Una finestra aperta

Mi stacco per un momento dal mio racconto, per scrivere un po’ di me.

Ho sempre bisogno di volare con la fantasia per vivere la realtà e ho bisogno di fare il processo inverso per vivere meglio la fantasia.

E’ un periodo affascinante. Mi esploro tanto, tanto da rischiare di perdermi dentro me stessa. Trovo risposte a domande. Me le rifaccio. Trovo altre risposte. Arrivo a soluzioni. Sfascio tutto di nuovo.

Interrogo il mio passato e guardo al futuro. Avida di conoscenze, bramosa di ignoto.

Tuttavia, oggi mi sono resa conto che spesso mi sfuggono i dettagli del presente.

Allora, ho visto il suo sorriso, il suo maglione bianco, i suoi occhi che mi guardavano mentre ridevamo. Non ho visto solo me stessa che si fa domande anche mentre parla con lui, che si sente fuori posto e poi va in bagno a guardarsi allo specchio, pensando: come sarà stato per lui guardarmi? Oggi no. Lui è lo stesso di qualche mese fa, quello che chiedevo alla luna di far restare nel mio letto. Quello dal cui abbraccio non mi liberavo ma volevo scappare. Lo stesso al quale ho detto: “Non posso stare con uno come te, ne ho avuti troppi, restiamo amici”. Mi sta riuscendo abbastanza bene, ma altrettanto bene mi è riuscito tormentarmi chiedendomi perché mai non si è innamorato di me alla follia. Ché siamo così simili e così stronzi. E così impauriti dall’amore e così liberi da catene. Così allegri e così intraprendenti. Fragili e orgogliosi. E allora, perché mai non si è innamorato di me?

Non si è innamorato. Punto. Sono una che ha difficoltà a farsi amare, sono sempre sfuggente e poi quando fuggono li cerco. Ho da sempre una paura fottuta dell’amore. Non si è innamorato di me, ma nemmeno io, a dirla tutta, mi sono innamorata di lui. Inseguivo, per abitudine, l’uomo che più di tutti, nel mucchio, mi avrebbe fatta sentire viva e il giorno dopo morta. Inseguivo l’instabilità emotiva unita al meraviglioso piacere carnale. L’adrenalina. E mentre lo inseguivo, scappavo per paura di me stessa.

Oggi le parole erano quelle che abbiamo detto, non indizi su cui indagare.

Lui ha un bel sorriso, dei begli occhi e indossava un bel maglione. Io ho un bel sorriso, dei begli occhi e indossavo una camicia fighissima. Il sole entrava attraverso i vetri. E per un breve momento, non mi sono fatta domande. Ho smesso di scavare per capire. Ho goduto del presente. Mi ha ridato aria, è stato come aprire una finestra dopo un tempo troppo lungo dentro una stanza chiusa, a respirare aria viziata.

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La Roccia della Luna (part Two)

Mi scuso per l’attesa. E’ stata una settimana di bisbocce con vecchi amici, ritorno in famiglia e, infine, di paracetamolo e antibiotico. Sono stata, dunque, trascinata fuori dal mondo virtuale e ho avuto poco tempo per scrivere. Ma rieccoci qui, a cercare di capire cosa vogliono i Cinque Maghi da David e se, questa volta, riuscirà a salvarsi.


 

“Bentornato, David”. La Strega del Bosco della Vittoria lo aveva detto con non troppa convinzione, giocherellando con la sua collana di ametista e volgendo lo sguardo alle foglie dell’albero cui si era appoggiato l’uomo nell’attesa che lei arrivasse. “Amo quando sono illuminate in parte dalla luce crepuscolare” si giustificò, rispondendo agli occhi inquisitori di David. “Perché sono qui, mia signora?”. La Strega abbassò lo sguardo, non riusciva a guardarlo. Disse, infine: “Devo affidarti un’altra missione. Il concilio dei Cinque Maghi ha deciso che sei l’unico che può aiutare il nostro mondo a sopravvivere. Bentruk – continuò – non si arrende, la sua sete di potere e distruzione non si placa. Gli umani delle Isole dell’Artiglio Nero sono già andati via. Quella terra è morta e il maleficio si sta espandendo con i suoi grossi tentacoli anche nei fondali marini e presto arriverà a Treeluv”. “Cosa posso fare?”. Apparve, allora, la Fata Murice. “Puoi fermare i tentacoli che stanno divorando il mio mare”. “Come?” chiese David. “Bella domanda!” commentò Sfunf, dondolando a testa in giù da un ramo. “Sfunf” lo rimproverò la Regina dei Gelsomini, che si era materializzata alle spalle di David. Il capitano non capiva cosa stesse succedendo. “Dov’è l’altro bacchettaro?” continuò a sbruffare il folletto. “Eccolo, l’altro bacchettaro“. Il Mago Gufo era arrivato sotto forma volatile sullo stesso ramo di Sfunf e lo fissava con i suoi bulbi arancioni, tanto intensamente da farlo guardare per terra. Si unì, poi, al cerchio che si era formato attorno al più coraggioso e anche Sfunf lo seguì.

“Siamo tutti qui per fare un’incantesimo che ti protegga, caro David” disse il Mago Gufo. “No!” strillò la Strega. “E’ necessario!” continuò il Gufo alzando la bacchetta. David li guardava con gli occhi sbarrati, sentiva il dubbio crescere e la fiducia venire meno. “Mi volete uccidere?” disse, istintivamente. Il Mago abbassò la bacchetta. Era un sì. “Fatemi morire combattendo, non come un sacrificio umano. Non vi permetterò di farlo”. “Abbiamo bisogno del tuo cuore, David” spiegò la Fata. “Per cosa?” “Per trovare la Roccia della Luna. E’ lo stesso motivo per cui la Tigre degli Abissi ti stava aspettando, sette anni fa. Voleva il tuo cuore per trovare la roccia portentosa” disse il Mago. “Perché proprio il mio cuore?” incalzò l’umano. “Perché sei l’uomo più coraggioso – intervenne la Regina dei Gelsomini – l’unico che poteva affrontare la Tigre e Bentruk, l’unico che poteva salvare Iridia, la Figlia della Cascata d’Avorio. Sei l’unico che può salvare il nostro mondo”. Calò il silenzio. La Strega continuava a tormentare la sua collana con le dita, le lacrime pronte a staccarsi dalle lunghe ciglia. “Stanno calando le tenebre” pensò David, vedendo che la luna si rendeva visibile nel cielo. “Salverò questo mondo, ma, se è necessario che io muoia, lo farò combattendo. A cosa vi serve il cuore di un uomo coraggioso, se lo catturate in un tranello, quando è ignaro del pericolo e non può mostrare il suo sguardo fiero in faccia alla paura della morte? Tornerò nelle Isole dell’Artiglio Nero e sconfiggerò Bentruk. Se non dovessi riuscire, sarò io stesso, in punto di morte, a supplicarvi di strapparmi il cuore per trovare la Roccia della Luna. Ma non ho intenzione di morire qui, adesso”. Girò le spalle ai Cinque Maghi e andò per la sua strada. “David!” urlò, tendendo il braccio verso di lui come per trattenerlo, la Strega del Bosco della Vittoria. Ma David non si fermò. La ferita del tradimento bruciava nel suo petto.

Prima di tornare a casa, decise di fare una lunga passeggiata verso le montagne di ametista. Camminò per ore,  riflettendo sul da farsi e cercando di placare la rabbia contro i Maghi, che prima di quella sera riteneva amici. A un tratto, vide in lontananza la Cascata d’Avorio. Decise di far visita a colei che aveva liberato dall’incantesimo della morte. “Se dorme – pensò – mi limiterò a contemplarla nel sonno e andrò via”.

La trovò ai piedi della Cascata, seduta su un masso, circondata da gelsomini. Guardava la luna e sorrideva. Anche se sveglia, David scelse di non disturbarla, si avvicinò quel tanto che bastava per spiarla per qualche minuto e poi si voltò per andare via. Ma lei lo aveva già visto e pronunciò il suo nome ad alta voce, cercando di sovrastare il rumore di sua Madre, le cui acque precipitavano da un’altezza molto elevata. La Figlia della Cascata lo inseguì saltellando da un masso all’altro e ben presto lo raggiunse. Gli prese la mano. David si girò verso di lei e, guardandola, le preoccupazioni abbandonarono il suo viso. Si abbracciarono in silenzio. “Perché stavi andando via?” gli chiese. “Eri così bella, persa nei tuoi pensieri, che non volevo rompere l’incanto”. “Ora sono meno bella?” lo punzecchiò lei. “No, no, no – arrossì il lupo di mare – non volevo dire questo, perdonami!”. Lei rise. “Sai che sono molto felice quando vieni a trovarmi e capita molto raramente”. David capì che non si era mai accorta di tutte le notti che, negli ultimi sette anni, aveva passato a guardarla dormire. “Vieni – gli disse – andiamo a sederci ai piedi della Cascata”. Gli mostrò i gelsomini appena sbocciati e le creature luminose che popolavano i boschi attorno a quelle rocce. Gli mostrò la caverna dove era solita nascondersi nei momenti in cui desiderava stare da sola e non voleva farsi trovare dalle sue nuove sorelle. “Nuove?” chiese lui. “Sì, certo. Noi non siamo esseri immortali, ricordi? Sei tu che mi hai salvata dalla morte. E se la luna, quella notte, non si fosse commossa, non mi sarei mai trasformata nella Perla Rossa, non avresti mai potuto farmi rivivere. Sarei morta e basta. Quindi – tornò al punto – le mie sorelle di quel tempo lontano non ci sono più, ma la Cascata fa nascere nuove figlie. Solo lei è immortale, perché le sue acque si rigenerano continuamente. Mio padre è morto prima ancora che io nascessi. Era un uomo coraggioso, di cui mia madre si era follemente innamorata. Anche lui la amava, tanto da decidere di morire, quando ormai era vecchio, lasciandosi trascinare da mia madre fino al precipizio e sacrificandosi ai suoi piedi. Quella notte siamo nate noi, le prime Figlie”. David la guardava affascinato, ma il viso gli si scurì di colpo. “Iridia – le confessò – devo affrontare di nuovo Bentruk. Questa volta, se non riesco a sconfiggerlo da vivo, lo dovrò fare da morto. I Maghi hanno bisogno del mio cuore per trovare la Roccia della Luna e mettere fine ai suoi malefici e alla sua esistenza”. Lei non muoveva più le palpebre, aveva paura che potesse uscire fuori il fiume di lacrime che stava aspettando dietro la diga. “Non so neanch’io – disse riprendendo il controllo di sé – dove si possa trovare la Roccia. Non lo so più. Dalla notte in cui sono morta, anch’essa è sparita nel nulla”.

Si abbracciarono. Lei gli accarezzò il volto. Senza staccare le pupille da quelle di David, si alzò in piedi e fece scivolare via l’abito color avorio, mostrandosi finalmente all’uomo di cui si era innamorata. E non ci fu più bisogno di dire qualcosa di sensato.

La Roccia della Luna (part One)

Prima parte di questa nuova avventura. David, Nocrez e il Fringuello sono impegnati in un’impresa “particolare”, quando ricevono una visita inaspettata. Non sanno ancora che i Cinque Maghi hanno bisogno del cuore di David per salvare le Isole e tutte le creature dal potente maleficio di Bentruk.

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Bella, tu sei bella

o procace sirenella.

Bella, così bella

che mi viene da cantar!

La mia voce sentirai

e quel giorno tu saprai

che bella, sei tanto bella

che mi hai fatto innamorar!

(liberamente tratto dal “Canto del Fringuello alla Sirena”)

Il sole era una gigantesca palla di fuoco. Un giorno così luminoso non c’era mai stato. Per la troppa luce, gli abitanti di Treeluv si riparavano gli occhi facendosi ombra con le mani o con delle enormi foglie rubate agli alberi del Sollievo (che, davvero, quel giorno, stavano dimostrando di saper onorare il loro nome) e non sapevano se gioire o soffrire per un cielo così speciale. David ne soffriva. Non si sentiva a suo agio senza il controllo visivo di ciò che accadeva attorno a lui. Il Fringuello e Nocrez, invece, se ne beavano. Il primo non aveva smesso di cantare neanche per prendere fiato. Neanche quando David gli aveva chiesto di aiutarlo a spostare quel grosso masso fingente che si era messo a far finta di dormire proprio davanti alla porta della bottega della zia di Nocrez, donna conosciuta non certo per il carattere docile. In quella famiglia, l’allegria e la gentilezza del mozzo erano visti come una stranezza che non si sapeva da dove fosse arrivata. I suoi genitori erano spesso rimasti impigliati tra i rami del loro albero genealogico alla ricerca dell’antenato che aveva osato portare la gioia di vivere in quella famiglia. Un’enorme pietra che faceva finta di dormire davanti a una porta era certamente una seccatura per chi viveva al di là di quella porta. Ma se la porta era quella della bottega della zia di Nocrez era una seccatura per tutta l’isola. Anzi, più che una seccatura, era un’emergenza di vitale importanza: le urla e le imprecazioni della donna avevano riempito i vicoli e le spiagge, svegliato i poppanti e spaventato gli animali. Tutti avevano fretta di risolvere il problema. Tutti, tranne il masso responsabile. Se c’era una cosa che David aveva imparato da quelle creature, era che a volte è quasi impossibile discernere tra verità e menzogna. Ma era chiarissimo, in quel giorno così luminoso da non permettere di fidarsi della propria vista, che se quel masso stesse dormendo sul serio, al sentire la voce della signora che era andato a disturbare, si sarebbe svegliato all’istante e così impaurito da rotolare fino al mare e cercare di imbarcarsi per fuggire lontano o, con molta più probabilità, andarsi a nascondere giù giù sul fondale più profondo. E invece no. Stava fermo, impassibile, mentre David e il Fringuello provavano a spingerlo forte per farlo rotolare fuori dalla portata dell’urlatrice e Nocrez cercava di calmare la zia parlandole dolcemente dalla finestra e lanciando fiori appena colti dentro la bottega. Inutile dire che questi gesti gentili la facevano adirare ancora di più. Come la fece adirare la voce del Fringuello che continuava a cantare felice, dando al masso una scusa ancora per fingere il sonno profondo: qualcuno lo stava cullando con una melodia. David si rese conto di aver appena capito un’altra cosa riguardo i massi fingenti. Mai dar loro una scusa per fingere, la prendono al volo e poi ti danno la colpa.

Dopo ore a spingere e a convincere la pietra dispettosa, accadde una cosa inaspettata, come una magia. La zia smise di urlare. Non perché non volesse o si fosse stancata. No, aveva perso la voce. Ci fu un silenzio mai sentito prima, anche il Fringuello smise di cantare. Fu allora che l’essere che aveva creato quel cataclisma acustico finse di svegliarsi da un sonno profondo e rotolò via, sbandando un po’.

Qualcuno, dal tetto della bottega, ruppe il silenzio. “Era ora, le urla di questa indemoniata mi hanno fatto cascare con una noce di cocco dal ramo dove mi ero appisolato”. Sfunf scivolò giù, fece un inchino decisamente pittoresco ai tre uomini e disse: “David, la Strega del Bosco della Vittoria ha un piccolo favore da chiederti. Vai a trovarla domani, al crepuscolo, conta fino al settimo albero a nord del Bosco della Vittoria, partendo dal Lago dei Pensieri Oscuri, è lì che ti aspetterà. Non è qui con me, perché ha le orecchie molto delicate e arrivare in questa apocalisse oggi non le avrebbe fatto bene. Io, più che per l’udito, sono preoccupato per la mia vista, ché con tutta questa luce non riesco a vedere neanche dove metto i piedi. Che giorno fastidioso!” si lamentò, come al solito. Si congedò dai marinai e concluse: “Non ringraziatemi troppo per la gentilezza che vi ho concesso oggi”. Lo guardarono dubbiosi. “Mi riferisco, ovviamente, alle corde vocali dell’indemoniata. Le ho spente per tre giorni”. “Grazie” dissero in coro.

La Roccia della Luna (incipit)

Lo avevo detto che maybe non sarebbe stata la fine. Mi è piaciuto così tanto scrivere La leggenda della Perla Rossa, che vi beccate pure il seguito. Vi lascio con il primo piccolo assaggio 🙂

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“Non capisco perché siamo qui a galleggiare sull’acqua, quando questa cosa potevamo farla seduti, protetti dalle Fiamme Fluttuanti. No, eh? Vi piace tanto stare qui con le onde che vi fanno il solletico ai piedi e il vento che vi fa i dispetti, a te e a questo circolo di bacchettari. Vi piace proprio tanto. Beh, a me no”. La Strega del Bosco della Vittoria non riuscì a trattenere una risata. “Smettila di brontolare, Sfunf. Anche tu sei un bacchettaro e questa cosa è un’assemblea urgentissima. Infine, poiché è stata la Fata Murice a invitarci, è giusto che avvenga nel suo habitat – si fermò, riflessiva, e chiese – e poi, come fa a non piacerti il mare? Non lo hai mai guardato dalla terraferma? Dalla cima di un albero, da una caverna su nelle montagne di Ametista?”. “Ecco, sì, mi piace, ma da lontano!” sbruffò il folletto, facendosi sentire dagli altri presenti, che gli dedicarono la solita occhiataccia di disapprovazione. Il vento scompigliò i capelli color porpora della padrona di casa, circondata dalle sue fidate conchiglie e la Regina dei Gelsomini diede un sguardo rapido alla luna piena, che quella notte aveva i contorni sbavati, come se qualcuno avesse cercato di cancellarla dal cielo scuro sopra l’isola di Treeluv.

I Cinque Maghi presenti alla riunione urgentissima, sospesi sopra il mare increspato, attendevano che Murice parlasse. Il Mago Gufo creò un intreccio di venti che continuarono a soffiare uno dentro l’altro formando una protezione fortissima attorno a loro. La Fata indirizzò uno sguardo complice a Gufo e cominciò:

“Amici, è un’infausta notizia quella che ci ha portati qui stanotte. Avrete saputo anche voi di quello che è accaduto nelle Isole dell’Artiglio Nero. Grazie a David e ai suoi uomini coraggiosi, la Figlia della Cascata d’Avorio rivive e la Tigre degli Abissi non è più una minaccia. Il mio mare non diventa più fuoco. Tuttavia, a sette anni da quel giorno – prese un lungo sospiro – Bentruk ha scelto i tre atolli per seminarvi una potente maledizione che ha sviluppato radici così forti e profonde da trapassare la terra e finire sui fondali, sui quali si espande rapidamente. Il maleficio distrugge tutto ciò che incontra sul suo cammino. Sta facendo morire gli abitanti del mare, uno a uno, inesorabilmente, come ha reso sterile la terra di quelle isole ormai maledette. Toccherà anche agli umani e… a noi”. “A che servono quelle isole? – sbottò Sfunf – Gli esseri umani che vi si erano stabiliti dopo l’impresa di David ne avevano fatto un posto pacifico, ma sono andati via, appena la terra è diventata inutile. Distruggiamole e punto. Conserveremo il loro ricordo” chiosò cinicamente. “Sfunf!” lo rimbeccò la Regina dei Gelsomini. Solite occhiatacce dal resto del gruppo. “No – intervenne Gufo – salveremo quelle isole e salveremo il mondo che abbiamo contribuito a costruire. Dobbiamo sconfiggere Bentruk, non le isole. E’ lui la fonte del male”. “Hai qualche idea?” domandò la Strega del Bosco della Vittoria. “Sì. Dobbiamo trovare la roccia che per prima fu illuminata dalla luna“. Il silenzio calò dentro il rifugio intrecciato dal vento. Anche Sfunf si era portato una mano alla bocca, incredulo. “Ma… serve…” provò a dire la Fata Murice. “Il cuore del più coraggioso tra gli uomini. Strappato dal suo petto”.

David” sospirò la Strega, con gli occhi velati di rassegnazione.

 

 

Tempismo

Anche questo mese, partecipo alla challenge di Ember, che è uno spettacolo di scrittrice e, soprattutto, mi motiva sempre un sacco a scrivere. Per cui, lasciamoci motivare, va’!

La mia scelta, tra i vari prompt, è quella di scrivere un tema: Se solo avessi potuto cambiare quel momento della mia vita…

Ed ecco che partono gli Aqua e la colonna sonora di Sliding Doors.

Iniziamo dal fatto che, col senno di poi, siamo tutti espertoni. Il mio cervello ha girato film su ogni possibile alternativa alle decisioni che ho preso nella mia vita. Il lungometraggio più assillante di tutti, per anni è stato: e fossi rimasta a Siviglia anziché tornare a Roma, dopo l’Erasmus? Poi è arrivato: e se non avessi abbandonato il giornalismo per fare la cameriera? E se non avessi mai conosciuto quell’uomo? E se avessi continuato a studiare danza? E se, se, se… La risposta c’è. Ed è che non esiste una risposta. Quello che so è che in tutte le decisioni mi sono fatta guidare dai ragionamenti, in piccola parte, e dalle mie emozioni, in grandissima parte: dall’istinto, dalla paura, dall’entusiasmo. A volte, ottenendo un risultato che non mi aspettavo, nel bene o nel male. A volte, raggiungendo quello che avevo esattamente immaginato (raramente, per la verità). In tutti i casi, non mi sono pentita. Tutte le mie scelte mi hanno portata esattamente dove devo essere e mi porteranno dove dovrò essere. E anche il caso me lo ricorda, come ha fatto ieri sera.

Ero con una cara amica alla serata di presentazione di una nuova birra, brassata da una coppia di amici che hanno un birrificio qui a Berlino. Mentre chiacchieravo e sbevazzavo, il telefono ha squillato. Era un messaggio da un tizio che mi ha contattata su Facebook tempo fa, a cui inizialmente avevo dato il numero di telefono, ma che poi ho bloccato sul social network quando ho intuito che era un fake e, soprattutto, aveva cominciato a mandare troppe foto non richieste. Avevo dimenticato di bloccarlo su WhatsApp. Ed ecco che mi ha riscritto, dal nulla. Per essere precisi, non ha scritto niente: ha solo mandato una foto dell’amplesso di qualcun altro. Mi sono fatta una risata, commentando, una battuta dietro l’altra, con la mia amica. Ho bloccato lo schermo del telefono e siamo tornate a parlare d’altro. Subito dopo si è avvicinata una donna inglese e ha iniziato a chiacchierare con noi. E’ una giornalista della BBC, che si trova per due giorni a Berlino. Dopo due secondi di conoscenza, le abbiamo raccontato le nostre vite, lei ci ha incoraggiate su tutti i nostri progetti, spingendoci a credere in noi stesse. Sembrava un TED Talk privato e dal vivo, una conversazione entusiasmante. Ci ha dato una positività che serviva a entrambe. Le ho raccontato che sto scrivendo un romanzo e lei sembrava interessatissima, mi ha fatto mille domande sulla trama e sullo stile, su quello che mi aspetto. Mi sentivo dove devo essere, nel momento giusto. Questo tempismo che penso sempre di lisciare, in realtà era lì con me, in quel pub, presente, beccato in pieno. Quella fantastica donna mi ha chiesto di darle aggiornamenti sul mio libro, di scriverle un’e-mail appena avrò delle novità. Le ho chiesto, quindi, di scrivere il suo indirizzo sulla mia rubrica.

Il passaggio successivo è semplice e d’impatto.

Sblocco lo schermo. Riappare l’amplesso di qualcun altro.

Fine dell’ennesima storia tragicomica, scritta dal tempismo.

Adesso so esattamente che sono dove devo essere, nel momento esatto e con lo scopo per cui sono nata: far ridere i miei amici.

Entra nostalgia dalla finestra

Dolores O’Riordan è stata una voce costante nella mia vita, a partire dalla mia adolescenza. Come molte altre persone, potrei ricollegare ogni canzone dei Cranberries a un mio stato d’animo, a un ricordo.

La nostalgia a volte è fredda, altre dà calore. Stasera, appena ho letto della morte di Dolores, la nostalgia che mi è entrata in circolo era una finestra lasciata aperta in queste notti berlinesi: il gelo. Perché, con una folata di vento, mi ha sbattuto in faccia le immagini di un tempo passato, in cui ero già me eppure cominciavo a diventarlo, in cui abbracciavo un cuscino e pensavo a un bacio rubato, in cui sognavo cosa sarebbe stato, in cui scrivevo le mie emozioni e poi correvo a vivere, a mettere pietre sopra, a ossessionarmi e pentirmene e a ossessionarmi di nuovo. Vivere e amare struggendosi, come solo gli adolescenti sanno fare.

Il passato sembra sempre più poetico del presente e, dovunque, sono disseminate petites madeleines a ricordarcelo.

A parte Dolores e i pensieri adolescenziali, oggi è stata una giornata faticosa. Al lavoro, soprattutto. Sono tornata a casa con un mal di testa così forte che mi sono sdraiata a letto e ho solo desiderato il silenzio, il più a lungo possibile.

Cerco costantemente di fare tante cose, per stare bene, per sentirmi soddisfatta, per riempire i vuoti. La controparte è che, non essendo indistruttibile, ho i miei momenti di crollo. Tra i progetti che sto portando avanti, c’è un romanzo che ho quasi finito di revisionare, ma che ha rallentato un po’ a causa di progetti più immediati e concreti. Uno di questi è prepararmi per un colloquio al dipartimento marketing dell’azienda in cui lavoro, un altro è lo studio del tedesco e un altro ancora è un blog di viaggi che è già in partenza. Il mio entusiasmo non frena, ma il mio fisico sì.

Ma che fine fa, in tutto questo, l’amour? Accantonato in un angolo, con la paura a fargli da bodyguard.. Allora molto meglio, adesso, puntare alla realizzazione di me. Non ho tempo per l’amour nella vita reale. 

Nella vita fantasy, invece sì: ricomincerò a scrivere delle avventure dei protagonisti della Leggenda della Perla Rossa. Devo ammettere che cimentarmi con questo genere mi ha fatto molto bene e, anche, che mancava un apostrofo rosa nel racconto. Devo rimediare 😉

Ora vado a farmi un bagno caldo. Tradisco il silenzio per crogiolarmi tra schiuma e pensieri in evaporazione con la voce di Dolores in sottofondo.

 

Tra sgarri e Smemo

Volevo fare la brava, stare a casa tutta la sera a scrivere e a guardare la quarta stagione di “Vikings”, leggere e fare yoga prima di andare a dormire.

“Sei in giro?”

“No, ma se vuoi ci vediamo”.

(Non fatevi illusioni: lui è solo un amico).

Quanto ci ho messo ad accantonare il mio piano da pigiama e routine da bullet journal? Zero secondi.

Come mai? Perché non mi va proprio di seguire un programma di vita, non mi bastano le scadenze di lavoro?! Ma davvero vanno regolarizzati pure gli hobby?

Ho un agenda, un bullet journal per dirlo alla stregua della moda statunitense. Quando ho scoperto la creatività che poteva venire fuori da una semplice agenda, sono andata in estasi. Ma… aspettate un attimo? Ma… davvero lo dovevo scoprire? Davvero me lo dovevano dire i blogger e youtuber made in USA e made 15 anni dopo di me? Per carità, le idee giovanili svecchiano questo mondo a volte impossibile da svecchiare.

Ma l’agenda no, vi prego. Scrivere poesie e citazioni, disegnare, scarabocchiare, impiastricciare ecc ecc ecc ecc su una cavolo di agenda è un’idea meravigliosa, vecchia come il cucco (e altrettanto immortale del cucco, con mia somma gioia). Prendiamo i miei diari di scuola, ad esempio. Le mie povere SMEMO che dalla prima media al quinto liceo hanno vissuto l’esperienza dell’usura da troppa creatività adolescenziale e troppi segreti da nascondere, in barba all’evidenza sottolineata da cuoricini e saette di inchiostro.

Lasciando da parte il momento malinconico per l’età passata e le Smemo adorate, dicevo: ho un’agenda. Significa che mi sono preoccupata di scriverci sopra anche cosa voglio fare e come, ma soprattutto quando.

L’unica utilità che trovo nel fare programmi è godere dei momenti di sgarro.

Ci ho provato, ma, guardiamo in faccia la realtà: non sono solo le morning routines che mi vengono male, sono le routines a tutte le ore. E’ la parola routine che mi mette tristezza, ho già il sospiro pronto appena ci penso.

In barba ai piani di relax e tempo libero impigiamato e programmato, sono uscita a farmi due birre e due chiacchiere.

E quanto mi ha fatto bene!

 

Paura e collirio: #3 sbagliando… si sbaglia

La paura è pura fantasia e pura realtà. Forse, solo l’amore riesce ad essere altrettanto inspiegabile, inesistente eppure vivo e tangibile. Torno a parlare delle mie paure e del mio adorato collirio alla camomilla, che in questo caso, non ha lenito le pene di occhi tristi, bensì sedato le ire di bulbi oculari furibondi, tenuti a bada non con poco sforzo da palpebre impreparate. Ebbene sì, oggi vi parlerò della mia paura di sbagliare, compagna di viaggio fin dalla più tenera età, superata con una miracolosa autoironia e un vassoio in mano. Già, chi lo avrebbe mai detto: fare la cameriera nei locali notturni dona agilità, prontezza di riflessi e di spirito e larghi consensi.

Di me, molte persone per cui ho lavorato, hanno detto: “Non fa lo stesso sbaglio due volte”. Ahimè, solo nel campo lavorativo (in quello amoroso, è tutto il contrario).

Quindi, arrivando al succo, quello che è successo è che la paura di sbagliare mi ha fatta diventare una perfezionista. Io, che vivo col caos sulla scrivania. Io, che non mi sono mai preoccupata di avere i ricci spettinati. Io, una perfezionista. E non una che va a cercare il pelo nell’uovo. No. Una che viene disturbata dall’uovo stesso, che le dice: “Guarda, lo vedi questo pelo? Non dovrebbe stare qui, ora che si fa?”. Si smadonna, ecco che si fa.

I primi mesi nell’ultimo ristorante in cui ho lavorato a Roma sono stati invivibili, sempre sull’attenti a controllare che tutto filasse liscio e che non ci fossero sbavature nel servizio. Ma sono stati anche il grilletto che mi ha sparato in testa la domanda delle domande: “E se sbagliassi a non voler sbagliare?”. E a pretendere che gli altri non sbaglino, mettiamoci anche questo.

Questo è stato uno dei lavori più difficili che ho dovuto fare con me stessa: smettere di esigere il 200% e permettermi di riposarmi un po’. Permettermi di guardare i miei errori e, ogni tanto, addirittura, accarezzarli senza inorridire.

Il più grande errore che si può fare nella vita è quello di avere sempre paura di farne uno.
(Elbert Hubbard)

 

La Leggenda della Perla Rossa (the end)

Eccoci alla parte finale di questo racconto che mi ha tenuta impegnata per tutta la settimana, con mio enorme piacere. Grazie, di nuovo, a Ember per avermi dato una sfida e averne seguito gli sviluppi insieme a me. Grazie a tutti voi che avete letto e supportato ❤ (Missis e Ale siete state meravigliose).

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fuoco

La Tigre degli Abissi era impaziente. La sua ombra si muoveva su e giù per le pareti della caverna, illuminata da un’intensa luce rossa. Si diceva che la Perla riflettesse perennemente il colore del sangue della Figlia della Cascata d’Avorio, con l’intensità del bagliore lunare. Ogni tanto, la Signora si fermava a guardarla, tra i fasci di luce, mentre fluttuava nell’aria della sua gabbia di stalattiti e stalagmiti nere, come la roccia da cui erano nate, armate di appuntiti aculei di cristallo, create con il sale dei Mari Infuocati.

Era impaziente, sì. Sapeva che stava per arrivare il cuore coraggioso di cui aveva bisogno di nutrirsi. Bentruk aveva fallito, avrebbe dovuto far abbandonare David da tutti i suoi uomini e non solo dimezzarli. Avrebbe dovuto farlo arrivare fin lì da solo. “Non che sia un problema far fuori una decina di uomini – pensava tra sé e sé – solo che non voglio perdere troppo tempo. Aspetto dal giorno in cui nacque la Luna. Ma il fuoco farà il suo dovere”. Nel frattempo, scese la prima lacrima. I suoi occhi diventarono un reticolo di linee vermiglie, che si facevano più scure man mano che aumentava la sua sete di sangue. La luce della Perla era accecante. I ruggiti di dolore della Tigre spaventosi. In pochi secondi, riempì la boccetta magica, che già conteneva la soluzione di acqua di mare e rugiada di Fiori Ombrosi. La bevve mentre ancora piangeva. E continuò a stillare sangue e riempire, ancora e ancora. Nel frattempo, il mare che circondava le isole dell’Artiglio era diventato fuoco vivo.

David e i suoi videro levarsi le fiamme da lontano, come un ruggito incandescente. Il silenzio calò sulla nave. Gli uomini, attoniti e impauriti, fissarono lo spettacolo a bocca aperta, terrorizzati e incantati allo stesso tempo. Ognuno con il pugno chiuso su un talismano: c’era chi aveva una zampa di coniglio, chi un anello di famiglia, altri pietre e conchiglie trovate sulla spiaggia al ritorno da un’avventura pericolosa in alto mare. Il Capitano, al timone, il suo talismano lo portava al collo: una gemma blu come l’oceano, che la madre gli regalò qualche giorno prima di essere uccisa dal morso di un serpente velenoso.

Fu David a rompere il religioso silenzio e a ordinare con voce ferma: “Avanti tutta”. Verso il fuoco.

Un urlo di coraggio si levò non appena la nave lasciò l’acqua per navigare le fiamme. David e la sua ciurma continuavano intimoriti ma rassicurati dalla loro nave, immune all’inferno che si agitava sotto di lei. La Strega del Bosco della Vittoria aveva ragione: quel vascello era diventato invincibile. Tuttavia, come avevano appreso precedentemente, gli uomini a bordo non lo erano e temevano le onde più alte. Più si avvicinavano all’Artiglio Nero, più la furia del fuoco si faceva potente. Così potente che, aiutata dal soffio forte del vento, rubò il timone dalle mani di David. Cominciò a girare così velocemente da non farsi più riprendere. “Non abbandonare il timone” si ripeteva il Capitano, ma nonostante la sua determinazione, il vento e il fuoco erano più poderosi e il maleficio fuori dal suo controllo. Le onde rabbiose non tardarono a mietere le prime vittime, scagliandosi sul ponte con lo stesso impeto dell’acqua, carbonizzando tre marinai, all’istante. Gli altri si girarono a guardare David, tremanti. Allora, supportato dalla silenziosa fiducia dei suoi uomini, riprovò ancora e ancora a riprendere il timone, soffocando la rassegnazione che stava conquistando respiri dentro di lui. Questa volta ci riuscì. E gridò: “Avanti! Non fermiamoci!”. Nocrez, il marinaio colpito dal fumo nero, si alzò in piedi dopo giorni e tornò alla sua postazione, gridando a sua volta: “Avanti!”. La ciurma seguì l’esempio. Quell’urlo di incitamento pervase la nave e divenne un unico suono. Ciononostante, la violenza delle acque infuocate non si arrestò. A uno a uno uccise gli uomini, lanciando lingue ardenti sull’invincibile imbarcazione. Rimasero in tre: David, Nocrez e un mozzo impaurito ma combattivo, Santos detto Il Fringuello, essendo egli sempre il primo a dare il via ai canti da stiva.

Finalmente, con il cuore che batteva all’impazzata, i tre videro il passaggio per arrivare alla caverna della Tigre: un punto in cui il mare cambiava repentinamente colore e il fuoco dipingeva una sorta di Aurora Boreale con i suoi artigli. Calarono l’ancora e presero le armi: David, la sua spada; Nocrez i suoi pugnali; Il Fringuello, la sua ascia e la sua borraccia piena di distillato di Girasole. Si tuffarono.

Un sentiero d’acqua li condusse alla grotta, dove videro la Tigre piangere sangue, riempirne una boccetta e bere. L’ampolla si svuotava e la Signora vi versava la soluzione necessaria perché il sangue tornasse nelle vene, poi ricominciava a riempirla dell’inchiostro vermiglio dei suoi occhi. Nocrez e Il Fringuello si sarebbero occupati della Tigre, mentre David avrebbe pensato a liberare la Perla Rossa.

Ma la Signora li aveva già sentiti arrivare: la sua stessa cattiveria l’aveva avvisata, facendo esplodere la sete dentro di lei. Nocrez si scagliò sulla bestia con tutte le (poche) forze che gli erano rimaste, infliggendole una pugnalata sul dorso, mentre lei, poco sorpresa, si limitò a ruggire e a tenerlo inchiodato a terra, inondandogli il viso di sangue e impedendogli di vederla mentre lo afferrava con gli artigli e lo sollevava, per poi scaraventarlo sulla roccia, uccidendolo.

Il Fringuello aveva approfittato del momento in cui il suo amico distraeva la Tigre per versare il suo distillato di Girasoli nella boccetta magica e nascondersi dietro un masso, aspettando il momento giusto per attaccare. Tuttavia, l’adrenalina gli fece venire voglia di cantare e, improvvisamente, gli salì in gola un motivetto che usava per calmarsi nei momenti di paura. La Tigre lo sentì e con un balzo arrivò dietro il masso, dove il mozzo teneva stretta la sua ascia. Spalancò le fauci in un fortissimo ruggito, che bastava da solo a farlo smettere di cantare e di sperare, ma il marinaio riuscì a richiamare a sé il suo coraggio e a colpirla con la sua arma. La belva urlò, ma poi sembrò quasi sorridere. “E’ indistruttibile, mi ucciderà” pensò Il Fringuello. Eppure, mentre gli si avventava contro con gli occhi insanguinati e la mascella spalancata, pronta a strappargli via la carne, la Tigre si bloccò di scatto. Qualcosa, o meglio, qualcuno era entrato nel suo campo visivo per un istante e lei aveva sentito i suoi stessi battiti accelerare. Le lacrime scendevano ancora più copiose, la sete le ardeva in gola. Il cuore coraggioso di cui aveva bisogno era lì a pochi passi e stava cercando di spezzare la gabbia dentro cui era custodita la Perla Rossa.

David aveva sentito lo sguardo della Signora su di lui e cercava di fare ancora più in fretta. Quella trappola di stalattiti e stalagmiti era molto resistente e, nel suo tentativo di romperla con la spada, alcuni cristalli di sale gli si erano conficcati come frecce sulla spalla destra. Vide la Tigre pronta a spiccare un balzo, per poi fermarsi. Aveva dimenticato qualcosa: doveva bere il suo sangue, ne stava perdendo troppo e, in poco tempo, si sarebbe indebolita. Riempì la boccetta in un attimo e la bevve d’un sorso. Allora, con un scatto, raggiunse David, al centro della grande caverna, colpendolo subito sulla spalla ferita. Il Capitano gridò di dolore ma non si arrese. Riuscì a infliggere alla Signora un taglio profondo sul volto già insanguinato.

La lotta si faceva più violenta, entrambi si battevano con agilità e coraggio. Con un colpo secco, la bestia strappò via l’elsa dalla mano del suo nemico e lo scaraventò a terra, lanciandosi su di lui. David era immobilizzato. “Finalmente – disse la Tigre – mangerò il tuo cuore e diventerò il re dell’Universo. Tutta la natura obbedirà al mio volere. La magia più possente risiederà in me. E io sarò invincibile, immune a ogni pericolo, estraneo a ogni fallimento”. “Tu sei già immortale” rispose David. “No, non è così – ruggì la Signora – la Perla mi ha dato longevità, potere, ma anche autodistruzione. Solo grazie alla mia boccetta magica sono riuscita a prolungare ancora la mia forza e la mia vita, bevendo il mio stesso sangue. E ora, è arrivato il momento che tanto ho atteso” disse, mentre apriva le sue fauci e piangeva le ultime lacrime di sangue. David vide nello stesso istante la Tigre che si abbassava su di lui e un’ascia che le apriva la schiena. Il Fringuello, ancora nascosto dietro alla roccia, aveva atteso il momento giusto per correre in soccorso dell’amico. La belva si girò irata. “Finisco con te in un attimo – disse al mozzo – ho già bevuto il mio sangue e non posso indebolirmi, la tua ascia può solo graffiarmi”. “Funziona anche se nel sangue c’è distillato di Girasole?” chiese tremante l’altro. “Certo che no! Ma cosa vuoi fare? Distrarmi? Queste domande assurde non ti salveranno, stupido idio…”. Non fece in tempo a finire la frase, che vacillò sulle zampe e si accasciò esausta al suolo. “Hai bevuto sangue e distillato di Girasole, Tigre” disse Il Fringuello, guardando il felino improvvisamente inerme, mentre David, recuperata la spada, lo trapassava da una parte all’altra del corpo, uccidendolo.

I due amici si guardarono con sollievo. “Ora, dobbiamo prendere la Perla Rossa” disse il Capitano. Rimosse l’ascia dalla carne della Signora e cominciò a colpire senza sosta la gabbia, finché non riuscì a spezzare una stalattite nera. La Perla fluttuò fuori, ma per quanto provassero a stringerla tra le mani, essa sgusciava via. Non ci potevano credere: tutta quella fatica e la Perla non voleva andare con loro. Andò, invece, a sfiorare la sagoma di Nocrez, che si risvegliò dalla morte, e continuò a volare verso l’uscita della caverna, dove arrestò la sua fuga. La luce allora si fece più accecante, i tre uomini si dovettero coprire gli occhi per non perdere la vista.

Dopo qualche secondo, il bagliore cessò. Dove prima restava sospesa la Perla Rossa, c’era una splendida fanciulla. David e i suoi rimasero attoniti, non riuscirono a emettere suono alcuno, anche se Il Fringuello avrebbe cantato di gioia molto volentieri davanti a quella visione. Parlò lei: “Sono la Figlia della Cascata. Grazie a voi, al vostro coraggio e alla vostra amicizia, posso rivivere e tornare alla Cascata da cui sono sgorgata. Non lo dimenticherò mai”. Sorrise e si girò verso l’uscita della grotta. Allora David provò a fermarla: “Non puoi andare – le disse – abbiamo bisogno di te per salvare il nostro popolo, vittima del Fumo Nero dello Stregone Bentruk. Ti prego, vieni con noi, poi ti lasceremo libera”. “Il tuo popolo è già salvo, David – rispose la Figlia della Cascata -Vai a vedere tu stesso, la tua nave ti aspetta per portarvi a casa, su un mare che non sarà mai più fuoco”. E si tuffò fuori dalla grotta.

Allora, Il Fringuello cominciò a cantare.

The end, maybe.

La Leggenda della Perla Rossa (part three)

Siamo giunti al penultimo capitolo. Il coraggio e le buone intenzioni dei marinai sono messe alla prova da stanchezza e malefici. Ma si continua a navigare. E vediamo che succede 😉

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luna-nave

Il sole brillava nel cielo e il vento era decisamente a favore. David e i suoi marinai si sentivano invincibili e pronti a combattere contro qualunque tempesta fino alla sfida finale, quella contro la Tigre degli Abissi. Ciò che non potevano immaginare era che, nonostante la nave fosse ora invincibile, come aveva predetto la Strega del Bosco della Vittoria, gli uomini a bordo non lo erano. Nemmeno il Capitano, la cui forza riesedeva nel suo cuore coraggioso. E quale coraggio potrebbe avere un uomo invincibile?

Ben presto, la ciurma scoprì che la notte della Grande Tempesta aveva avuto un ospite. Lo Stregone Bentruk era lì con loro. La violenta onda, insieme al vento e ai lampi, aveva avuto rispetto dell’Urlo della Sconfitta e dell’ultimo albero della Perseveranza. Al contrario, la magia crudele del protettore della Tigre degli Abissi non faceva differenze, a guidarla era solo il desiderio del male. Così, mentre quel massiccio muro d’acqua si scagliava sulla nave, lo Stregone soffiava fumo nero.  Con il suo potente fiato maligno era riuscito a scassinare le pupille del marinaio Nocrez, il più benvoluto tra quegli uomini, e a far avanzare dentro di lui lo stesso male che stava uccidendo il popolo di Treeluv.

Il giorno dopo, con il vento a favore e il mare amico, le canzoni si facevano più allegre e i sorrisi più larghi, ma Nocrez non vi partecipava, non parlava con nessuno, evitava gli sguardi altrui: sentiva il male, ma se ne vergognava, pregava in silenzio che non fosse quello che nel profondo di sé sapeva essere. Le sue ferite bruciavano, ben nascoste dagli indumenti. Finché non gli si aprì la fronte.

Gli amici di sempre si scansarono, spaventati. Lo insultarono, come se avesse portato di proposito la malattia sulla barca. Solo David e altri due marinai gli si avvicinarono, per proteggerlo dagli altri e per aiutarlo a togliersi i vestiti. Disinfettarono le piaghe con acqua di mare e distillato di foglie di Salice Allegro.

David fu costretto a ordinare ai suoi uomini di non aggredire il loro compagno. “Tutt’altro – disse loro – vi ordino di cercare in tutti i modi di aiutarlo a prolungare la sua vita, finché non raggiungeremo la Perla Rossa, che lo salverà. Mi duole darvi un comando che avrebbe dovuto darvi il vostro cuore, ma non ho altra scelta”.

Eppure, la paura era forte, così forte da vincere l’obbedienza al Capitano e l’affetto per l’amico morente. Ben undici uomini si uccisero in mare due giorni dopo, tormentati dal terrore di patire le sofferenze che erano toccate a Nocrez e dalla vergogna di provare quello stesso terrore.

Ormai rimasti in dieci, di cui uno non esattamente in forma per la battaglia, si avvicinavano ai Tre Mari Infuocati. I canti di allegria erano diventati un modo per fingere che di non tremare al pensiero che il peggio non era ancora arrivato.

Un’altra notte e sarebbero giunti alla loro meta. Quella notte, David pregò la Luna perché non li abbandonasse. “Non ti abbandonerà, ma non abbandonarti tu per primo” disse una voce. David, che pensava di essere solo, si guardò intorno per capire chi avesse parlato. Non vide nessuno. Si rigirò verso il timone, che stringeva tra le mani.  All’improvviso, il Gufo si materializzò sopra di esso. Gli occhi arancioni fissavano David,  severi come la sera in cui gli aveva annunciato la missione. “Non lasciare il timone” gli disse infine. E volò via.