sulla mia schiena e poi mi giro

di fronte per guardarti meglio

mentre dormi

mentre sogni

mentre nel sonno mi stringi

e con le dita dipingi

il tuo volere sui miei fianchi

la tua debolezza sui miei seni

le tue labbra sul mio collo.

Vorrei dirti che mi piaci

Quando mi ascolti e ridi

Quando mi parli e mi chiedi: “Ti fidi?”.

Vorrei dirti che la nostra storia fa un po’ rima

e un po’ no,

che ha un bel ritmo

e a volte no.

 

Che è una poesia nuova,

di lenzuola stropicciate e abbracci mattutini.

Una poesia nuova, 

nata sulla luna.

 

Sono in età da Toy Boy

Nove anni di differenza.

Nove è un numero, mi hai detto.

Vero, in molti casi è solo un numero. Ed ecco il motivo per cui il mio Perché no? ha battuto il mio Perché? e ho deciso di uscire con te.

E poi sì, lo ammetto, ho pensato anche:

  • Beh, con il 25enne argentino questa estate sono stata benissimo
  • Beh, Demi Moore è un grande esempio
  • Beh, posso sempre seguire i consigli di Lory Del Santo su YouTube
  • Vabbè, dai, sì, è un sacco carino
  • Vuoi mettere l’ormone da 24enne? E che i miei coetanei continuano a farmi cadere le braccia? E quelli più grandi… beh, alla fine forse è vero che c’è un motivo se non se li è acchiappati nessuno? (ecco a voi, l’esercito dei cliché accorso in mio aiuto)

Così, ho scoperto, durante una pur piacevole serata, che nel nostro caso nove anni non sono solo un numero. Sono anni di scelte, di persone, di luoghi, di incertezze, di sesso, di storie, di cambiamenti, di strappi, di precipizi, di voli e di cadute, di cacce al tesoro, mosca cieca e nascondino. Di giri su me stessa e occhi in su occhi in giù,  dai un bacio a chi vuoi tu.

Quali sono le tue fantasie? mi chiedi, mentre ascoltiamo i Nouvelle Vague. Ecco qua, è arrivato il momento del questionario erotico. Mi viene da ridere, mentre ti rispondo vagamente che ne ho realizzate tante e ne ho tante altre ancora. E sorrido con tenerezza, tra me e me, realizzando che il tuo proibito non è il mio. Le mie fantasie non cercano più tanto di superare i limiti: cercano la serratura nelle pupille, il sussurro che ti annienta.

E come faccio a spiegarti che non mi siedo a tavolino a parlare delle mie fantasie, perché hanno bisogno di aria e sudore, di nuvole, di brividi e calore, di sguardi e allusioni e non di piani d’attuazione?

Poi, pensandoci, non è tanto l’età. Ché a me, uno che prende appunti per portarti a letto, non mi convinceva neanche a vent’anni e qualcosa. All’età tua. Eppure, ammetto che sei un grande atleta, ma il desiderio non è una performance. Questo lo impari, se e quando scopri cosa significa, per te, intimità.

Non ci rivedremo, non solo perché sono una stronza: anche tu hai sentito la distanza che abbiamo trovato già apparecchiata su quel tavolo. C’era già, non l’ho messa io e non l’hai messa tu.

Ma, forse, il tuo profumo in stile “Tesori d’Oriente” l’ha leggermente aumentata.

 

Paura e collirio: #1 Stronzo Pride

Testa di medusa - Paura e arte

Come si smette di avere paura?

Affrontandola.

Eh, pare facile. Eppure ci dovremmo provare, credo, una volta ogni tanto. Almeno con una paura, almeno una. O una alla volta.

Ho paura:

  1. di una relazione stabile
  2. del giudizio degli altri
  3. di sbagliare
  4. degli insetti che volano
  5. di guidare
  6. di restare sola

E se ci penso ancora un po’ la lista si allunga. Ma, come ho detto, una cosa per volta.

Oggi mi concentro sulla prima.

Hai mai pensato che esci solo con uomini che hanno mille donne e che ti trattano come se fossi sostituibile perché ti comporti allo stesso modo? Te lo chiedo, perché io esco sempre con “mammoni”. E ho pensato che sia perché sono “papona”.

In pratica: Esci con gli stronzi, perché anche tu sei una stronza.

A parlare non è la mia vecchia, esausta coscienza, bensì una giovane (quasi 8 anni meno di me) e bellissima ragazza di Roma, che si sta trasferendo a Berlino e mi ha chiesto una mano per i primi tempi. Siamo uscite a cena insieme e il discorso sugli uomini del passato e del presente ha surclassato ben presto il fascino delle mie scoperte berlinesi.

Non ci avevo mai pensato.

Così ha risposto, mentendo spudoratamente, la mia coscienza. In realtà, non credevo che la psicologia, neanche quella spicciola, seguisse i meccanismi dello “specchio riflesso”. Quello non era il karma?

Penso, piuttosto, che i problemi relazionali che ci si ritrova ad affrontare da adulti siano il frutto dei modelli familiari o di traumi più o meno gravi avuti da piccoli.  Tanto per farsi un’autodiagnosi su Google (che non è un dottore, ma spesso e volentieri indicizza articoli attendibili e non solo fuffa) scopro che sono un caso da manuale: cresciuta senza padre, insicura, promiscua (ebbene sì, mi sono proprio divertita e se qualcuno avesse da ridire, lo rimando direttamente al punto numero 2, ricordandogli che sto cercando di affrontare piano piano anche quello, quindi, voi ridite e io rido), incapace di immaginare che debba per forza esistere una figura maschile per la sopravvivenza. Aggiungiamo che il secondo marito di mia madre non aveva l’aureola e mia madre, invece, aveva altre cose sulla testa. Quindi, se il secondo modello di famiglia doveva suggerirmi qualcosa, beh, ho recepito.

Ma trovare delle motivazioni valide, anche supportate scientificamente, non significa accettare il problema e punto. Quello è il primo passo. Il secondo, nel mio, caso è stato accettare che ho una paura fottuta di affrontare il problema.

Ed è vero, faccio coming out: sono una stronza.

E’ stato facilissimo spezzare il cuore di chi voleva stare con me (e non per forza essere il mio carceriere, come pensavo) e perdere la testa per chi non mi vorrà mai. Paura fottuta. Sì, penso sia la definizione esatta. La mia coscienza era la bella addormentata che non voleva essere svegliata, il mio bisogno artistico di avere una vita pregna di pathos si considera più che soddisfatto (ahhh quanto inchiostro, quanti tasti, quanti tormenti!) e anche il mio fegato non si è mai lamentato, bile in abbondanza da scaricare sui malcapitati e alcol a sufficienza per disinfettare le ferite. Quindi, che problema c’era? Per gli occhi gonfiati da troppe lacrime ho chiesto aiuto al collirio alla camomilla (scoperta meravigliosa).

Sono una stronza e ho paura di legarmi. Doppio coming out.

E come faccio a superare la mia paura di una relazione stabile, se quando mi dicono che sono una stronza, lo prendo come un complimento? (Sono arrivata a organizzare uno stronzo pride, insomma).

Per dare un po’ di costruttività a questa riflessione, ho deciso di non limitarmi a formulare dei buoni propositi finali. No, ci voglio provare davvero.

Nella prossima settimana, mi impegno a richiamare l’ultimo ragazzo a posto (carino, intelligente e simpatico) a cui ho dato il numero e poi ho ignorato spudoratamente quando mi ha chiesto di uscire. Gli chiederò scusa e gli darò una possibilità. O, meglio, la darò a me. Sempre se non mi manda a fanculo.

Speriamo di no. Poi diventa stronzo ed è un casino.

Fuck my brain

Mi piace molto l’inizio di una nuova storia. Mi piace il cambiamento, l’adrenalina, la paura, l’istinto che mi porta a scrutare, conoscere, cercare, assorbire. Mi piace, un mese dopo, anche l’istinto che mi ha fatto partire i nervi alla festa in cui gli ho sbroccato per le sue vere e presunte altre donne. Perché era l’inizio di un territorio da scoprire e (chi lo sapeva allora? chi lo può sapere ora?) poteva essere un campo tanto minato. E mi piace anche se non diventa mai una storia, ma all’inizio c’è la speranza che lo sia, c’è l’ansia per un contatto.

Tra me e lui c’erano sguardi profondi e frettolosi, messaggi sussurrati da pelle d’oca. Anche lo sforzo di non guardarsi per non perdersi nel desiderio di una o dell’altro.

Ora c’è un’altra notte di sesso, great sex,  per carità. Ma solo quello. I suoi messaggi sono spariti piano piano, il mio cercarlo si è arreso davanti alla sua palese dimostrazione di richiesta fisica e non mentale. E io, in questo, sono quasi categorica. Ho bisogno di fare sesso nella testa prima che nel resto del corpo, di immaginarlo mentre mi pensa, mentre mi desidera. Di non vedere l’ora di spogliarlo ancora, tra una risata e una parola soffiata sul collo. Voglio passione, non solo sesso grandioso.

Non so se è ancora in tempo. Vorrei che oggi stesso si rendesse conto che ci poteva essere molto altro, di molto più ampio, più profondo, più intenso, tra di noi.

Vorrei che lo facesse oggi stesso, perché sento svanire il sussulto che provavo appena ricevevo un messaggio e vorrei che tornasse. Probabilmente, anche gli ultimi attimi di brividi che mi provocava il suo odore sono andati.

Non è più l’uomo da scoprire. E’ l’ennesimo ragazzino che fa il brillante con tutti, a cui piace tenere le donne su un filo. Dopo neanche due mesi, vedo la sua fragilità e penso che avrei voluto sostenerla, accarezzarla e capirla.

E invece no, perché mi sono già stufata.

fuck-my-brains-out

Caro Cioè

Che poi, pensandoci, io avevo scelto giornalismo perché volevo fare l’inviata di guerra. O l’inviata sportiva negli spogliatoi delle squadre che vincevano lo scudetto. Tutti in mutande a stappare champagne.

Ma, sinceramente, anche la posta del cuore di qualunque giornale per teen agers mi sarebbe andato bene. Sai che risate, che dolcezza. A ‘na certa pure che noia. 

Sì, perché se c’è una verità in questo mondo, è che non siamo mai soli. Anche quando lo pensiamo, c’è sempre qualcuno che vive qualcosa di simile a quello che stiamo passando noi. E le letterine a CioèTop Girl  ne erano l’esempio lampante: tutte a vivere gli stessi problemi, in modo diverso ma uguale, tutte a farci mille domande e anche quando leggevamo le risposte date alle nostre simili, pensavamo sempre che ci fosse qualche consiglio in più che ci sfuggiva, che doveva essere rivolto soltanto a noi. Ecco il perché di tante lettere così imparentate. Non può bastare il consiglio che sentiamo dare a un’altra, l’oracolo dietro la risposta alla nostra domanda DEVE essere per noi.

Questa settimana la mia posta del cuore è stata la mia migliore amica. L’ho massacrata di telefonate, che si erano concluse, l’altro ieri, con la frase: “E’ arrivato il momento di capire che non mi vorrà vedere mai più”.

L’ho lasciata in pace per un giorno. Ieri mi ha chiamata lei, per chiedermi scusa, perché per tutta la settimana mi aveva nascosto una cosa: anche lei stava vivendo un momento triste con l’uomo che le ha fatto perdere la testa. Una settimana di litigi, delusioni, insulti pesanti e pianti, pianti, pianti. Allora, scusa gliel’ho chiesto io, visto che avevo monopolizzato le nostre conversazioni. Adesso tocca a me fare un po’ la posta del cuore con lei, come ha fatto lei con me. Tocca a me dirle di stare calma e ritrovare la sua serenità e la sua autostima. Tocca a me dirle che non è sola, qualsiasi cosa accada. Perché grande o piccolo che sia il problema, io ci sarò sempre.

E poi, le ho anche detto che lui si è fatto sentire. Che non è vero che non mi vuole più vedere. E che dopo una settimana in cui lei mi ha detto di stare calma, lo sono un po’ diventata davvero e quando ho letto il messaggio con cui lui mi invitava a parlare davanti a una birra, non mi sono sentita graziata. No. Quello che ho pensato è stato: “Smart guy”.

Bravo. Ora vediamo se davvero riusciamo a meritarci.

 

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

 

In cenere

Tremo. Sei così bello nel mio letto, che penso di voler scappare. Ma sciogliersi dal tuo abbraccio è difficile e, in realtà, non così allettante come mi suggeriva la paura.

Quindi, no. Decido di non farlo. Decido di stare incatenata al tuo corpo e chiedo al sole di farti restare accanto a me, così, per sempre. Glielo chiedo con la speranza che mi ascolti, come ha fatto la luna la sera prima, quando guardandola nel suo pieno splendore le ho chiesto di farti arrivare fino a me. E lo ha fatto, dopo neanche un’ora. Mi sentivo nel bel mezzo di un miracolo.

Sorrido, mentre ti guardo svegliarti e sorridermi. Quando mi dici che sono meravigliosa. Quando ti sento respirare sulla mia pelle. Quando ti abbraccio su un’amaca e ho le ciglia sul tuo collo e tu hai le ciglia che guardano il cielo senza nuvole. E mi baci. E mi baci e mi dici quanto stai bene.

Piango. Ho rovinato tutto. La paura di perderti, di non essere abbastanza, la paura che tu sia come lui, come gli altri. Il sospetto, vedendoti con lei, mi fa andare fuori di testa. Ti presenta la parte peggiore di me e, di certo, non dici che è un piacere. Quello che dici è che ti piaccio davvero, ma ora non sarai più come prima. Quello che so è che ti ho cacciato via. Con la mia solita follia. Provo a spiegarti che sono una donna, non una ragazzina. Che le esperienze negative mi tornano a trovare ogni volta che si affaccia quella voglia di felicità, la speranza del miracolo.

Torna lui, non mi vuole lasciare. Il fantasma di una storia mai iniziata e mai finita, che mi ha ridotta in cenere e ha distrutto tutte le altre storie che potevano cominciare, ma non l’hanno mai fatto.

It was so good that I couldn’t believe it was true. I was afraid, I’m sorry.

It was really good. But now I can’t be like I was before, I’m sorry.

I don’t need to persuade you to stay with me. You already know the answer.

Let’s see what the future will bring.

 

 

 

 

Pensieri notturni di prima mattina

Ti voglio dire,
che ti voglio
dire, che ti
voglio dire, che
voglio dirti, che
ti voglio dire,
che ti voglio.

Dichiarazione, Tibur Kibirov

E’ successo  che ieri mi ha confessato che pensava che fossi una stupida e che poi ha capito che avevo solo un sonno pazzesco.

E’ successo che gli ho spiegato che sono passata dalla notte al giorno in 72 ore, che volevo cambiare radicalmente e l’ho fatto. E basta, non gli ho spiegato altro, non gli ho detto che Mirko diceva che ero più intelligente che bella. O che mia nonna mi ha detto: “Quando trovi uno che ti piace, diglielo che sei meglio di quello che sembri”.

E’ successo che glielo stavo per dire e invece mi sono bloccata come al solito. Sono un’ebete quando parlo con lui.

E’ successo che gli vorrei far vedere chi sono, ma non a lui, forse al mondo intero. O forse invece proprio a lui.

E’ successo che mi ha abbracciata e io tra quelle braccia impazzivo.

E’ successo che mi sento di nuovo sottovalutata e che stavolta reagisco prima e faccio vedere le unghie e i denti. E il pelo lucente.

Succede che adesso mi sveglio alle sei anche quando non devo lavorare, che mi prende la voglia matta di scrivere e piangere insieme. La voglia matta di svuotarmi e riempirmi.

La voglia matta di un suo messaggio.

Non sono una persona paziente, non lo sono mai stata. Sono una di quelle che fissa la pentola per far bollire prima l’acqua, immaginate cosa succede quando aspetto un messaggio.