In cenere

Tremo. Sei così bello nel mio letto, che penso di voler scappare. Ma sciogliersi dal tuo abbraccio è difficile e, in realtà, non così allettante come mi suggeriva la paura.

Quindi, no. Decido di non farlo. Decido di stare incatenata al tuo corpo e chiedo al sole di farti restare accanto a me, così, per sempre. Glielo chiedo con la speranza che mi ascolti, come ha fatto la luna la sera prima, quando guardandola nel suo pieno splendore le ho chiesto di farti arrivare fino a me. E lo ha fatto, dopo neanche un’ora. Mi sentivo nel bel mezzo di un miracolo.

Sorrido, mentre ti guardo svegliarti e sorridermi. Quando mi dici che sono meravigliosa. Quando ti sento respirare sulla mia pelle. Quando ti abbraccio su un’amaca e ho le ciglia sul tuo collo e tu hai le ciglia che guardano il cielo senza nuvole. E mi baci. E mi baci e mi dici quanto stai bene.

Piango. Ho rovinato tutto. La paura di perderti, di non essere abbastanza, la paura che tu sia come lui, come gli altri. Il sospetto, vedendoti con lei, mi fa andare fuori di testa. Ti presenta la parte peggiore di me e, di certo, non dici che è un piacere. Quello che dici è che ti piaccio davvero, ma ora non sarai più come prima. Quello che so è che ti ho cacciato via. Con la mia solita follia. Provo a spiegarti che sono una donna, non una ragazzina. Che le esperienze negative mi tornano a trovare ogni volta che si affaccia quella voglia di felicità, la speranza del miracolo.

Torna lui, non mi vuole lasciare. Il fantasma di una storia mai iniziata e mai finita, che mi ha ridotta in cenere e ha distrutto tutte le altre storie che potevano cominciare, ma non l’hanno mai fatto.

It was so good that I couldn’t believe it was true. I was afraid, I’m sorry.

It was really good. But now I can’t be like I was before, I’m sorry.

I don’t need to persuade you to stay with me. You already know the answer.

Let’s see what the future will bring.

 

 

 

 

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Pensieri notturni di prima mattina

Ti voglio dire,
che ti voglio
dire, che ti
voglio dire, che
voglio dirti, che
ti voglio dire,
che ti voglio.

Dichiarazione, Tibur Kibirov

E’ successo  che ieri mi ha confessato che pensava che fossi una stupida e che poi ha capito che avevo solo un sonno pazzesco.

E’ successo che gli ho spiegato che sono passata dalla notte al giorno in 72 ore, che volevo cambiare radicalmente e l’ho fatto. E basta, non gli ho spiegato altro, non gli ho detto che Mirko diceva che ero più intelligente che bella. O che mia nonna mi ha detto: “Quando trovi uno che ti piace, diglielo che sei meglio di quello che sembri”.

E’ successo che glielo stavo per dire e invece mi sono bloccata come al solito. Sono un’ebete quando parlo con lui.

E’ successo che gli vorrei far vedere chi sono, ma non a lui, forse al mondo intero. O forse invece proprio a lui.

E’ successo che mi ha abbracciata e io tra quelle braccia impazzivo.

E’ successo che mi sento di nuovo sottovalutata e che stavolta reagisco prima e faccio vedere le unghie e i denti. E il pelo lucente.

Succede che adesso mi sveglio alle sei anche quando non devo lavorare, che mi prende la voglia matta di scrivere e piangere insieme. La voglia matta di svuotarmi e riempirmi.

La voglia matta di un suo messaggio.

Non sono una persona paziente, non lo sono mai stata. Sono una di quelle che fissa la pentola per far bollire prima l’acqua, immaginate cosa succede quando aspetto un messaggio. 

 

Surprise

Cosa ti aspetti dal nuovo lavoro? mi ha chiesto il tizio di non mi ricordo quale ufficio di non mi ricordo quale dipartimento. Non mi ricordo, perché non lo ascoltavo dal momento che sapevo che eri seduto dietro di me e riuscivo a pensare solo al fatto che sicuramente  mi stavi guardando.

Ho abbassato la guardia, da quando sono più tranquilla col lavoro. La mia vita è meno stressata e ho avuto il tempo (30 secondi esatti da quando ti ho visto) per infatuarmi. Ed è successo che mi hai sgamata subito. Le guance che arrossivano, lo sguardo che ti tratteneva, i sorrisi a caso. E hai cominciato a stuzzicarmi, sono diventata una preda inaspettata, che cerchi di catturare con complimenti e giochi da bambino. Ti diverte particolarmente, ad esempio, mettermi in imbarazzo davanti a tutti. Ti diverte vedermi cambiare colore e non riuscire a reggere il tuo sguardo, cercando riparo dietro i capelli.

E’ bastato questo per catalogarti, come faccio con tutti gli uomini. Per decidere che, tanto, neanche di te mi potrei fidare.

Ma, stavolta, prima di provare a forzare la situazione, prima di alzare il muro a cui di solito affido l’incolumità del mio cuore, quello col filo spinato e col cartello che ti invita a stare alla larga, perché basta, grazie, prima di tutto il casino che potrei combinare, voglio vedere che casino riesci a combinare tu. E’ davvero un gioco o l’ironia ti sta solo facendo da scudo?

Cosa ti aspetti dal nuovo lavoro?

Surprise! 

La tua risata, alle mie spalle, mi stava guardando.

E adesso?

Che succede adesso? Ho un lavoro nuovo e sono molto più povera. Ma sti cazzi.

E sì, sono preoccupata del fatto che, spendacciona come sono, non riuscirò ad arrivare con qualcosa sul conto a fine mese. Ma sono felice.

La mia più grande conquista è che, grazie a questo cambiamento radicale, ho quello che mi serve per stare davvero bene; per riuscire a seguire il mio libro, in fase di revisione e successivamente in fase di attacco agli editori; per scrivere su questo blog; per provare a realizzare il sogno di un blog di viaggi; per scrivere gratis sui siti di amici e sconosciuti che cercano collaboratori solo per il piacere di farlo. Sì, insomma, per fare la scrittrice squattrinata:

ho più tempo.

 

New life

Nulla si crea e nulla si distrugge. Sulla mia spalla è impresso a inchiostro e ago, sottoforma di un uroboro. La vita si rigenera, il serpente morde la sua coda in un cerchio infinito.

Venerdì è stata la mia ultima notte da lavoratrice notturna. Una bellissima serata, con tanto di record di incassi, gente divertente da una parte e dall’altra del bancone. Risate, nuove e vecchie conoscenze. Regali, gratitudine. Non poteva esserci serata migliore per concludere un ciclo che è durato dieci anni. Che è cominciato quando ho chiesto lavoro in un locale di Trastevere dove mi aveva portata una cara amica. Era così affascinante la vita notturna. Dopo solo tre sere in quel posto mi sentivo già a casa, avevo mille amici in più, la gente si ricordava di me. Ero felice, in una nuova dimensione. Non ho mai lavorato lì: loro non avevano bisogno di cameriere, ma mi avevano suggerito di chiedere al locale di fronte. E da lì è partito tutto. Ho cominciato a superare nuove sfide contro me stessa, ho conosciuto tante persone che sono ancora nella mia vita e altre che ho lasciato andare.

Il primo messaggio, sabato mattina, è stato alla ragazza che mi aveva portata in quel pub di Trastevere e al primo barman con cui ho lavorato, che mi ha insegnato a essere fiera del mio spirito libero. Mi ha insegnato ad ammettere i miei errori. Mi ha insegnato a festeggiare sempre. Un insegnamento che per un po’ ho dimenticato, ma che adesso voglio ricordare di nuovo, anche lontana dalla mia notte. Anche dall’altra parte di un bancone che più che un confine è una mano tesa. Ora che è finita, sono nostalgica, ma non triste. Abbiamo avuto proprio una bella storia d’amore, io e la notte.

Il passaggio da una vita all’altra ha avuto un nome vero, un nome argentino: Gabriel. Un regalo di tre giorni, pieno di carezze e sorrisi. Un regalo di spensieratezza e gioia, da parte del mio ultimo bancone.

E domani esco di casa mattina presto.

Tornare

Ogni volta che torno a Roma, mi viene una specie d’ansia che mi prende a pugni lo stomaco. Non un attacco costante, ma dei colpi acuti e inaspettati che fanno salire su per l’esofago tutti gli errori passati, come un pranzo sgradito. Mi sono perdonata, questa è la mia grande conquista del 2017, non mi sento più in colpa per le mie notti alcoliche, per le mie cazzate più o meno rilevanti, per i momenti imbarazzanti.

Eppure, tornare a Roma, è ancora come tornare sul banco degli imputati. Molta gente a cui voglio bene e ancora più gente a cui ho dovuto dare spiegazioni per anni e anni. Ho dovuto, perché ho voluto io. Per la mia dipendenza da quello che gli altri pensavano di me, per la mia voglia di perfezione, per l’idea imperante nella mia vita: non meritare di essere amata.

Roma è, purtroppo, ancora tutto questo. E’ la vecchia me che ho perdonato, ma che è ancora dietro l’angolo ad aspettare un momento di debolezza, in cui mi trasformo nel più implacabile giudice di me stessa.

Ho passato qualche giorno lì, per il compleanno della mia migliore amica. Sono stati bei giorni, alcuni, e terribili altri. Un’amica mi ha dimostrato di non fidarsi di me e mi ha spezzato il cuore. Mi ha chiesto scusa e ho scoperto di non essere incazzata, come avrei fatto tempo fa. Ho scoperto di essere ferita. Ho scoperto che ho le piastrine in sciopero e il sangue non si vuole coagulare. Ho scoperto che questa potrebbe essere una ferita aperta, un burrone tra me e lei. Sono molto triste.

Ho saltato la visita al mio bancone notturno, dove per sette anni ho dovuto dimostrare di essere qualcos’altro, per piacere alle persone che a me piacevano tanto. Le persone che ancora mi piacciono, le ho viste al di fuori da quell’irrealtà che ci siamo raccontati per molto tempo. Li ho incontrati altrove, sotto altre luci. Ho scoperto che la scrematura, questa volta, è stata più ampia. Il taglio più profondo.

Stai tagliando i rami secchi, mi ha detto una cara amica.

A me sembrava quasi una deforestazione, le ho risposto, amareggiata.

Se non esageri, non sei contenta. Sono rami vecchi. La foresta sta benissimo e l’albero starà ancora meglio.

Speriamo.

Morning routines

Ci sto provando, giuro. A essere precisa, produttiva, felice, calma, atletica, creativa e sempre piena di energia. Mi sono documentata, ora so come si fa a essere figa come le fighe di Instagram, che fanno yoga con i bambini in braccio, prima di scrivere il loro ultimo libro e gestire i loro business miliardari, con il marito che prepara la colazione coi pancake e i mirtilli e spreme melograni mentre ammira la moglie con occhi a cuore. So come si fa e penso che lo debbano sapere tutti.

Basta avere una morning routine.

Ovvero, svegliarsi la mattina, preferibilmente col sorriso già stampato in faccia e senza borse sotto gli occhi e:

  • Scrivere le vostre Morning Pages. Prima di prendere coscienza, quando ancora il flusso dei pensieri è in dormiveglia e siete meno tentati a nascondervi dietro strategie difensive come l’ironia;
  • Fare yoga e/o meditazione;
  • Fare una ricca e bella colazione;
  • Pianificare la giornata (bullet journal e passa la paura);
  • Leggere frasi motivazionali;
  • Doccia rigenerante;
  • Fare una passeggiata o qualcosa che ami fare, che ne so, due coccole alla tua pianta grassa che fanno bene a entrambi. Ché vabbè che ha bisogno di poche cure, ma farla morire senza acqua né carezze mi sembra eccessivo.
  • Il tutto, ovviamente, mantenendo il sorriso di cui sopra e ascoltando la propria musica preferita.
  • Per ogni fase, ricordiamo la foto per i social così da condividere col mondo la nostra forza di volontà e la nostra gioia mattutina. Potremmo ispirare altra gente confusa come noi.

Vuoi mettere arrivare al lavoro così? Vuoi mettere cominciare le giornate così?

A parte il tono ironico (ho già attivato le strategie difensive), penso che avere delle abitudini mattutine sia un toccasana. Penso che fare almeno una di queste cose appena svegli, ci possa dare davvero la carica e il buonumore per affrontare la giornata in un modo migliore, oltre che stimolare la nostra creatività e la nostra produttività.

Ci sto provando, dicevo, con incostanza e risultati che vanno da una spunta felice nelle voci elencate alla spunta del cuscino sulle guance, perché mi dovete spiegare come fanno quelle della morning routine a farla anche quando si svegliano in hangover, o talmente stanche che anche girarsi dall’altra parte sotto le coperte è un’impresa titanica.

Permettetemi ancora la mia strategia difensiva preferita, carissime fighe creative e produttive di Instagram: ma, ogni tanto, non vi rompete le palle di tutta ‘sta sferzata d’energia? Le foto dei cocktail che postate la sera sono finte, dai. Sennò non si spiega come non sono ancora andati a finire sulle morning pages o sul tappetino yoga.

Mi sfugge qualcosa, ne sono certa. Ci penserò più tardi, intanto continuo a macerare nella mia invidia post-mattutina.

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L’uomo dei sogni

Ho sempre desiderato l’impossibile. Da piccola, volevo diventare una strega buona, ma non mi accontentavo della bacchetta magica. No, troppo facile. Nei miei sogni, chiedevo un baule pieno di tutti gli oggetti magici che vedevo usare nei cartoni animati in tv o nei fumetti e nelle storie fantasy che leggevo. Il mio primo quaderno pieno di racconti, scritto all’età di 7 anni, aveva come protagonista una bicicletta magica, che aiutava i bambini a trovare coraggio e a fare quello che non sarebbero riusciti a fare da soli.

Rendere impossibili le cose possibili. Mi ha sempre affascinato.

Crescendo, questa “attrazione” per l’impossibile ha avuto delle conseguenze anche dolorose, dato che il baule pieno di magia non è mai arrivato. Una delle cose impossibili in cui ho creduto fino allo sfinimento e al tragico annullamento di me stessa era, anni fa ormai, la storia d’amore con l’uomo dei miei sogni. Ovviamente, già impegnato. Ovviamente, molto felice di fare la mia conoscenza e di illudermi che la sua relazione era sull’orlo del precipizio e sarebbe caduta di lì a poco. Ovviamente, pronto a rinnegare ogni parola, ogni sguardo, ogni promessa che mi faceva nei suoi momenti di festa. 

Gli voglio ancora molto bene. Dopo la fine di quella ossessione, sono riuscita a tenerlo nella mia vita. Siamo diventati quasi amici, anche se nel nostro rapporto la luce del giorno non ci sarà mai davvero: meglio non creare sospetti neanche su una storia finita. La clandestinità ci accompagna anche quando non c’è più il peccato da nascondere, forse perché continuiamo a sentirci colpevoli. Lui, giustamente, nei confronti della sua donna. Io nei confronti di me stessa.

Ma quanto ho desiderato una famiglia con lui! Una vita normale, fatta di viaggi, di quotidiano, di litigi e passione. Una vita felice con l’uomo che avevo scelto.

Poco tempo fa, ci siamo incontrati per caso nel centro di Roma. Mi ha chiesto di fare una passeggiata con lui, doveva comprare delle cose in un negozio. Mi sono annoiata da morire. E’ un bene, ho subito pensato, almeno non starò così male quando la giornata sarà finita. Non avrò più quel rimpianto, ho pensato ancora.

Tornata a casa, il rimpianto era ancora più grande, ma differente. Nella mia testa, suonava più o meno così: quanto tempo ho rubato a me stessa e a eventuali storie d’amore per seguire il miraggio di un uomo, che in realtà non ho mai conosciuto? Ho davvero perso tutti quegli anni della mia vita per niente?

Adesso ci ripenso e mi faccio una risata. E’ stata una storia d’amore bella, poetica, tragica, distruttiva e piena di speranze. Ed è bastato un giorno nella realtà, fuori dai sogni, alla luce del sole, per rendere la passione noia pura.

Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo. (O.Wilde)

Chi sono?

Di notte, scrivo seduta sulla mia finestra. Amo scrivere guardando fuori. A volte resto incantata a guardare il vento che muove le foglie. Sono una che si siede sulla finestra a scrivere mentre guarda il vento. Vorrei ricordarmelo più spesso.

In questi giorni, la descrizione di me stessa si limita spesso a “una che si è licenziata senza aver trovato un altro lavoro”. Sono anche una che ha cominciato ad ascoltare i video di YouTube che ti aiutano a ritrovare l’autostima. Una che scappa. Una che non trova pace.

Sono diventata una donna che si nasconde in bagno per piangere davanti allo specchio e poi si sciacqua e si trucca di nuovo per tornare a farsi vedere in pubblico. Una che davanti a quello specchio fa urli silenziosi, con gli occhi stretti e la mascella spalancata, per esplodere quando non c’è più spazio dentro. 

Però sono anche una che corre quando un amico chiama. Una che non si è mai risparmiata. Una che pensa al mare e già va un po’ meglio. Sono la persona che mischia malinconia ed euforia senza rendersene conto. Che cerca l’amore anche quando sa di essere così cinica da non poterlo riconoscere.Anche quando non si fida più di nessuno e nemmeno di se stessa. Sono una che spesso molla tutto, ma poi ricomincia da zero. E anche quando tutto sembra inutile e mi sento incapace e impotente, trovo un motivo per ricordarmi chi sono, da dove vengo, quali sono i miei valori.

Me lo ricorderò domani, quando andrò a trovare degli amici veri, che fanno bene all’autostima e alle difese immunitarie. Me lo dovrò ricordare la prima settimana di luglio, quando non avrò più un lavoro e dovrò rifarmi la solita vecchi domanda:

“Che ne devo fare della mia vita?”.

Hemingway

Tu non sei i tuoi anni,

né la taglia che indossi,

non sei il tuo peso

o il colore dei tuoi capelli.

Non sei il tuo nome,

o le fossette sulle tue guance,

sei tutti i libri che hai letto

e tutte le parole che dici,

sei la tua voce assonnata al mattino

e i sorrisi che provi a nascondere,

sei la dolcezza della tua risata

e ogni lacrima versata,

sei le canzoni urlate così forte,

quando sapevi di esser tutta sola,

sei anche i posti in cui sei stata

e il solo che davvero chiami casa,

sei tutto ciò in cui credi,

e le persone a cui vuoi bene,

sei le fotografie nella tua camera

e il futuro che dipingi.

Sei fatta di così tanta bellezza

ma forse tutto ciò ti sfugge

da quando hai deciso di esser

tutto quello che non sei.
[Tu non sei i tuoi anni, Ernest Hemingway]